Benfica-Chelsea 1-2. La “maledizione Guttmann” ha colpito ancora

Benfica-Chelsea 1-2. La “maledizione Guttmann” ha colpito ancora. Ecco l’articolo che avevamo scritto questo pomeriggio prima della partita.

Benfica-Chelsea 1-2. La “maledizione Guttmann” ha colpito ancora. Ecco l’articolo che avevamo scritto questo pomeriggio prima della partita.

Morale sotto i piedi, oppure voglia di vendicare la sconfitta. Le emozioni del Benfica traballeranno tra due estremi questa sera: contro il Chelsea all’Amsterdam Arena i portoghesi si giocheranno l’Europa League, reduci dalla delusione patita sabato in Primeira Liga. I rivali storici del Porto hanno vinto 2-1 al 90esimo: una rete di Kelvin nel recupero ha portato alla prima sconfitta in campionato del club di Lisbona, sorpassato dai rivali in classifica sul più bello, quando dopo mesi e mesi al vertice mancano solo due partite e il traguardo è là in fondo. Nulla da fare invece: ora il Porto è a +1 e sabato potrebbe laurearsi ancora campione, sancendo ancora una volta la superiorità nazionale. Sogni di Triplete quindi da lasciare in soffitta per le Aquile, per le quali ora l’Europa League diventa il primo obbiettivo, insieme alla coppa di lega da giocare a fine mese.

C’È PURE EUSEBIO IN TRASFERTA. Viaggerà con la squadra anche Eusebio, leggenda vivente del club, nome che riporta alla memoria gli anni d’oro del Benfica. Un trofeo continentale manca nella bacheca del club proprio dai suoi anni: era il ’62 quando la squadra allenata dal maestro Béla Guttmann sconfiggeva in finale il Real Madrid, grazie ad una doppietta della Pantera Nera. Eguagliavano il successo dell’anno prima, diventavano il club più forte d’Europa, ma quando l’allenatore ungherese chiese alla società un aumento dell’ingaggio, quelli gli risposero picche. Se ne andò sbattendo la porta il tecnico, e lanciando una maledizione contro la squadra: «Senza di me la squadra non vincerà una Coppa Campioni per i prossimi 100 anni». A rileggere ora quelle parole vengono i brividi: in più di cinquant’anni il Benfica all’atto finale della coppa con le orecchie c’è tornato 5 volte, sempre però uscendo sconfitto. ’63, ’65, ’68, ’88… Mai una vittoria, nemmeno nel ’90, quando sulla panchina sedeva Eriksson e la vecchia stella Eusebio si era recato sulla tomba di Guttmann in preghiera: la rete di Rijkard premiò il Milan di Arrigo Sacchi. E pure quando il Benfica ci ha provato con la Coppa Uefa il risultato non è stato diverso: era l’83, e il trofeo finì all’Anderlecht.

IL DECLINO DI FINE MILLENNIO. Sfiancato da quelle delusioni, il club è andato incontro ad un periodo nero: la fine degli anni Novanta è coincisa con le difficoltà economiche e una gestione viziosa della squadra, con rose infinite, acquisti costosi e inconcludenti, 11 allenatori scelti in 8 anni e pochi trofei a rimpinzare la bacheca. Poi è cominciata la ricostruzione, anche per tenere testa al Porto di Mourinho che intanto vinceva Uefa e Champions in 2 anni. E dopo lo scudetto vinto con il Trap, il Benfica si è riaffermato come potenza calcistica nazionale, forte anche di uno zoccolo di tifosi durissimo, il più grande del Portogallo: i Socios nel 2006 erano più di 160mila, e sono i proprietari stessi del club. Tantissimi sono venuti ad Amsterdam per vedere la finale europea, step dove mancano da ormai 23 anni. Ma ancor di più saranno quelli che assisteranno alla partita dalle terre lusitane, col cuore proiettato in Olanda.

CHELSEA, RIVALE OSTICO. C’è voglia di vendetta quindi: non solo per la sconfitta di sabato nel Classico nazionale, ma anche per cercare di invertire quel trend negativo nella storia del club e per cercare di scrollarsi di dosso quella “maledizione Guttmann” che zavorra ogni impegno europeo. L’avversario è dei più ostici, il Chelsea campione d’Europa in carica, con un Benitez in partenza che vuole far pentire la piazza di Stamford Bridge che mai lo ha amato. Anche nei confronti dei Blues il Benfica ha desiderio di rivincita: un anno fa il club di Londra sbattè fuori dalla Champions proprio i portoghesi. Era solo un quarto di finale, ma il club di Di Matteo fu a sua volta partecipe della “maledizione Guttmann”.

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