«Caro padre Aldo, hai ragione. Sono una zitella e questo mi brucia dentro»

padre-aldo-trento-jpeg-crop_display_0Caro padre, ho appena finito di leggere il suo articolo su Tempi n. 46. Quello dal titolo  “… condannati allo zitellaggio”. L’ho letto per distrarre un momento l’anima e il cuore dalla sofferenza. Ma già il titolo mi aveva ferita.

Sì, ha ragione: lo zitellaggio è proprio amaro. È una sofferenza profondissima che riempie la mente di domande. Perché Dio non ha scritto nessun nome per me? Passo notti tentando di cercare un senso alla sequenza dei giorni. Così si finisce per cercare amore nei modi sbagliati. E intanto dentro brucia questo desiderio grandioso e incontenibile di amare ed essere amati. Ecco io sto così. Una zitella che non riesce a ingollare questo calice amaro della solitudine.

Avrei tanto voluto anch’io una bella storia, con tutte le sue difficoltà indubbiamente, ma sana. Un matrimonio in chiesa, le fedi, le promesse, i progetti per la vita e i figli. Dio quanto mi sono mancati i figli. E non c’è pace, ché in ogni luogo e in ogni programma, libro, rivista o intervista o predica in chiesa ti dicono che «è l’amore che fa girare il mondo, l’uomo non è fatto per stare solo, i figli sono il senso della vita», e ogni volta ti si stringe il cuore e ti si gonfiano di lacrime gli occhi e ti senti fuori da tutto, inutile come una pianta sterile.

Ho 50 anni e mi è capitato di innamorarmi dell’uomo sbagliato, di fare i conti con una vita che ormai volge al tramonto con un mare di domande senza risposte. E prego, chiedo di capire. Se la mia croce doveva essere la solitudine, perché mi è stata messa sulla strada una persona che non posso amare? Insomma, ho chiesto a Dio di farmi guarire, di farmi vedere un raggio di luce, ma tutto sembra fermo.

Caro padre, sarebbe bello che qualche volta si spendessero due parole anche per le persone che restano sole. Le assicuro che la sofferenza è grande, ma grande davvero.

Lettera firmata

aldo-trentoPiù di una persona ha reagito al mio articolo. E con ragione, perché nel gergo normale con zitella si intende una persona fracassata nella sua affettività. Una persona che per differenti ragioni non ha incontrato marito o moglie. E quindi vive come una persona frustrata, condannata a vivere da sola. Ma di fatto non è così, perché la zitella può essere benissimo anche una donna sposata o consacrata. Come può esserlo uno sposato o un consacrato. E quando diventiamo zitelli? Quando perdiamo la nostra identità e viviamo come borghesi, come funzionari al servizio del potere civile o ecclesiastico. Uomini omologati alla mentalità dominante.

Nel catechismo guaraní leggiamo: «Il primo articolo del Credo dice di credere in Dio. Che cosa significa per te Dio? Risposta: L’esistenza di un Signore infinitamente buono, saggio, onnipotente, principio e fine di tutte le cose e al quale tutte le cose obbediscono». Il catechismo di san Pio X alla domanda: perché Dio ha creato l’uomo (maschio e femmina), risponde: «Per conoscerLo, amarLo, servirLo in questa vita e godere con Lui nel Paradiso».

Lo zitellaggio è un modo di vivere senza la coscienza che il fine del vivere, il senso dell’esistenza è quanto affermato dal catechismo. La zitella o lo zitellone è la persona umana che non si concepisce come relazione con il Mistero, per cui gli è impossibile discernere cosa Dio voglia da lui o da lei.

La vocazione originaria dell’uomo è quella di concepirsi come voluto da Dio. Il problema si sposta e diventa: ma io come mi concepisco? La solitudine di cui parla la signora della lettera non è forse il frutto dell’autonomia che viviamo? Nella vita concreta molte volte mi sono trovato davanti a persone che ostinatamente pretendevano che il disegno di Dio coincidesse con il loro. Quante donne o uomini che arrivati a 50 anni seguono ostinati il loro sogno di incontrare l’anima gemella… Continueranno a seguirlo nella tomba!

Uno è solo quando, invece di arrendersi al Mistero che è il senso della vita, si attacca morbosamente ai suoi capricci. Il senso della vita non sono i nostri progetti e neanche i nostri figli. Il senso della vita coincide con il riconoscere che «Io sono Tu che mi fai». Quando viene meno questa certezza, diventiamo tutti dei grandi zitelloni. Anche io facevo parte di questo club. Il punto nodale è: o ci arrendiamo all’evidenza della realtà o seguiremo a lamentarci. Solo è chi si dimentica della sua origine.

paldo.trento@gmail.com