B è il mago Atlante che giganteggia circondato da piccoli nani

Il mago Atlante, racconta Ludovico Ariosto, difendeva il suo castello incantato dagli assalti dei cavalieri. A bordo dell’alato Ippogrifo, armato d’un libro e d’uno specchio, nessuno poteva resistergli. Talvolta si divertiva, coma fa il gatto con il topo, e lasciava ai suoi avversari l’illusione d’una possibile vittoria. Poi, quando s’era stancato, calava implacabile sulle sue vittime, annientandole.

B è il mago Atlante: giganteggia circondato com’è da piccoli nani.

Non deve far nulla; gli basta star fermo. A farlo grande ci pensano i suoi avversari. Il compagno B colpito nella dignità, tace per il bene del partito, non pettina bambole, ingoia rospi e aspetta, teme, spera, attacca, replica, parla, si agita. La compagna F rispone al compagno R e gli dà del miserabile. L’amico M, svegliato di soprassalto, s’accorge di non essere gradito, reagisce, s’indigna e poi torna a dormire. I tupamaros della ditta G e C si consultano, per ben due volte, reagendo con determinazione a un attacco informatico, e propongono, con il plauso del giornalista P., dieci candidati dieci, e tra loro un uomo che sconvolgerà, scuoterà, sveglierà il paese, inaugurando una nuova fase nella storia della Repubblica: Romano Pr.

Intanto B, l’immorale B, l’indagato B, l’impresentabile B, il bollito B svolazza sul suo Ippogrifo e si gode la sua ormai conclamata immortalità.

Scrive l’Ariosto che un bel giorno un cavaliere, per la precisione un’amazzone, giunse a sfidare il mago e lo vinse. Sulle prime finse di soccombere, ma poi ebbe facilmente la meglio su Atlante, perché portava al dito un magico anello che rendeva vani i trucchi e gli incantesimi del tremendo avversario, che alla fine si mostrò per quello che in realtà era: un vecchio infelice e decrepito.

L’amazzone si chiamava Bradamante.

Che fine ha fatto?

Qualcuno dice d’averla vista, legata e imbavagliata, in qualche stanza romana, ostaggio del popolo dei nani.

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