Il naufragio e il Disegno

Tratto dal n.4/2012 di Tempi

Il 24 marzo 1916 era una giornata chiara e fredda sulla Manica. Il traghetto britannico Sussex era salpato da Folkestone alle 13 e 25. Il mare era calmo, e sotto al sole la guerra sembrava lontana. Nel salone sul ponte i passeggeri fumavano il sigaro, le signore bevevano il thè. Era una nave civile il Sussex, e non portava soldati né armi; tranquillamente navigava verso il porto francese di Dieppe. Alle 15 e 30 in una zona del canale chiamata Shallow Water il comandante Mouffet intravvide sull’acqua una scia argentata. L’esplosione fu terribile: il ventre del Sussex ne fu lacerato, alcuni dei 380 a bordo vennero proiettati in mare, altri rimasero mutilati. La gente, folle di paura, si precipitò alle scialuppe. I testimoni raccontarono che la corsa alla salvezza fu feroce, che i più forti travolgevano donne e vecchi, e che alcune scialuppe troppo cariche si capovolsero in mare. Un giornalista del New York Sun che era a bordo scrisse che non avrebbe mai dimenticato l’urlo dei naufraghi: mentre le scialuppe si inclinavano inesorabilmente nell’acqua gelida.

Sul Sussex c’era anche una giovane donna italiana con un bambino di due anni e un’altra, neonata, in braccio. Il marito era già partito per il fronte, in patria. Lei tornava a casa con i suoi figli. Il terrore di una madre sola con due bambini, su una nave che sta per affondare, mentre il sole declina e sul mare scende la notte, lo immaginate? Alcuni passeggeri si gettarono in acqua; alcune madri lanciarono nelle scialuppe i figli, affidandoli alla pietà di sconosciuti. Anche la donna italiana lanciò la sua bambina in una scialuppa. La bambina cadde in acqua. Delle mani si allungarono freneticamente; la riacciuffarono, fradicia. La temperatura quella notte era attorno allo zero. Fra i naufraghi, una suora avvolse maternamente la neonata nei suoi lunghi mutandoni di lana.

I morti del Sussex furono cinquanta. Un U-Boot tedesco aveva scambiato il traghetto per una nave da guerra, e l’aveva silurato. Il telegrafo della nave era stato danneggiato e solo a notte arrivarono i primi soccorsi, che trasportarono i superstiti a Boulogne o a Dover. Tra loro c’erano anche l’italiana con i suoi bambini; sua figlia, scrissero i giornali inglesi, era la più piccola superstite del Sussex. Aveva cinque mesi. Quella bambina era mia madre, e quante volte mi ha raccontato questa storia. Una di quelle storie drammatiche ma a lieto fine che a me piaceva ascoltare, come fosse una fiaba. La tragedia della Concordia è andata a risvegliarmi questa storia di cent’anni fa. Quante volte ci ho pensato, a quella notte sulla Manica, ai cinquanta uomini e bambini portati via, e ai trecento lasciati. Perché proprio loro salvi e gli altri no? La vertigine nel pensare che senza quella mano tesa a riagguantare una bambina nell’acqua, non ci sarei io – ma, soprattutto, non ci sarebbero i miei figli.

Tragedie come queste ci mettono davanti, come pagine di un libro socchiuso, i disegni di Dio. E abbiamo paura, e non capiamo, e pensiamo a un fato sordo e cieco; ma non ci resta, inermi, che affidarci a un suo disegno, che tuttavia è buono. Oppure solo sgomento, e scandalo, e rabbia, e infine il nulla nelle nostre parole atterrite.

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