Il dolore indicibile della signora D.

Vorrei fare un piccolo esperimento. Provate a leggere. A chi inoltrereste, per competenza, queste righe? A uno psichiatra, a un prete, o suggerireste al mittente una osteria dove si beva del vino buono? Leggete. Ditemi voi chi è, il destinatario opportuno.

Questa sera c’è un gran vento che agita i rami degli alberi davanti alle finestre. La signora D. è sola in casa. Ed eccolo che nel silenzio, puntuale, ineludibile viene a galla.

È come un tenuo rumore che viene da dentro di lei, insistente. Un dolore sordo e costante, una ferita che ha addosso da sempre. Come se lei fosse vecchio legno, roso da un tarlo. Ed è così, fin da quando era bambina.

La signora D. non ne parla mai, come non si parla di ciò che è indicibile. Anzi le sue giornate sono sempre un affannoso tentativo di zittire quel maledetto tarlo. Che non esiste affatto, è chiaro, suvvia. Eppure rode, lei lo sente, e soprattutto sente, aperta, la ferita.

È come il marchio di una profonda, viscerale nostalgia. Di cosa? Di qualcosa di incolmabile. È una voragine che ha dentro. (E ha speso la vita per cercare di dimenticarsene, raccontandosi che è cosa da niente). Ma il fatto è che certi giorni, come questa sera, fa male proprio come una lacerazione non rimarginata e inguaribile. Non cicatrizza mai, questa ferita. E, davvero, lei ha passato tutta la vita a fare finta di niente.

Quando il dolore è troppo forte, la signora D. può solo dormire, per scappare. Quando era più giovane partiva, come fosse inseguita, e andava in luoghi diversi e lontani, illudendosi che là avrebbe trovato pace. Ma nessun altrove bastava mai, e con un’ansia più urgente addosso D. doveva tornare, in fretta, a casa.

Oggi non parte nemmeno più, non si illude più che alcun “lontano” possa calmarla. Non è alcun luogo, ciò di cui lei ha questa straziata nostalgia. È un tempo, allora? Ma quale, se già da piccola portava addosso, incisa, come la memoria di qualcosa che non sapeva? (Eppure, si dice la signora D., si può avere nostalgia solo di qualcosa che si è sperimentato).

Certi giorni, questa malinconia oscura diventa dirompente. Come fosse un mare, normalmente calmo, che quando però si alza il vento schianta poderoso le sue onde contro la riva. Al confronto di questa onda possente, ogni cosa perde di significato. Dormire, dormire, bisognerebbe allora, di un sonno profondissimo e, per carità, senza sogni. Non parla mai con nessuno, la signora D., di questo dolore senza un oggetto, né un nome. In questa sera irrequieta di vento però non riesce a tacerne a se stessa. C’è qualcuno che sa di cosa sta parlando, che conosce questo irraggiungibile altrove? O forse, come ha detto un saggio, «di ciò che non si può parlare occorre tacere».

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