Assurdo rallegrarsi perché «abbiamo il governo più giovane della storia italiana»

Sarei più tranquillo se Conte e Zingaretti, anziché annunciare un nuovo umanesimo, mi garantissero che potrò continuare a vivere come ho fatto fino ad ora

Del governo Conte bis, del trasformismo del suo presidente, dell’opportunismo dei partiti che lo sostengono, delle giravolte che permettono a Matteo Renzi di votare la fiducia a un Giuseppe Conte che aveva definito indegno non solo di essere il presidente del Consiglio, ma di essere professore di Diritto, e a un Luigi Di Maio di fare il ministro degli Esteri di un governo nel quale si troverà in compagnia di ministri di quello che poche settimane fa aveva definito “il partito di Bibbiano”, è stato scritto già tanto, forse tutto. Personalmente del nuovo governo mi indispongono di più alcuni tic che mostra di avere in comune con quelli che lo hanno preceduto, e che rappresentano capisaldi del politicamente corretto che sono stati manifestati al mondo cinquant’anni fa, ma che si sono consolidati in opinione comune e hanno conquistato l’egemonia culturale negli ultimi due decenni.

Il primo sono gli squittii di soddisfazione che hanno accompagnato la notizia che quello che sta per entrare in carica è il governo più giovane che l’Italia abbia mai avuto: 47,7 anni l’età media dei ministri. Dai giorni del Festival di Woodstock dell’agosto 1969, essere giovani è un merito ed essere anziani è una colpa. Il Sessantotto, il movimento hippie, la musica rock, le tecnologie digitali recano tutte lo stesso messaggio: sono i vecchi che devono imparare dai giovani, e non viceversa come è sempre stato; sono i vecchi che devono adattarsi ai giovani, e non il contrario. E questo vale anche per la politica, tanto che ai tempi del voto sulla Brexit una giornalista di Le Monde ebbe il coraggio di commentare il risultato, determinato secondo alcuni sondaggi dal massiccio voto per l’uscita del Regno Unito dalla Ue da parte dell’elettorato più anziano, scrivendo che a una certa età la tessera elettorale dovrebbe essere ritirata così come si ritira il permesso di guida. Un politico francese centrista rincarò la dose dichiarando che i giovani dovrebbero avere diritto a due voti, perché potenzialmente vivranno più a lungo degli anziani. In Italia, gli osservatori sempre pronti a deprecare gli inemendabili difetti del mondo politico nostrano, si mostrano unanimemente consolati da un unico dato statistico: con la sola imbarazzante eccezione di Silvio Berlusconi, tutti i principali leader politici italiani sono dei quarantenni o addirittura dei trentenni. Luigi Di Maio ha 35 anni, Giorgia Meloni 42, Matteo Renzi 44, Matteo Salvini 46 così come Nicola Fratoianni segretario di Sinistra Italiana. A chi si compiace in questo genere di constatazioni, andrebbe ricordato che la Costituzione italiana e le leggi che ne hanno applicato i princìpi affermano piuttosto la superiorità dell’età avanzata su quella incipiente: per essere eletti capo dello Stato occorre avere compiuto i 50 anni, per essere eletti senatori almeno 40 e per entrare alla Camera dei Deputati non meno di 25. Per eleggere i deputati è sufficiente avere compiuto i 18 anni, ma per eleggere i senatori bisogna averne almeno 25. In Italia come in molti altri paesi del mondo, il Senato è l’organo politico che conferma o corregge le nuove leggi (prima che siano portate alla firma del presidente): ebbene, la parola senato deriva dal latino senex, che significa anziano, e dal suffisso –atus, che indica particolare dignità per una carica. Alla luce di tutto ciò, rallegrarsi a prescindere perché nel nuovo governo ci sono più giovani che in quelli del passato è solo segno di conformismo alle mode culturali, di perdita della memoria e di appiattimento sul presente. Naturalmente i giovani non sono privi di qualità e senz’altro eccellono in alcune di esse rispetto agli anziani. Più che della bassa età media, di fronte alla composizione di un governo ci si dovrebbe rallegrare del giusto mix di esperienza (anziani) ed energia (giovani). La politica ha bisogno di saggezza così come di decisionismo, di memoria così come di innovazione: pretendere di far pendere la bilancia da una parte sola è uno sbaglio.

L’indebita eccitazione per la relativa giovinezza della compagine governativa è in realtà figlia di un secondo tic della politica, che ci affligge da almeno un secolo: quello della palingenesi, del cambiamento radicale, della svolta decisiva che ogni volta partiti e governi annunciano o per i quali chiedono il sostegno dei cittadini. La giovinezza viene esaltata perché sinonimo di novità, trasformazione, modernità, mutamento. Che è tutto ciò che la politica da almeno un secolo promette. Prima sono stati i totalitarismi a promettere l’uomo nuovo, il reich millenario, la società senza classi; poi anche i partiti liberaldemocratici e socialdemocratici hanno cominciato ad articolare parole d’ordine sempre più radicali nel senso dell’annuncio di un futuro che dovrà sempre essere diverso e migliore del passato. Oggi, in piena era post-ideologica, gli esponenti di punta di partiti e istituzioni non esitano ad annunciare “un nuovo umanesimo” (Giuseppe Conte), il “tempo di cambiare l’Italia” (Nicola Zingaretti), mentre quelli che si ritrovano all’opposizione chiedevano i “pieni poteri” per cambiare il paese (Matteo Salvini, che tre anni fa è uscito col libro Secondo Matteo – Follia e coraggio per cambiare il paese).

Il problema di questo atteggiamento dei politici non è semplicemente il fatto che la puntuale, mancata realizzazione delle promesse genera sfiducia e disaffezione nei confronti della politica da parte dei cittadini. Il problema è che radica nelle menti la stupida idea progressista che il futuro deve essere e sarà sempre migliore del passato e del presente, e che il passato e il presente sono condizioni difettive dell’umano, epoche non pienamente umane. Il problema è la costante svalutazione del presente e del passato in nome di un futuro che non esiste e che probabilmente non esisterà mai. Il presente non è mai degno di essere abitato, il passato è un cumulo di ingiustizie, comportamenti incivili e istituzioni sorpassate. L’uomo a cui i politici si rivolgono in cerca del suo voto o per annunciargli che il nuovo governo farà meraviglie è strutturalmente uno scontento, un frustrato dalla vita, un essere pieno di risentimento. Il messaggio è: finora ti hanno sempre tradito, ma da domani le cose cambieranno.

Dunque a strappare le radici agli esseri umani non sono solo il consumismo, le città tutte uguali, la trasformazione di ciascuno in un migrante che cambierà per tutta la vita lavoro e luogo di residenza: un contributo decisivo lo dà la politica, con la sua costante demonizzazione del presente e del passato. Ricordo che qualche anno fa il comico Maurizio Crozza in una sua trasmissione su La7 definì l’atto con cui il 17 maggio 1990 l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) cancellò l’omosessualità dalla sua lista delle malattie come «la data in cui il mondo è diventato civile». Leonardo, Michelangelo, Dante, Shakespeare, Mozart, Beethoven, ecc. sono stati espressioni di un mondo incivile…

La politica non era svalutazione radicale del presente e del passato e annuncio dell’imminente alba del sol dell’avvenire non solo al tempo delle monarchie e degli imperi, ma anche nell’epoca dei primi pensatori e politici liberali, i quali al sovrano chiedevano semplicemente di rispettare la libertà e la privacy dei cittadini comuni, di rinunciare al dispotismo. Chiedevano libertà di pensiero, di culto, di movimento e di commercio, e garanzie per la proprietà privata perché a ogni individuo fosse resa più facile la ricerca della felicità. Non chiedevano al sovrano e ai governi di offrire loro la felicità, ma la libertà di poterla ricercare per conto proprio. In qualche modo aggiornavano l’antica preghiera di san Paolo nella prima lettera a Timoteo: «Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità» (1Tm 2, 1-2).

Io mi sentirei più tranquillo se Conte e Zingaretti, anziché annunciare l’avvento di un nuovo umanesimo e del tempo del cambiamento dell’Italia, mi garantissero che potrò continuare a vivere come ho fatto fino ad ora, a coltivare i miei progetti, a pensare e parlare liberamente, a trovare molte persone del passato più interessanti e più importanti delle persone oggi onnipresenti sui media o che ricoprono carichi istituzionali oggi, a insegnare sulla base della mia esperienza e del mio sapere ai ragazzi del doposcuola senza intrusioni da parte dello Stato, a leggere e istruirmi sulla base di una mia ricerca personale e dei suggerimenti degli amici, a creare legami con le persone e coi luoghi. Sì, è vero, ci sono tante cose da cambiare nell’Italia di oggi che ricadono fra i compiti di chi governa, ci sono ingiustizie che la politica può correggere e altre che può evitare che si compiano. Ma c’è anche tanto da conservare, da proteggere, da lasciare alla libertà delle persone, singole o associate, a una libertà fatta di amore e di cura per ciò che è. Perché, come disse Albert Camus nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura, «ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga». E come ha scritto un altro francese che in politica si è impegnato, con esiti sfortunati, François-Xavier Bellamy: «Si deve ritrovare il senso autentico della politica, che non consiste tanto nel trasformare quanto nel trasmettere. Non si dovrebbe valutare la qualità dell’azione dei governanti da ciò che saranno stati in grado di cambiare, ma da quello che saranno riusciti a salvare».

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