“Bella ciao” a scuola? Ottima idea, ma cantategliela tutta

Il Pd vuole imporre in tutte le classi lo studio del canto della Resistenza che piace tanto a Greta e alle Sardine. Benissimo: quale occasione migliore per smontare questo e altri equivoci storici a sinistra?

Tra tutte le belle idee del Pd quella di chiedere alla Repubblica di parificare il canto Bella ciao all’inno di Mameli e imporne lo studio in tutte le scuole è la più bella, un atto immenso di generosità disinteressata: la intonò Santoro contro Berlusconi, le Sardine contro Salvini, Boldrini contro il razzismo, le combattenti curde contro l’Isis, i Fridays for future contro il riscaldamento globale, Greta a Torino, i professori cileni contro il presidente Sebastián Piñera, gli operai della Whirpool col compagno De Magistris, Milva a Canzonissima 1971, don Gallo a messa, Tom Waits in inglese (One fine morning I woke up early), i giovani turchi al parco Gezi di Istanbul, i protagonisti dell’attacco alla Casa di Carta, il popolo dei balconi durante il lockdown. Anzi, è proprio durante una di quelle belle giornate tutte infornate di malati e morti in ospedali e al camposanto che i sempre braveheartissimi onorevoli Fassino, Anzaldi, Pezzopane, Prestino e Fragomeli hanno pensato che sarebbe stato bello presentare al parlamento una proposta di legge – la 2483 – che si intitola “Riconoscimento della canzone Bella ciao quale espressione popolare dei valori fondanti della nascita e dello sviluppo della Repubblica” e che prevede, all’art.2, «che nelle scuole di ogni ordine e grado, l’insegnamento relativo al periodo storico della seconda guerra mondiale e della Resistenza comprenda anche lo studio della canzone Bella ciao».

CANTO PARTIGIANO? SÌ, NO, BOH, È ORECCHIABILE

Secondo il Tempo la proposta è stata appena licenziata dalla commissione per l’approdo in Aula: giusto, giustissimo, era ora che il lavoro sporco lo facesse la scuola e non solo un manipolo di hacker russi e giornali di destra. Così finalmente tutti sapranno che nessuno sa se Bella Ciao sia mai stata davvero intonata dai partigiani. E che l’unica cosa certa – come disse Giorgio Bocca, che in venti mesi della guerra partigiana non l’ha «mai sentita cantare» (e pure gliela suonarono al suo funerale) -, è che sia stata «un’invenzione del Festival di Spoleto». Festival del 1964, melodia del 1919 (in un 78 giri del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, intitolato “Klezmer-Yiddish swing music”, un genere musicale Yiddish); quanto alla paternità del testo, mai inserito in nessun canzoniere né sentito prima del 1953 quando compare su una rivista, se lo bisticciano mondine, ex carabinieri (insomma qui l’allegra e completa ricostruzione del Corriere), lo studioso Cesare Bermani ci ha appena dedicato un libro per dire invece che è un canto resistentissimo, altro che mondine, che a dirla tutta «Bella ciao viene fuori da una canzone che già Costantino Nigra, nella seconda metà dell’Ottocento, riporta fra i canti popolari del Piemonte, Fior di tomba». Ma insomma: come sia diventato l’“inno” di una guerra durante la quale non esistono prove che fu mai stata cantata e di chi sogna un mondo senza Salvini, inquinamento e pandemie è presto detto: è orecchiabile. E ora tutto questo verrà studiato a scuola e proprio in riferimento al periodo della Resistenza attraverso il motivetto di una canzone che non si sa se sia coeva alla Resistenza. A che pro? Dice Fragomeli che vuole riconoscimento di questo «canto di rango istituzionale, da eseguirsi dopo l’inno nazionale in occasione dei festeggiamenti per la festa del 25 aprile». Evviva, cantori consapevoli.

MA PARLIAMO ANCHE DELL’8 MARZO E DELL’OMOFOBO CHE

È così bella questa idea del Pd che ci chiediamo perché non estenderla a tutti i miti di fondazione della sinistra e cari alle piazze e ai balconi. Tipo, l’8 marzo: l’incendio della Triangle Shirtwaist Factory di New York fu tragedia, ma lo vogliamo dire alle studentesse che questo non fu riconducibile né a scioperi né a serrate, fece vittime anche fra gli uomini e oltretutto avvenne nel 1911, un anno dopo il supposto “proclama”? La data dell’8 marzo fu infatti stabilita a Mosca nel 1921, durante la Seconda conferenza delle donne comuniste, come “Giornata internazionale dell’operaia” in onore della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo, mica contro l’iniquità della società americana: eppure nel 1952 (qui la storia per intero) la sezione femminile della Cgil trasformava l’8 marzo come iniziativa di protesta contro il capitalismo americano.

E Che Guevara – tralasciando il dubbio amletico per cui ogni pacifista espone puntualmente nelle sue manifestazioni la bandiera cubana e il vessillo col volto del Che, cioè un simbolo di lotta armata rivoluzionaria -, lo diciamo agli studenti impegnati a rovesciare statue e a cui la stessa scuola insegna a revisionare la storia precedente alla luce dell’agendina valoriale del XXI secolo che pure Che Guevara non era un poster ma un guerrigliero, cioè un tagliagole, teorico della violenza? «Né Mandela, né madre Teresa di Calcutta», ordinò esecuzioni sommarie, fucilò i suoi avversari, fu razzista e pure omofobo per il semplice fatto che all’epoca del Che e di Castro, «tutti erano omofobi, tranne gli omosessuali ovviamente» (parole di Lee Anderson, giornalista del New Yorker, tra i massimi studiosi di Ernesto Che Guevara).

GRANDE IL PD CHE ABBATTE I MURI

E perché non scolpire nella memoria degli studenti anche due numeri su Stalin in margine alla trattazione delle leggi antisemite e alla persecuzione degli ebrei nella Germania nazista (dai 500.000 ai 600.000 ebrei sterminati tra i dieci milioni di vittime delle purghe), o studiare seriamente il 25 aprile iniziando a dire che nella nostra storia i comunisti hanno ammazzato più antifascisti che i fascisti? E come dimenticare in questa molto progressivamente aggiornata storiografia proposta dai vati dei valori fondanti le storie di Rolando Rivi, Aldo Gastaldi detto Bisagno e Teresio Olivelli?

È una bella idea questa idea del Pd. Certo, non efficace come quella di dimenticarsi di essere l’ex Pci e celebrare il trentennale della caduta del Muro con la storica immagine dei giovani che prendono a picconate il confine di pietra e la scritta «Potete costruire muri, ci troverete ad abbatterli», ma bella davvero.

Foto Ansa