Francia, abusi. Barbarin finalmente assolto da un processo assurdo

Il cardinale era stato condannato in primo grado anche se le accuse non stavano in piedi (oltre a essere già prescritte). Chi si scuserà per questa caccia alle streghe durata anni?

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Oggi la Corte d’Appello di Lione ha assolto il cardinale Philippe Barbarin dall’accusa di aver coperto gli abusi sessuali che padre Bernard Preynat aveva commesso nella diocesi di Lione 20 anni prima della nomina di Barbarin ad arcivescovo. Come Tempi ha scritto fin dal primo giorno, anche dopo la condanna in primo grado a sei mesi di carcere con la condizionale del 7 marzo 2019, il cardinale non poteva che essere assolto, dal momento che le accuse erano pretestuose e infondate.

GLI ABUSI DI PADRE PREYNAT

Padre Preynat è stato accusato formalmente il 27 gennaio 2016 per «aggressioni sessuali su minori inferiori ai 15 anni da parte di persona con autorità». Gli abusi sono stati compiuti dal sacerdote tra il 1986 e il 1991 su molti giovani scout, che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni, nella parrocchia di Saint Luc, a Sainte-Foy-lès-Lyon. Padre Preynat è stato denunciato dalle sue vittime per la prima volta nell’ottobre 2015, quando il reato era ormai prescritto e solo dopo che il cardinale Barbarin aveva preso provvedimenti contro il sacerdote nell’agosto 2015, comminando la sospensione ecclesiale.

«L’INGIUSTIZIA È FINALMENTE RIPARATA»

«Questa ingiustizia è finalmente stata riparata. Il cardinale è innocente», si è felicitato uno dei suoi avvocati dopo la sentenza, Jean-Félix Luciani. Barbarin, che si è sempre dichiarato innocente, è ancora formalmente arcivescovo di Lione, anche se da marzo dell’anno scorso, d’accordo con il Papa che ne ha rifiutate le dimissioni, non esercita più le sue funzioni per «riportare la pace in una comunità che ha sofferto tanto».

Barbarin non poteva che essere assolto. Innanzitutto bisogna ricordare che era già stato scagionato nel dicembre 2016 dalle stesse accuse per cui è stato poi condannato in primo grado. Nonostante l’archiviazione, però, nel settembre 2017 un collettivo di vittime ha fatto ricorso alla citazione diretta in tribunale, un istituto francese che permette di saltare il vaglio della procura. È in questo ambito che un giudice ha condannato il prelato in primo grado.

UN CASO ASSURDO

Ma la procura di Lione, che insieme a Barbarin ha fatto ricorso contro la condanna, aveva archiviato il suo caso per tre diversi motivi. Innanzitutto il reato di cui era accusato, ossia la mancata denuncia, era già prescritto; in secondo luogo, i reati di padre Preynat, che ha ammesso le sue colpe ma non è stato ancora condannato in un processo (la sentenza è attesa il 16 marzo), sono prescritti; in terzo luogo, il cardinale Barbarin, quando nel 2014 parlò con una delle vittime e venne a conoscenza degli abusi commessi dal sacerdote, la invitò la prima a sporgere denuncia e sospese il secondo dalle sue funzioni pastorali. Come dichiarato più volte dall’arcivescovo, «non vedo di che cosa sono colpevole: non ho mai cercato di nascondere, tanto meno di coprire, questi fatti orribili. Possono esserci stati errori, ma ho agito in modo più severo di quanto mi era stato chiesto dal Vaticano».

SILENZIO DOPO LA TEMPESTA?

Durante un’udienza a fine novembre, la procura di Lione era tornata a chiedere l’assoluzione di Barbarin, domandando che «il suo caso individuale fosse separato dalle colpe morali e penali della Chiesa» a riguardo della pedofilia di alcuni suoi sacerdoti. Le vele del processo, infatti, sono da subito state gonfiate dal vento impetuoso della propaganda anticattolica, che ha fatto di Barbarin un mostro sul quale scatenare una tempesta mediatica. Proprio come avvenuto con il cardinale George Pell in Australia.

Ora Barbarin, dopo anni di inferno, è finalmente stato assolto (e speriamo che la stessa sorte tocchi presto anche all’ex tesoriere del Vaticano). Resta una domanda alla fine di questa ignobile caccia alle streghe: i giornali che l’hanno dipinto come un sordido e meschino protettore di pedofili ora gli chiederanno scusa o faranno finta di niente?

Foto Ansa