Con una legge ultralaicista la Spagna sfascia la scuola libera

Il governo Sanchez punta a eliminare la libertà di scelta delle famiglie e a far chiudere le concertadas, simili alle nostre paritarie

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Oltre un milione e trecentomila firme contro la Legge Celaá. Genitori, insegnanti, sindacati, studenti, associazioni educative sono saliti sulle barricate anche il 10 novembre e hanno protestato per la seconda volta davanti al Congresso contro la Lomloe (Ley Orgánica de Modificación de la Loe), il disegno di legge di riforma dell’istruzione presentato al parlamento come un “testo progressista per un’educazione del XXI secolo” nel bel mezzo di una pandemia. Una legge ideologica, negoziata alle spalle della comunità educativa e che affossa la libertà di scelta delle famiglie, fortemente voluta e imbastita da Isabel Celaá, il ministro spagnolo della Pubblica Istruzione secondo il quale «i bambini non appartengono ai loro genitori».

«Se i bambini non sono dei genitori allora di chi sono? La domanda trova risposta nella LOMLOE, o legge Celaà» recita il manifesto di MásPlurales, piattaforma che raduna cittadini, rappresentanti della società civile, cattolica e della scuola “concertada”, dove studia oltre il 25 per cento degli studenti spagnoli, diventata un’ossessione per il governo di Pedro Sánchez. Approfittando dell’emergenza per scantonare dibattiti e conferire a Stato e amministrazioni poteri sempre più ampi, l’esecutivo Psoe-Podemos sta riuscendo infatti nell’incredibile impresa di sostituire il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione con un “diritto all’istruzione pubblica”.

Cosa sono le concertadas

Come? Ad oggi in Spagna a scuole pubbliche e private si affianca la scuola “concertada”, una sorta di scuola paritaria parzialmente sovvenzionata, gestita da privati (congregazioni religiose, cooperative di genitori, imprenditori) ma riconosciuta come servizio pubblico, funzionale ad “assorbire” gli esuberi della scuola statale e pertanto ricevere fondi statali per coprire parte del fabbisogno degli stipendi dei professori. Una parte sostanziosa ma tuttavia non sufficiente: la differenza viene colmata grazie a un contributo volontario dei genitori (non obbligatorio, anche se nella pratica tutti contribuiscono all’opera). Un sistema di vera parità fondato sull’alleanza scuola-famiglia: grazie alle donazioni che consentono loro di mantenere un certo livello di insegnamento, alle concertadas studiano oggi oltre un milione e mezzo di bambini e ragazzi spagnoli, e nella Comunidad de Madrid, guidata dal Partito Popolare, rappresentano la scelta di oltre il 35 per cento delle famiglie. Inaccettabile per i pretoriani del monopolio educativo: stando alla riforma (1.168 emendamenti) questa libertà di scelta deve lasciare il posto alla mera assegnazione di un posto a scuola deciso dall’amministrazione. La legge cancella infatti il concetto di “domanda sociale”, che proteggeva l’esistenza delle scuole nate da libera iniziativa dai poteri delle autonomie: a regolare l’ammissione degli studenti nelle scuole e riorganizzare il numero delle classi in base a mere necessità di quartiere e col criterio unico della prossimità dello studente alla scuola saranno le amministrazioni. Alle concertadas, che finiranno per diventare scuole puramente sussidiarie alle zone in cui la presenza di quelle statali non è sufficiente a servire le esigenze scolastiche, sarà inoltre vietato «ricevere somme dalle famiglie per ricevere un’istruzione gratuita» o imporre «l’obbligo di versare contributi a fondazioni o associazioni o istituire servizi obbligatori legati all’istruzione che richiedono contributi economici» da parte delle famiglie degli studenti. In pratica la legge impone a queste scuole di chiudere, perdendo donazioni da associazioni o fondazioni che a loro volta ricevono contributi dalle famiglie, oppure di riconvertirsi in scuole private perdendo il “concierto” (sovvenzione statale).

Di fatto, sventolando la bandiera dell’uguaglianza allo scopo di permettere l’iscrizione di ogni alunno a scuola «senza discriminazioni per motivi socioeconomici» il governo realizza un egualitarismo capace della più grande discriminazione possibile: liquidare la libertà di scelta delle famiglie e il fiorire di scuole nate da una libera iniziativa.

Ora di religione

Il testo prevede anche che vengano interrotti i finanziamenti alle scuole che dividono gli alunni in base al sesso (è il caso delle scuole dell’Opus Dei) e che non venga ceduto suolo pubblico alla costruzione di nuovi centri educativi non statali. Non solo, l’insegnamento della religione relegata a materia di seconda classe, esce dalle materie curriculari (ricordiamo che le scuole cattoliche rappresentano circa il 15 per cento del sistema educativo totale e il 58 per cento delle “paritarie”) e non sarà registrata nella documentazione accademica ufficiale. La motivazione è «eliminare tutte le forme di indottrinamento nello sviluppo del curriculum scolastico» ma sarebbe meglio aggiungere «ad eccezione dell’indottrinamento imposto dallo Stato». L’insegnamento dell’educazione alla cittadinanza, ai «valori civici ed etici», sarà infatti obbligatorio per tutti gli studenti delle scuole primarie e secondarie. Una laicità esclusiva, estranea alla Costituzione e contraria alla richiesta delle famiglie, avevano tuonato Chiesa e cattolici a maggio, ricordando come l’insegnamento di religione sia richiesto da 3,3 milioni di studenti, oltre il 61 per cento del totale di quelli spagnoli.

Il governo punta anche alla chiusura progressiva dei centri di educazione speciale, dedicati ai bambini disabili che richiedono un’attenzione altamente specializzata, lasciando da sole le famiglie a gestire una complicata integrazione dei propri figli nella affatto attrezzata scuola di Stato.

Educazione sessuale

In ossequio agli indipendentisti, la legge prevede inoltre la rimozione del riferimento al castillano come lingua veicolare, saranno pertanto le amministrazioni a stabilire la proporzione dell’uso della lingua spagnola e coufficiale durante le lezioni e quante materie dovranno essere insegnate in ciascuna di esse. E le scuole dovranno adeguarsi. Non mancano i soliti ingredienti della zuppa laicista: gender, educazione sessuale fin dalla più tenera età, lo studio e l’analisi della memoria democratica, perfino il riferimento a una suggestiva educazione all’empatia verso gli animali.

Scuola di regime

Sono oltre 9.300 le scuole della rete concertada e privata che ritengono sia in pericolo la continuità dei loro progetti educativi nonché il lavoro di oltre 260.000 i professionisti, tra docenti e non. La legge sfascia con l’accetta il pluralismo educativo e lo fa nel nome dei diritti dei bambini come se tali diritti fossero unicamente garantiti dallo Stato, come se non fossero i genitori a dover tutelare i propri figli e i loro diritti di fronte all’interferenza statale, come se i diritti dei genitori di scegliere una scuola e come istruire i propri figli non fossero riconosciuti dalla Costituzione spagnola dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ma nella bozza di legge la parola diritto in riferimento al genitore scompare: al suo posto resta «possibilità». Il 13 novembre si riunirà la Commissione Istruzione e Formazione Professionale per dare il via libera alla stesura finale di una legge che il governo punta a fare entrare in vigore dal prossimo anno scolastico. Una legge dichiaratamente partigiana: da sempre sull’educazione in Spagna si combatte ogni battaglia politica e di partito eppure mai si era arrivati all’imposizione di una riforma in spregio di qualunque patto educativo o discussione bipartisan. Per il popolo è dunque oggi come mai prima d’ora il momento di mobilitarsi contro la scuola di regime e i concetti di uguaglianza e tolleranza che si picca di tutelare: «Non lasciate che lo Stato decida per voi – è il refrain delle adunate delle ultime ore in Spagna -. Difendete una scuola inclusiva con tutti e per tutti. Una scuola plurale e democratica in cui tutti possiamo essere più uguali, più plurali, più liberi».

Foto Ansa