Perché per Beppe Sala ricandidarsi a Milano è proprio l’ultima spiaggia

Oltre a essere pagato meno di Tridico, il sindaco sa perfettamente che non potrà mettere in discussione il sistema “romano” a cui deve fortune e catene (questo può farlo solo il centrodestra)

Beppe Sala

Vittorio Sgarbi si candida con i No euro. Virginia Raggi con la fauna e la flora cresciute sotto le ali della sua indimenticabile sindacatura. Un ex assessore di antica etichetta rossa candida se stesso alla visibilità. E non è detto che la sorpresa non venga da Massimo Giletti, conduttore televisivo che «non ho ancora detto di no».

Curioso. Mentre nella campagna elettorale per il Campidoglio Paolo Mieli vede un «tema con il quale il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha ancora avuto l’occasione di cimentarsi» (forse perché sindaco e Consiglio comunale della capitale sono le salmerie dell’esecutivo romano?), Milano ferve di laboratori di cosiddetto “ascolto” dei cittadini.

Molto creativamente il sindaco milanese uscente Giuseppe Sala ha battezzato il suo privato (o forse pubblico) progetto “Fare Milano”. L’opposizione, che ha molta più immaginazione di Sala e domenica scorsa ha voluto darsi un colpo d’ala con un evento nel segno dell’“Immagina” (copyright Massimiliano Salini, eurodeputato e coordinatore regionale di Forza Italia) ha invece promosso il suo controcanto all’insegna del “Cantiere Milano”.

In buona sostanza, siamo ancora ai preliminari. E non diciamo che i due schieramenti si stiano studiando in vista dell’affondo. Diciamo piuttosto che dominando il Generale Covid, con i suoi attendenti al governo e il silenzio pietratombale del suo Parlamento, a chi volete gliene importi delle elezioni amministrative della primavera prossima, ammesso che ci si arrivi non in regime lockdown? 

Dovrebbero importare, però. Perché in effetti nelle due capitali – e in special modo Milano, se è vero come è vero che Milano è la porta dell’Europa e paga dazio per tutti, Roma è la risacca papalina e l’asso piglia tutto del sistema Italia – si giocherà il futuro del paese.

Dunque, a bocce ferme e stando le opposizioni al traino della logica dell’“uomo grigio”, non c’è nessun motivo per sperare che a Milano gli elettori prediligano «un esponente della società civile, un manager, una persona competente eccetera»  – come vanno auspicando dirigenti del centrodestra – al sindaco uscente Giuseppe Sala, usato sicuro che già rappresenta bene quel genere di profilo. 

Sì, certo, ammesso che Sala abbia voglia di continuare a rappresentarsi su quella poltrona di sindaco.

In effetti, al netto dei malumori interni al Pd e pure ai grillini che non ci stanno a fare la figura degli utili idioti, Sala continua a traccheggiare, visibilmente mostrando poco entusiasmo e, dicono i villani, spazientendosi assai nell’attesa che salti fuori un posto da super manager nel regimetto che via Covid si va elaborando nella Roma eterna dell’eterna franza o spagna.

Ai malumori interni al Pd milanese ha dato voce la vispa femminista, ricercatrice in Bicocca e consigliera Pd Angelica Vasile. Che come tutti i suoi colleghi di partito ha appreso dalla pubblicistica house organ che è partita la fase del cosiddetto “ascolto” in chiave elettorale. 

Avendo convocato Beppe Sala ben 37 tavoli tematici e mobilitato addirittura 700 manager, esperti, consigliori, barracuda della imprenditoria e squali della tecnocrazia meneghina, per la più classica delle ammuine: quella del programma stilato al top della competenza, della visione e, ci mancherebbe, dell’innovazione.

Così, se è normale che l’opposizione si sia fatta a avanti coi capigruppo di Forza Italia (Fabrizio De Pasquale) e della Lega (Alessandro Morelli) per denunciare il sospetto uso di soldi pubblici per costruire la cattedrale delle promesse del sindaco, è la prima volta che, per bocca della neo mamma Vasile, si sente la maggioranza di sinistra in Comune esprimersi pubblicamente. 

Non diciamo “contro”, ma insomma esprimendo qualche perplessità nei confronti dell’ex renziano ai vertici Expo e di lì primo cittadino a Palazzo Marino.

«Non ho mai detto parole contro il sindaco e la giunta anche se a volte non ero d’accordo – ha sbottato la Vasile Angelica – però ora voglio dire al sindaco e a chi ha organizzato i tavoli che i consiglieri e il Consiglio non sono stati coinvolti». 

Se il buongiorno si vede dal mattino, il capogruppo Pd Filippo Barberis dovrà fare gli straordinari per tenere insieme la maggioranza in questi giorni molto difficili per chi è abituato a comandare i suoi a bacchetta.

Sono infatti i giorni nei quali, paradossalmente, mentre il Covid morde e il ministro Roberto Speranza non dispera di trovare orecchioni che ci ascoltino dietro le porte delle nostre case, in Consiglio cittadino il Pd impone un dibattito surreale sul regolamento comunale. Con l’obbiettivo di modificare le regole del gioco elettorale unilateralmente, con voto a maggioranza (mentre nel 2016 il ben più a sinistra Giuliano Pisapia si accordò con la minoranza su questo tema), nella parte riguardante la legge elettorale. 

Tutto ciò in funzione di facilitare il doppio turno (dove la sinistra è tradizionalmente avvantaggiata) e, viste le affettuosità estive che si sono scambiati i due Beppe, possibilmente incamerare il voto di rinforzo grillino.

Ma anche su questo fronte ci sono brutte notizie per Sala. Perché se i sottoposti al sergente Barberis mugugnano, anche i due consiglieri cinquestelle (un terzo è passato al centrodestra) hanno fatto sapere intervenendo in Consiglio che considerano «burlesca» l’ipotesi di una alleanza con Sala e il Pd. «Noi siamo per il verde – ha tuonato il consigliere 5s Gianluca Corrado – non per la speculazione immobiliare, e siamo per una Milano sostenibile per tutti, non solo per i ricchi».

Ma per tornare a Sala, stretto tra l’ambizione nazionale e la poltrona di primo cittadino dirimpetto alla Scala: scansata Alitalia e Ilva, una coppia di statalizzazioni buona per farci giusto le elezioni al Sud e infilare le solite mani nel solito portafogli degli italiani (tanto per cambiare siamo di nuovo al record di pressione fiscale in Europa, 48,2 per cento di tasse dirette più una ventina di gabelle indirette: vedete un po’ cosa rimane in tasca ai non tenutari di rendite finanziarie, redditi di cittadinanza e lavoro nero!), gli spifferi di palazzo sostengono che Beppe Sala non vorrebbe correre di nuovo per una poltrona che paga meno dello stipendio di Pasquale Tridico (il presidente Inps dei 160 mila sghei) e comporta impegni diuturni che neanche ci immaginiamo. 

Mentre Roma, si sa, pesca direttamente nella cassa comune, se ci sono guai li aggiusta nei palazzacci, ogni fallimento è pagato con l’aumento dei balzelli nazionali (e la giustizia in combutta coi giornali di sistema si occupa solo della destra: romani, prima di votare il nuovo sindaco leggetevi le memorie del compagno e finanziatore di illustri compagni Salvatore Buzzi, Se questa è mafia, poi capite dove sta la “Mafia Capitale”), Milano continua a pagare il dazio di un dirigismo che non le consente di liberare sul proprio territorio le risorse prodotte in città e nella cintura metropolitana.

Di conseguenza, qualcosa di sincero c’è nella malmostosità con cui Beppe Sala si appresterebbe a bere o, se possibile, buttare giù dal balcone di Palazzo Marino il calice amaro della ricandidatura: cos’altro sarebbe la sua rielezione sotto la Madonnina se non la polizza Lloyd del sistema centralista che per altri importantissimi cinque anni (gli anni della pioggia promessa di miliardi europei, dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica e della “resistenza sempre” delle autentiche caste statali a ogni riforma e – vedi caso Palamara – ad ogni operazione trasparenza) Milano resterà ancora una volta ai margini della famosa “unità nazionale”?

Sala si ricandiderà solo e soltanto se non avrà “ricche” alternative. 

Sa perfettamente che non potrà mettere in discussione il sistema al quale deve nello stesso tempo la propria fortuna e le proprie catene. Il sistema che ha nel partito trasversale romano la sua testa. E nell’economia e tasse dei 10 milioni di lombardi il suo polmone. 

Tant’è che la vera partita resta quella della Regione, messa costantemente sotto tiro dal sistema statalista che ha nel governo Conte il suo transeunte corazziere.

Povero Sala, e dire che in cinque anni avrebbe potuto sviluppare i temi che furono alla base delle sua stessa campagna elettorale. Cinque anni fa, quando forte dei successi Expo giurava che «Milano deve contare di più a Roma». O come sintetizzava il giornale che diventerà il suo principale sponsor e organo di pensiero: «Dal federalismo fiscale alla semplificazione delle procedure; dalla candidatura della città a ospitare eventi internazionali fino a diventare sede dell’Authority dei trasporti unificata a quella dell’energia: Giuseppe Sala, candidato sindaco per il centrosinistra, ripete come un mantra che “non dobbiamo perdere la spinta propulsiva che ci siamo guadagnati con Expo e su questo ci faremo ascoltare dal governo”». 

Ecco, dopo un ennesimo quinquennio di sinistra, dopo la cura Pisapia e poi Sala, Milano ha ridotto al lumicino la propria autonomia. Di federalismo fiscale neanche più a parlarne. Però Milano è la città che, grazie alla perseveranza di un ex assessore alle Politiche sociali quale è stato Pierfrancesco Majorino (prima di essere premiato dal Pd lo scorso anno con una poltrona in Europa) ha fatto il pieno di immigrati e di quartieri rovinati dalla violenza di genere e dal mercato della droga. 

Ricorrere alla primarie? La narrazione delle primarie, a Roma come a Milano, è durata lo spazio di un mattino. Giustamente infilzata da un editoriale di gaiezza e ironia folgoranti del succitato Mieli sul Corriere della Sera. Roba del secolo scorso, scrive l’autorevole già direttore del Corsera dei tempi d’oro e storico Paolo Mieli. Tant’è, solo Romano Prodi fu un politico uscito da primarie vere (anno 2005) che mise in fila proprio tutti i poteri, statali e parastatali, banchieri e alta magistratura compresi. Dopo di che – quante primarie avete visto nel centrodestra? – ha sempre avuto ragione Silvio Berlusconi.

Infine, il nostro modesto consiglio visto che da politici avventizi e collaboratori di Tempi gli siamo stati grati per aver compiuto l’unica impresa degli ultimi trent’anni non nata nei salotti capitolini piuttosto che negli uffici ministeriali di via Arenula?

Chi scrive glielo ha messo nero su bianco a Berlusconi (poiché sembra evidente che Matteo Salvini e Giorgia Meloni non sembrano così ingenui da non misurarsi con l’esperienza e il giudizio di Silvio). Ci vuole un profilo di rottura, presidente Berlusconi. Un profilo affidabile, ma di rottura. Per Milano ci vuole un politico che conosce le strade e non un tecnico che maneggia le carte. Ci vuole un personalità viva e non una “società civile”. E poi ci vuole una donna. Una donna e madre con gli attributi. E non un uomo fluido, accompagnato o single, cioè un tutore della medietà. Ci vuole una donna giovane, controcorrente non ingenuamente e non bigottamente. Una donna orgogliosamente libera. Coraggiosamente brillante. Politicamente talentuosa.

Il suo nome e il suo curriculum ricco di onorificenze conquistate sul campo ci sono già. Bisogna che i capi del centrodestra la riconoscano e la candidino ufficialmente. Poiché in alternativa alla novità di una donna forte, politicamente motivata e attrezzata al combattimento, anche il nome del sindaco di continuità e di sistema c’è già. E nessuno, specie in tempo di crisi, comprerebbe un competente manager uomo medio nuovo quando possiede già un buon competente manager uomo medio usato.

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Ps. Per Milano si dice che Salvini abbia chiesto al suo amico, assessore alle Politiche sociali in Regione e segretario cittadino della Lega, di “intervistare” i potenziali candidati alla poltrona di sindaco e di riferire in modo che esca il nome del candidato «entro fine ottobre». La tempistica è giusta. Ma a parte il nostro parere berlusconiano, è della saggezza civica del bergamasco Stefano Bolognini – l’amico di Salvini, assessore regionale e segretario della Lega di Milano – che ci pare sia lecito dubitare. Visto che Bolognini è l’uomo, l’assessore, il politico, che per far dispetto ai detenuti piuttosto che alleviare il rischio epidemia da Covid a gente ristretta in cella – e non raramente ristretta in regime di sovraffollamento – si è rifiutato di utilizzare i 900 mila euro messi a disposizione dalla Cassa ammende del ministero della Giustizia per mettere le carceri milanesi in condizioni più civili al passaggio della pandemia. E vogliono governare la Milano degli Ambrogio, Borromeo, Verri e Beccaria con gente capace di fare politica e di valutare persone con questa “apertura” mentale?