#LoveIsLove, l’amore è amore da Obama alla Boldrini. Profeti, riti e tic della rivoluzione gay

Rinegoziare il significato delle parole, trovare i testimonial giusti e, nel dubbio, buttarla sulla discriminazione. La strategia di una rivoluzione

Retweet if you believe everyone should be able to marry the person they love #loveislove (tweet di Barack Obama, 26 giugno 2013).

Il giorno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha di fatto rimosso gli ostacoli all’approvazione dei matrimoni gay nei paesi dell’Unione Barack Obama chiamava a raccolta su twitter i sostenitori di quello che era già un hashtag molto popolare: #loveislove, l’amore è amore. È accaduto così (e la decisione dell’Alta Corte è il punto di arrivo e ripartenza di un fenomeno culturale più ampio e globale) che una verità indiscutibile di quelle che magistralmente immortalano le canzonette, invece di dare origine a un’epidemia di scritte sui diari abbia partorito un diritto nuovo, anch’esso mirabilmente sintetizzato da un altro hashtag molto in voga: #marriagequality. Perché se l’amore è amore, è la logica sposata dal presidente americano, allora esiste una “uguaglianza di matrimonio”, al punto che pensarla diversamente significa fatalmente discriminare qualcuno. Va da sé allora che la prima contesa sia sulle definizioni.

Gilbert Keith Chesterton profetizzava che un giorno «spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Probabile. Intanto ci interroghiamo sul concetto di verde. Così il sito dell’associazione Marriage equality americana ha un’apposita sezione per spiegare che cosa sia il matrimonio. Sostanzialmente «un diritto civile fondamentale ma anche un pubblico e privato impegno di amore e sostegno da parte di coppie adulte» e «niente a che vedere con un’istituzione religiosa o qualcosa che ha a che fare con la procreazione». Rinegoziare i termini è passaggio fondamentale per inaugurare e sancire la transizione verso un mondo nuovo. Così l’Inghilterra, che è prossima ad approvare una legge che consentirà il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sta mettendo mano in questi giorni al necessario armamentario lessicale. Nelle “note esplicative” apposte in fondo al Marriage (Same Sex Couples) Bill, infatti, il governo inglese ha fatto scrivere che i termini “marito” e “moglie” diventeranno interscambiabili. Non proibiti, né sostituiti bensì ampliati, resi capaci di riferire una “complessità” che i tempi oscuri dei diritti negati non contemplavano. Oggi appare ovvia una domanda che ieri neppure aveva diritto di cittadinanza e s’accompagna allo smarrimento di chi non sa come sia stato possibile non pensarci prima: chi l’ha detto che un marito debba essere un uomo e una moglie una donna?

In Francia, dove i matrimoni omosessuali sono legge da qualche mese, la commissione nazionale consultiva per i diritti dell’uomo ha chiesto al presidente Hollande di inserire la nozione di “identità di genere” nel diritto (insieme ad altre proposizioni) per porre fine alla discriminazione dei transessuali. In questo modo si punta a rendere più semplice la modifica dello stato civile. Improvvisamente e globalmente le differenze sono diventate il nuovo oggetto fuori moda, la scarpa a punta dopo che sono tornate le punte tonde, lo zaino anni Novanta nel 2013, la lacca nei capelli nell’epoca delle chiome selvagge. Proseguendo nell’analogia, fin troppo pertinente, con le dinamiche della moda, si può osservare che la chiave per rendere illecita una cosa che contrasta con la morale relativista dove le differenze sono riassorbite in nome di una presunta armonia basata sull’uniformità è renderla sconveniente. Come ben dimostra il caso americano, il passaggio alla legge è il necessario approdo di un movimento di opinione che cresce negli anni e che ovviamente non può fare a meno degli sponsor. E gli sponsor sono quelli che nel linguaggio delle comunicazioni si chiamano opinion maker, personalità influenti. Come le case di moda piazzano i propri capi addosso alle persone giuste negli eventi giusti, così tematiche come quelle del matrimonio omosessuale devono molto alla risonanza che i “vip” gli danno. Da Madonna a Lady Gaga fino ad arrivare al volto che ogni pubblicitario desidererebbe per un suo prodotto: Barack Obama.

Il presidente Obama è un leader politico che comprende come anche i più forti siano vulnerabili quando restano soli. È un uomo che crede nella forza della comunità (…). Obama ha l’audacia della speranza e la tenacia per trasformare in realtà queste speranze.(discorso di consegna del premio Nobel per la pace a Barack Obama, dicembre 2009).

Pochi giorni fa nel contesto della settimana dell’orgoglio gay la presidente della Camera Laura Boldrini ha partecipato al gay pride di Palermo. A Milano Giuliano Pisapia è stato il primo sindaco della città a presenziare al corteo dell’orgoglio omosessuale. Dal palco, condannando le discriminazioni nei confronti di gay, lesbiche e transgender, entrambi hanno auspicato per l’Italia scelte «mature», al passo con il resto del mondo. La consuetudine di associare la sacrosanta condanna delle discriminazioni alla concessione di leggi per garantire diritti come il matrimonio o l’adozione è dura a morire e mette facilmente all’angolo, nel girone dei retrogradi omofobi, coloro che pur non avendo nulla contro gli omosessuali continuano a credere che per sposarsi servano un uomo e una donna. «L’Europa – ha detto in particolare Laura Boldrini – non ci chiede solo politiche di rigore fiscale, non ci chiede solo austerità. L’Europa ci chiede anche di ampliare lo spettro dei diritti riconosciuti, ma non c’è la stessa fretta su questo punto». Per fortuna, presidente.