Fotografia – I luoghi e volti di Nomachi raccontano la sacralità dell’esistenza

Noi che leggiamo le notizie dai comodi schermi dei nostri pc sempre accesi, noi che sfogliamo sui nostri tablet sempre più aggiornati le immagini che immortalano i luoghi remoti della terra, noi che andiamo alle mostre di dipinti, sculture e fotografia spesso più per evadere da una quotidianità stressante che per alimentare una passione, dimentichiamo spesso la sacralità della nostra vita, i cui attimi irripetibili ripetiamo ogni giorno, attendendo che qualcosa di particolare accada. Ma ci sono quelli che questa sacralità esistenziale la celebrano tutti i giorni, fronteggiando una routine fatta non di abitudini ma di lotta alla sopravvivenza, coltivando – senza alcuna esitazione – tradizioni la cui storia si perde nella notte dei tempi, sopravvivendo in ambienti pericolosi e ostili.

Sono storie di uomini che vivono nelle terrè più aspre, dall’Etiopia alle rive del Gange, dal deserto del Sahara alle sponde del Nilo, che il fotografo documentarista Kazuyoshi Nomachi ha osservato da vicino per oltre 40 anni e che possiamo ammirare di presenza presso il Centro di Produzione Culturale – La Pelanda di Roma, all’interno della mostra fotografica intitolata Nomachi. Le vie del sacro, che resterà aperta fino al 4 maggio 2014. Si tratta della più grande mostra antologica dell’artista in Occidente, dove i ritratti, le figure umane e i paesaggi raccontano di quella dignità assoluta raggiunta dal sacrificio e dalla “preghiera della ricerca del sacro”, il tema attorno al quale ruota l’intera opera del protagonista.

 

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