Economia di guerra o no? È ora di parlare chiaro agli elettori

Draghi, Biden, Macron, Von der Leyen
Da sinistra, Mario Draghi, Joe Biden, Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen

Su Huffington Post Italia Mariano Giustino scrive: «Accolto come un faraone con al seguito cinque ministri, Di Maio, Guerini, Lamorgese, Giorgetti e Cingolani, ha firmato nove accordi di cooperazione in materia di sicurezza, commercio, difesa, energia, trasporti e cultura. Draghi ed Erdoğan, dopo dieci anni, hanno provato a rafforzare una difficile strategia di insieme nel bacino del Mediterraneo, dall’Africa al Medio Oriente oltre che nell’area dei Balcani e nel Mar Nero, e hanno provato a gettare le basi per una più stretta collaborazione nel fronteggiare le nuove sfide geopolitiche e le emergenze dovute alla guerra in Ucraina».

Le mosse di Draghi verso Recep Tayyip Erdoğan erano assolutamente necessarie sia per affrontare la crisi del grano sia per prevenire nuove ondate migratorie sia per tentare di costruire un qualche sbocco alla guerra in Ucraina. Riconoscere però l’intelligente capacità di iniziativa del nostro presidente del Consiglio non significa dimenticare la sua debolezza di fondo: quella di non essere un leader che fonda la sua strategia su una base politicamente legittimata dal voto popolare. Da qui una retorica che va dal dare, qualche mese fa, a Erdoğan del “dittatore necessario” alle esternazioni nei suoi confronti, di oggi, più retoriche che realistiche.

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Su First online Maria Teresa Scorzoni scrive: «Crolla l’euro ai minimi da 20 anni e affondano i listini europei, nell’ennesima seduta da brividi di questo 2022 che doveva essere l’anno della rinascita post pandemia. Apre male anche Wall Street, dopo il lungo weekend del 4 luglio, a causa dei crescenti rischi di recessione che azzoppano persino il petrolio, a picco in questo momento. A New York soffre il settore auto, con Tesla e Stellantis, mentre Ford tocca i minimi dell’anno dopo un calo di vendite nel secondo trimestre. In Europa, d’altra parte, salgono i prezzi del gas, per gli scioperi in arrivo nel settore in Norvegia, che potrebbero portare a una riduzione del 60 per cento delle esportazioni nel prossimo weekend, dopo i tagli dalla Russia che hanno già innervosito parecchio i mercati. Il tutto mentre i Pmi della zona euro certificano un rallentamento della crescita nel mese di giugno».

Le difficoltà evidenti delle nostre economie vengono illustrate con chiarezza su un sito intelligente come First online, ma non trovano molto spazio sui media mainstream. Non si potrà ancora per molto però evitare il confronto con opinioni pubbliche turbate da fenomeni come l’inflazione e porle, dunque, di fronte alla scelta se puntare o meno su un’economia di guerra.

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Su Scenari economici Giuseppina Perlasca scrive: «Olivier Véran, portavoce del governo, ha annunciato che non ci sarà alcun voto di fiducia nei confronti del primo ministro Elisabeth Borne dopo il suo discorso programmatico al Parlamento di Parigi mercoledì. Quindi in Francia avremo un governo di minoranza che neppure tenta di avere la fiducia e che agirà caso per caso».

Joe Biden ha raggiunto bassissimi livelli di popolarità, Boris Johnson è sulla soglia delle dimissioni, Emmanuel Macron non può permettersi di chiedere un voto di fiducia al premier a cui dato l’incarico di formare il governo. Il formidabile fronte occidentale ha di fronte un formidabile problema: chiedere o no ai popoli che lo compongono se accettare o meno un’economia di guerra.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Stefano Magni scrive: «Scrivendo il parere di maggioranza, il giudice supremo John Roberts sostiene che il principio da seguire sia quello di guardare “con scetticismo” alle agenzie che affermano “in uno statuto a lungo esistente, un potere non annunciato”, che in realtà rappresenta un’“espansione trasformativa” del suo potere. L’Epa, per imporre il cambiamento sulla produzione di energia, aveva usato una sua prerogativa che poche volte era stata invocata prima del 2015. Era il tipico modo di agire dell’amministrazione Obama: conferire nuovi poteri alle agenzie, concentrare funzioni nelle mani di “zar” di nomina presidenziale, per imporre il cambiamento rapidamente, senza troppe discussioni in Congresso. Il giudice supremo Neil Gorsuch, in una nota, constata come il problema, dal punto di vista progressista, sia nella complessità e lentezza del processo legislativo. Ma è proprio questo che volevano i padri fondatori degli Stati Uniti, secondo Gorsuch, per proteggere la libertà e aumentare la responsabilità. È il Congresso, responsabile di fronte al popolo che lo elegge, che deve dare “ordini chiari” alla burocrazia».

Senza dubbio in un momento così tempestoso come l’attuale tutte le radicalizzazioni preoccupano, però è difficile non cogliere nelle scelte della maggioranza della Corte suprema americana una questione con cui si deve fare i conti: quando vi è una contraddizione tra diritto alla vita e diritto delle donne di scegliersi il proprio destino, tra le scelte che garantiscono lo sviluppo economico e quelle che difendono l’ambiente, è opportuno o meno lasciare una parola decisiva alla politica legittimata dal voto popolare e non affidare le soluzioni delle contraddizioni “solo” ad astratti princìpi giuridici, non previsti dalla Costituzione “scritta”, o alle pur decisive “competenze tecniche”?

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