Il Paese dei Normali

L’ex detenuto che non è pentito

Di Fabio Cavallari
16 Agosto 2026
«Mi dispiace per mia madre. È morta mentre ero dentro. Mi dispiace per la madre dell'uomo che ho ucciso. Ma se mi chiedete di mentire sui sentimenti per rassicurare la vostra idea di giustizia, non sono capace».
Mani di detenuti tra le sbarre di un carcere
Foto Depositphotos

Ogni giovedì, alle sette e mezza del mattino, entra nello stesso bar. Ordina un cappuccino e una brioche vuota. Saluta tutti con educazione. Quasi nessuno risponde.

Ha passato diciassette anni in carcere per omicidio. Quando è uscito, il giornale locale gli ha dedicato dodici righe. Il paese, invece, gli ha dedicato il silenzio.

Ogni tanto qualcuno gli chiede se si sia pentito.

«No».

Lo dice senza provocazione.

«Pentito no».

Allora cala un gelo che dura quanto un caffè.

Lui aspetta sempre qualche secondo prima di continuare.

«Mi dispiace per mia madre. È morta mentre ero dentro. Mi dispiace per la madre dell’uomo che ho ucciso. Ma se mi chiedete di mentire sui sentimenti per rassicurare la vostra idea di giustizia, non sono capace».

Nessuno nasce falegname

Da tre anni lavora in una falegnameria. Costruisce tavoli e dice che il legno assomiglia agli uomini: se provi a raddrizzarlo con la forza si spezza, se impari dove passa la vena, qualche volta si lascia convincere.

Il proprietario gli ha dato fiducia il primo giorno.

«Perché?».

«Perché nessuno nasce falegname».

Lui non ha più chiesto altro.

Quando esce dal lavoro passa davanti al cimitero. Non entra mai. Qualcuno pensa che sia mancanza di coraggio. Lui dice che ci sono tombe davanti alle quali non basta inginocchiarsi.

Una sera il figlio di un suo collega gli domanda se il carcere serva davvero a cambiare le persone.

L’ex detenuto rimane in silenzio. Poi risponde: «No. Il carcere ti impedisce di scappare dagli altri. Cambiare è un’altra pena. Quella nessun giudice può infliggerla».

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