Così «Madonna Ayuso» di Madrid ha affossato la sinistra femminista

Ha vinto le elezioni regionali di Madrid la pasionaria dei Popolari e della “libertad”, bollata come fascista e populista, ma capace di limitare i danni all’economia in piena pandemia

Ieri mattina sui giornali italiani la notizia era «la destra trionfa a Madrid, sdoganati gli estremismi» (dal tweet del Corriere che l’ha presa benissimo). La destra degli anti-lockdown, il terreno spianato ai neofranchisti di Vox, «è come se a Milano avesse preso il potere una destra bauscia. Borghese, piena di sé, fanfarona, individualista un pizzico egocentrica, con tante barzellette alla Silvio» (Linkiesta). «Lo scontro elettorale rafforza gli estremi. Il Pp si sbarazza dell’alleato centrista Ciudadanos ma rischia di finire ostaggio della destra» (Avvenire). «La vera trionfatrice (44%) è Isabel Díaz Ayuso, la “presidenta” uscente, dal curriculum politico debole e sottovalutato, che con piglio populista (i paragoni con Trump sono frequenti) ha sfidato l’esecutivo socialista su tutto» (La Stampa). «Il suo modello di libertà, con il disprezzo dichiarato per i poveri, l’attitudine prossima al negazionismo e l’anticomunismo viscerale, rappresenta la versione spagnola del trumpismo» (Domani). «La Ayuso è giornalista: si è formata curando il profilo twitter di Pecas, il cane dell’ex presidenta madrilena Esperanza Aguirre, morto sotto una macchina per la disperazione dei follower», ricordava Aldo Cazzullo sul Corriere alla vigila della «battaglia epocale di Madrid che riporta la Spagna agli anni ’30».

Il tonfo della sinistra femminista

E poi il tonfo di Pablo Iglesias, il leader di Unidas Podemos (Uniti Possiamo) che si è dimesso da vicepresidente e ministro per i Diritti sociali del governo Sánchez apposta per «fermare i fascisti» (Repubblica) della Comunidad di Madrid, «un maschio femminista che sa cooperare senza voler essere il numero uno», «il macho e il femminista convivono nello stesso uomo», «tra i pochissimi segretari di partito al mondo ad aver preso il periodo di paternità» (7). Iglesias al magazine del Corriere spiegava: «Bisogna imparare dalle donne che ci stanno attorno, abbassare le orecchie e dire: io ci provo».

Morale? Un plebiscito: dopo aver convocato le elezioni anticipate per la regione di Madrid, con una partecipazione record ai seggi superiore al 70%, la presidente popolare uscente Isabel Díaz Ayuso raddoppia voti (44%) e seggi (65 su 136) conquistati nel 2019 ed estingue Ciudadanos (il partito liberale che passa da 26 seggi a zero consegnandoli alla destra). Il Psoe di Pedro Sánchez scende da 37 a 24 seggi (16,8 per cento), superato – nonostante lo scalpore suscitato dall’invio di proiettili ai vertici e allo stesso Iglesias – da Más Madrid, la lista civica di sinistra nata da una scissione di Podemos che ha candidato una dottoressa della terapia intensiva, Monica Garcia. E il leader della sinistra femminista, Iglesias, ha annunciato il ritiro dalla politica.

«Siamo tutti Ayuso»

Ha fatto tutto una donna, liquidata dalla grande stampa come una trumpista populista portavoce di una cagnolina, una 42enne che ha vinto più di tutti e tre i partiti di sinistra messi insieme, e con uno slogan minuscolo: “Libertad”. I madrileni l’hanno premiata per aver conseguito il «miracolo economico» (El Pais). «La donna che libera la Castiglia» (Figaro), infatti, in piena pandemia ha saputo conciliare lavoro e salute attraverso chiusure mirate di singoli quartieri, non dell’intera città, mai di bar e ristoranti. Ha riaperto alberghi, musei e cinema seppure a riempimento limitato appena la curva dei contagi si è abbassata, lasciando come unico limite l’orario delle 23. Ha tenuto le scuole quasi sempre aperte tranne nei quartieri più infetti.

Certamente superiore alla media nazionale, ma abbondantemente sovrapponibile a quello delle altre regioni, il numero dei contagi per Covid-19 a Madrid non ha subito impennate shock (grazie a una campagna di tamponi a tappeto e monitoraggio delle acque reflue per individuare in anticipo i quartieri a rischio in cui ridurre la mobilità). Il Pil, nonostante la chiusura di aeroporto e convegni, non è crollato, merito della capacità degli abitanti di riversare le loro finanze all’interno del perimetro regionale. «Siamo tutti Ayuso. Grazie per esserti presa cura di noi», recitano i manifesti affissi fuori dai bar. Musa di Madrid, “madonna Ayuso” è diventata una pizza, un piatto, “Uova alla Ayuso”, una birra artigianale, “la caña de España”, nata dal supporto degli albergatori e del marchio Cerveza Damas, grati alla Ayuso per aver tenuto la regione in vita e ai Popolari per la difesa del sacro “vivir a la madrileña”.

Tasse basse, libertà di educazione

Quando il presidente Sánchez annunciava la patrimoniale, applicando il totem della sinistra «garantizar que los que más tienen, aporten más» (chi ha di più, versi di più) aumentando imposte per i redditi più elevati e facendo schizzare la tassazione per le imprese, Ayuso annunciava «la più grande riduzione fiscale della storia», riprendendo la tradizione di tutti i governi autonomi del Pp che tra il 2004 e il 2018 hanno abbassato ininterrottamente le tasse locali, a Madrid le più basse del paese.

Mentre Sánchez varava la riforma ultralaicista dell’istruzione (l’ormai famigerata Ley Celaá da Isabel Celaá, il ministro spagnolo della Pubblica istruzione che l’ha imbastita per sostituire il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione con il solo “diritto all’istruzione pubblica”), Ayuso annunciava l’elaborazione della Ley Maestra de Libertad de Elección Educativa di Madrid, volta a garantire «la libertà di scelta, la qualità dell’insegnamento, l’istruzione speciale e lo spagnolo come lingua veicolare» per proteggere la scuola “concertada” (una sorta di scuola paritaria) affossata dal governo centrale con l’eliminazione del concetto di “domanda sociale”.

«I figli non sono dello Stato»

Se per Celaá, per la quale «i figli non sono dei genitori», spetta infatti alle amministrazioni scegliere quanti e quali studenti potranno frequentare le scuole “concertade” in base al criterio unico della prossimità a scuola, vietando ad esse di ricevere donazioni o contributi dalle famiglie pena la perdita del “concierto” (sovvenzione statale che non basta a tenerle in vita), Ayuso non ci sta: «Vogliamo che le famiglie decidano dove mandare a scuola i loro figli. Nessuno sa meglio di loro qual è il centro migliore», ha proclamato promettendo di presidiare il sistema di “zone educative” in vigore a Madrid che consente a «nove famiglie su 10 di ottenere un posto nel centro prescelto come prima opzione».

E ancora: il regolamento di Madrid formulato da Ayuso garantirà il diritto a ricevere un’istruzione in spagnolo, che resta «lingua ufficiale e veicolare della Spagna», termine abolito dalla legge statale, manterrà la possibilità di indire gare d’appalto pubbliche per la costruzione e la gestione di centri concertati su suolo pubblico, riconoscerà inoltre che «l’istruzione differenziata non infrange l’uguaglianza», il pallino del governo nazionale che ha giurato di interrompere i finanziamenti alle scuole che dividono gli alunni in base al sesso (come quelle dell’Opus Dei).

Se Sánchez con la sua legge relegava ad una sorta di attività di doposcuola anche l’ora di religione, Ayuso inaugurava a dicembre il presepe della porta del Sol celebrando la nascita di Cristo in un paese dove i pretoriani della legge della Memoria democratica continuano ad abbattere croci cristiane e sconsacrare luoghi recanti simboli religiosi di epoca franchista.

Donna, non femminista di Sánchez

Mentre i fiori all’occhiello del “governo delle donne” (tale è stato ribattezzato l’esecutivo Psoe-Podemos con 11 donne contro 6 uomini, tutte in posti chiave) si cimentavano in grandi battaglie, come inventarsi la scienza sessista, usare la consigliera come tata, predicare la parità e affossarla con la legge trans (è il caso scandaloso della ministra delle pari opportunità Irene Montero) o contro la Costituzione proponendo di renderla inclusiva mettendo le “e” al posto della “o” e della “a”, Ayuso se le inimicava tutte, sospendendo i discorsi di Montero sul femminismo in una scuola di Madrid l’8 marzo, spiegando che «non sarà consentito alcun evento di indottrinamento nei centri educativi pubblici durante l’orario scolastico».

Appena eletta ha dichiarato che essere una donna migliore non significa essere una femminista, che l’aborto non è un diritto della donna e che tutelare la libertà di scelta significa fare in modo che una donna non sia mai costretta dal partner, dalle circostanze, dal suo ambiente o dalla mancanza di risorse a decidere di interrompere una gravidanza. Ha definito “guerra civile” quella della Memoria democratica contro qualunque segno di epoca franchista.

Indignazione e orecchie basse

Ayuso ha rischiato. Un rischio calcolato quello sulla gestione della pandemia, sul diritto alla birretta mentre i lockdown blindavano l’Europa, sulla chiamata anticipata alle urne due anni prima della fine della legislatura, sulla riapertura della plaza de toros con tanto di corrida, sull’appoggio di Vox in un paese dove a sinistra ci sono «socialisti che vogliono affamare i ristoratori, e comunisti già finanziati da Chávez, il dittatore rosso che ha affamato l’intero Venezuela» e «se ti danno del fascista, sei dalla parte giusta della storia».

Si è presa il Covid, le critiche d’ordinanza per i morti della prima ondata. Giornalista, figlia di commercianti di Chamberí, ha gestito l’account twitter @SoyPecas della cagnolina dell’ex presidente di Madrid, Esperanza Aguirre, le hanno dato e continuano a darle della fascista, trumpista, populista, elitaria, fautrice del turismo alcolico, miss «bau bau». L’Espresso giurava poi che i cittadini di Madrid erano scontenti. Ora Pedro Sánchez conferma di non voler prolungare lo stato di emergenza, si congratula con la pasionaria di Madrid, i giornali si indignano ma come Iglesias abbassano le orecchie.

Foto Ansa