Nella capitale libanese, tra bombe e distruzione, la dignità di un vecchio padre “orfano” di un figlio “shahid”. «Io ho vissuto Beirut quando Beirut era la patria di tutti, cristiani e musulmani. Poi la guerra ci ha divisi»
Mansour, chiamato da tutti Abu Hsem in onore del figlio morto in guerra, Beirut, 18 marzo 2026 (foto Giancarlo Giojelli)
Beirut. Il vecchio esce dalla porta dell’edificio a ridosso del palazzo crollato. Una nuvola di polvere avvolge i soccorritori, i vigili del fuoco, le ambulanze. Il volto di pietra, un antico bastone di legno finemente lavorato, un cappotto elegante che certo ha conosciuto tempi migliori. Le macerie sono accatastate, è quel che resta del palazzo colpito già la scorsa settimana da tre missili, proprio davanti ai nostri occhi, nel centro di Beirut, a Buchara, sotto la collina di Achrafieh, a poche centinaia di metri dai palazzi del governo, dalla Grande Moschea, dalla cattedrale di San Giorgio. L’esplosione sembrava aver distrutto tutto, lasciando solo lo scheletro del palazzo. Ci eravamo tornati ieri sera sera, poco prima del tramonto, per capire se ci fossero ancora morti sepolti sotto le macerie e quanti fossero, tornando dal Sud dove l’esercito israeliano sta progressivamente avanzando, occupando le postazioni strategiche, senza trovare resistenza da parte delle forze regolari libane...
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