Dopo quello sul petrolio russo, Ursula von der Leyen è già pronta per nuovi pasticci

Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (foto Ansa)

Su Formiche Luigi Romano esamina le dichiarazioni del presidente americano su Taiwan, poi “precisate” per non dire corrette da un successivo comunicato della Casa Bianca. Nel corso della conferenza stampa con il primo ministro giapponese, Joe Biden alla domanda «sarebbe pronto a un coinvolgimento militare diretto per difendere Taiwan, se la situazione lo richiedesse?», ha risposto «sì» e ha aggiunto: «Questo è l’impegno che abbiamo preso». Scrive Romano: «Poco dopo la conferenza stampa, come accaduto in autunno, la Casa Bianca ha puntualizzato che la posizione statunitense su Taiwan non è cambiata. In base alla politica di “una sola Cina”, gli Stati Uniti non riconoscono Taiwan come Stato indipendente dalla Cina».

L’ambiguità strategica degli Usa rispetto a Taiwan, paese non riconosciuto ma al quale si è promesso l’aiuto anche militare in caso di attacco di Pechino, è uno dei casi più evidenti delle difficoltà che si creano quando mutamenti radicali (la rivoluzione cinese del 1949 come la dissoluzione dell’Urss) lasciano irrisolte questioni che poi si trascinano per decenni e in assenza di una sistemazione condivisa continuano a rappresentare un rischio di conflitto.

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Su Huffington Post Italia Angela Mauro constata che l’obiettivo sbandierato a lungo dalla Commissione Ue, quello dell’embargo sul petrolio russo, si è arenato quasi definitivamente. Non è più all’ordine del giorno come ammette la stessa Ursula Von Der Leyen: «“Non me lo aspetto e non voglio creare false aspettative”. A quasi un mese dall’annuncio ufficiale che lei stessa aveva fatto al Parlamento europeo a Strasburgo sul nuovo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca, embargo sul petrolio incluso, Ursula von der Leyen si arrende. A una settimana dal Consiglio europeo straordinario della settimana prossima a Bruxelles, la presidente della Commissione europea si ricrede».

Al premier ungherese Viktor Orbán è toccato il ruolo di guastatore esplicito, ma in realtà la Germania e probabilmente l’Italia non erano pronte ad affrontare gli effetti pesantissimi sulle loro manifatture di un blocco delle importazioni energetiche dalla Russia. Adesso la presidente della Commissione si è infilata in un altro pasticcio, ha suggerito di usare gli asset russi sotto sequestro per la ricostruzione dell’Ucraina. Idea piuttosto utopistica, perché prevede che si possa ricostruire in una situazione in cui permangono e si aggravano le sanzioni contro Mosca, ma ovviamente per ricostruire ci vuole una pace o almeno una cessazione delle ostilità, che richiedono qualche forma di accordo con la Russia.

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Su Fanpage Adriano Biondi sostiene che “l’isolamento di Draghi è il vero problema politico del paese”. L’analisi della situazione è abbastanza realistica: «Non c’è un vero programma politico da attuare, bensì un’agenda da portare avanti per onorare il contratto firmato con le istituzioni europee, in modo da ottenere le risorse necessarie a sostenere il Pnrr. Persino la gestione delle emergenze ha perso non solo efficacia, ma un qualunque slancio di prospettiva: ci si limita a navigare a vista e mettere qualche toppa di tanto in tanto, tra mille caveat e distinguo di politici e decisori».

C’è una forzatura evidente quando si chiede a una maggioranza che non nasce da una coalizione volontaria o da un mandato elettorale ma solo dalla convergenza su tematiche emergenziali di comportarsi come se invece fosse nata su un programma condiviso, che non c’è mai stato. Se si sceglie di commissariare la politica e di far governare in base a princìpi tecnocratici, per quanto esercitati con abilità, si sa che il confronto, che è la base della democrazia, escluso dalla pratica di governo, trova modo di esprimersi in qualche modo. Per fortuna.

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Su Formiche Francesco Di Paolo scrive dell’attacco violento del presidente turco Recepp Tayyip Erdogan nei confronti del premier greco Kyriakos Mitsotakis, «accusato dal turco di essere parte della fantomatica “lobby Biden”», attacco non casuale «perché avviene nelle stesse ore in cui nel Mediterraneo orientale si verificano due fatti significativi: l’inizio dei lavori di perforazione del campo “Cronos-1” all’interno del Blocco 6, nella zee della Repubblica di Cipro da parte del consorzio Eni Cyprus Limited e Total Energies EP Cyprus BV; e la possibilità che Israele ed Egitto esportino gas in Europa».

Il clima bellico rinfocola vecchie tensioni, come quella su Cipro, con effetti dirompenti anche all’interno dell’alleanza transatlantica, che evidentemente è tutt’altro che granitica come sostengono le fanfare guerresche.

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Su Strisciarossa Guido Rampoldi denuncia che «le università di 16 paesi europei, innanzitutto britanniche, tedesche e francesi», ma non quelle italiane, «vanno bloccando la collaborazione con le università russe».

Giusto criticare una misura che colpisce la diffusione della cultura, ma sarebbe interessante che la stessa condanna colpisca le molte università che ormai da anni hanno bloccato la collaborazione con gli atenei israeliani.

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Su Scenarieconomici Giuseppina Perlasca informa sulla decisione del premier ungherese Viktor Orbán di proclamare lo stato d’emergenza: «Qualche ora dopo aver preso il controllo dell’Ungheria, facendo approvare un emendamento costituzionale che permette al suo governo di governare per decreto quando scoppia una guerra in un paese vicino, il primo ministro Viktor Orbán ha dichiarato lo stato di emergenza per motivi bellici».

Uso da manuale di un conflitto esterno a scopi interni, altro che difesa della democrazia.

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Su Linkiesta spicca l’appello liberal “Perché il 12 giugno dobbiamo votare a favore dei referendum sulla giustizia”. In particolare si sottolinea il valore della separazione delle carriere e la partecipazione degli avvocati alla valutazione dei magistrati.

Al di là del giudizio di merito, conta che ci sia consapevolezza dell’importanza di una consultazione che la maggior parte dei media passa sotto silenzio.

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Sul Blog di Beppe Grillo viene pubblicato un articolo di Paul Rulkens, un esperto di strategie che tratta del pensiero innovativo come espressione di piccole minoranze. Il titolo dell’articolo è “La maggioranza è sempre in errore”.

Sembra che il garante dei 5 stelle si porti avanti con il commento ai risultati elettorali delle sue liste.

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