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L’eutanasia di Laura. Anche per l’Espresso «di depressione non si deve morire»

luglio 10, 2015 Redazione

espresso-laura-eutanasiaAnche l’Espresso scrive che «di depressione non si deve morire». Il riferimento è al caso di Laura, la ragazza belga di 24 anni, a cui un’équipe di medici ha concesso il ricorso all’eutanasia. Tempi.it vi ha raccontato la storia tempo fa, pubblicando una lettera aperta alla giovane (Cara Laura, ci sono passata anch’io) e un passaggio di un articolo della giornalista e scrittrice Marina Terragni.

Ora vale la pena di segnalare quanto scritto sull’Espresso in edicola questa settimana dove, nella rubrica delle lettere, una lettrice che si definisce «laica e libertaria» scrive alla giornalista Stefania Rossini per esprimere il proprio sgomento di fronte alla vicenda. «Sono stata depressa anch’io – scrive – anzi lo sono ancora perché la depressione va e torna» e, aggiunge, la decisione dei medici belgi è il segno di una «società impazzita».

Rossini, rispondendo, ribadisce l’impegno dell’Espresso sulle battaglie sui diritti civili, «in passato il divorzio e l’aborto, oggi le unioni gay», ma sul caso di Laura dà ragione alla lettrice. «Nella decisione di quei tre medici, che hanno dato ascolto al desiderio autodistruttivo di una giovane depressa, c’è qualcosa di sinistramente ideologico che ha permesso di interpretare un sintomo come una malattia terminale».


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2 Commenti

  1. Sebastiano says:

    Nullo: nomen omen

  2. Gazz.34487 says:

    Nemmeno viene presa in considerazione l’ipotesi che il soggetto sia libero da suggestioni o vizi del volere. Un esaurimento nervoso, un’umiliazione o lo scoraggiamento per un rovescio patito o una delusione amorosa spesso sono in grado di alterare completamente la personalità. La pericolosità di chi afferma l’ipotesi eutanasica è palease anche per chi ama la vita quale bene indisponibile e che nel frangente di una sindrome depressiva o altre patologie che ne alterano il consenso libero e spontaneo sarebbero subito assecondati e pertanto condotti alla morte in viziata libertà portando in argomento che non è obbligatorio curarsi. Soggetto che si ammala potrei essere anch’io, contrario da sano e inconsapevole della malattia (ciò valido anche per persone facilmente influenzabili, deboli, malati cronici e facilmente vittime di comportamenti che agevolano e determinano il rafforzamento del proposito suicida; indifferenti sono i mezzi. Tali condotte possono rivolgersi anche da persone indeterminate quali, ad esempio, sette). Si pretenderebbe insomma che anche coloro i quali a democratica maggioranza concepiscono la vita come bene indisponibile, l’omicidio come reato a forma libera e il suicidio come un disvalore, si pretenderebbe, dicevo, che oltre alla contrarietà di convinzioni concorressero in contributo statale al pagamento dei boia esecutori, dei materiali e dell’impegno delle strutture per tale pratica. Come se già non bastasse l’onere morale e pecuniario di obbligato concorso in correità omicida abortiva. E qualcuno (probabilmente contrario anche ai TSO e la motivazione è facilmente comprensibile) ancora afferma: “siete contrari all’eutanasia? OK, ma perché dovete negare a me tale diritto?” (oppure a vostra figlia che va male all’università o anche a quel ragazzino abbandonato dalla fidanzata, ecc.). Il suicidio è un grido di aiuto che chiede una risposta. Che si incrementino le cure per tutti, soprattutto per le persone con disagio mentale, per le persone abbandonate e in difficoltà. E si smetta di dire che tutto quello che decidiamo nella nostra solitudine è fatto bene. Troppo facile aprire al suicidio che deresponsabilizza dall’obbligo della solidarietà.

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