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Allarme da Egitto e Usa: l’Isis si trasferisce in forze in Libia. Con «l’intento di attaccare Roma»

novembre 30, 2015 Redazione

Secondo le intelligence di Al-Sisi e degli Stati Uniti, i jihadisti assediati in Iraq e Siria proveranno a rilanciare il Califfato dall’ex paese di Gheddafi

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«A Washington gli esperti dell’antiterrorismo non nascondono più l’opinione per cui l’Isis, oggi sotto assedio e in difficoltà in Siria e Iraq, potrebbe rilanciare proprio la Libia quale centro di irradiazione verso l’Africa e l’Europa». È quello che scrive oggi Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera. Per la verità, sono mesi che «i tagliagole del Califfato approfittano del caos imperante in Libia per allargare la loro presenza», come sottolinea lo stesso Cremonesi e come è stato scritto più volte da tempi.it. «Ma ora – prosegue il Corriere – l’incubo minaccioso e violento dell’Isis torna all’ordine del giorno dopo che due quotidiani rilevanti come il New York Times e il Wall Street Journal, citando per lo più fonti dell’intelligence Usa e testimoni in Libia, segnalano con preoccupazione il suo nuovo radicamento nelle stesse regioni che sino alle rivolte del 2011 erano le più fedeli all’ex colonnello Gheddafi».

MISURATA E POI BENGASI. Con la strada spianata anche dal «recente fallimento della missione pacificatrice volta alla creazione di un governo di unità nazionale tra le milizie rivali basate a Tobruk e Tripoli del mediatore dell’Onu Bernardino Leon», i miliziani dello Stato islamico hanno consolidato il dominio della loro roccaforte libica, la città di Sirte, e da lì sembrano essere in grado di minacciare Misurata. Con l’ambizione, scrive sempre Cremonesi, di allargarsi verso Bengasi e progettare attacchi all’Italia, «poche centinaia di chilometri di mare aperto più a nord».

I RINFORZI. Il controllo dei territori conquistati in Libia dall’Isis è solido a tal punto che potrebbero decidere di riparare nel paese nordafricano «alcune delle formazioni in questo momento in gravi difficoltà sotto i bombardamenti russi e della coalizione a guida Usa sulla zona di Raqqa in Siria e nelle province irachene sunnite». Anche dalla Nigeria sarebbero giunti in Libia i “rinforzi” da parte di Boko Haram, formazione terrorista islamica che si richiama esplicitamente al Califfato.

AZIONI CLAMOROSE. Del resto non sono mancate in questi mesi le azioni eclatanti messe a segno dall’Isis nell’ex regno di Gheddafi reso terra di nessuno dalla cosiddetta “primavera”. La più clamorosa è stata, all’inizio di quest’anno, la decapitazione dei 21 ostaggi copti poi dichiarati martiri della fede dalla loro Chiesa. Le persecuzioni nei confronti dei cristiani si moltiplicano, così come gli avvistamenti (e i video celebrativi) di cortei di miliziani con la bandiera nera del califfo intenti a dare «filo da torcere ai soldati legati al generale Khalifa Haftar». È da aprile che il ministro della Difesa del governo di Tobruk «proclama la vittoria sulle milizie fondamentaliste a Bengasi, ma ogni volta viene smentito dai fatti sul campo di battaglia», ricorda Cremonesi.

SIRTE COME RAQQA. Anche Maurizio Molinari, corrispondente della Stampa da Gerusalemme (nonché prossimo direttore del quotidiano torinese), si occupa del crescente allarme Isis in Libia, confermando che «lo Stato Islamico rafforza il controllo di Sirte, facendo temere all’Egitto che Abu Bakr al-Baghdadi abbia deciso di trasferire qui il proprio quartier generale se dovesse trovarsi obbligato a lasciare la propria “capitale” in Siria». Gli indizi che portano a questa drammatica conclusione? Eccoli: «Duecentoquaranta km di costa» controllata, «oltre duemila uomini armati, i colonnelli del Califfo arrivati via mare, tribunali islamici, decapitazioni pubbliche, pane gratis e lo slogan “non saremo meno di Raqqa”».

L’ALLARME DI AL-SISI. Scrive Molinari che «è stato il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ad esprimere questi timori in conversazioni telefoniche con più leader europei avvenute negli ultimi giorni, illustrando gli elementi raccolti dalla propria intelligence». Al-Sisi infatti si sta dando da fare con i colleghi al di là del Mediterraneo «per far percepire alla Nato la necessità di procedere contro Isis considerando il rischio che una massiccia offensiva su Raqqa anziché sconfiggere il Califfato si limiti a causarne il trasloco».

IL COLONNELLO DI SADDAM. A suscitare i timori rilanciati da New York Times e Wall Street Journal sarebbe stato inoltre «l’arrivo a Sirte di Abu Nabil al-Anbari, l’ex colonnello delle forze irachene di Saddam Hussein divenuto uno dei leader di “Al Qaeda in Iraq”, veterano delle battaglia di Falluja e Ramadi contro gli americani, a cui il Califfo ha affidato il potenziamento dell’enclave di Sirte». Dato per morto sotto le bombe dagli Stati Uniti a metà novembre, al-Anbari secondo Il Cairo sarebbe invece vivo e vegeto: «Assieme a lui sono arrivati – sempre via nave – altri colonnelli di Isis», scrive Molinari.

OBIETTIVO ROMA? Nella “Raqqa di Libia” (Sirte) intanto la realtà quotidiana è sempre più simile a quella della Raqqa irachena. A parte la rigida imposizione della sharia, «vi sarebbero state almeno quattro crocefissioni e due decapitazioni – in ottobre – di uomini accusati di stregoneria», continua la Stampa. «Senza contare l’insediamento di un Emiro, espressione del Califfo, e di un Wali, amministratore di origine saudita». Molinari riprende una dichiarazione rilasciata al Wall Street Journal da Ismail Shukry, capo dei servizi segreti libici, che legge nel rafforzamento dell’Isis a Sirte anche «l’intento» di «attaccare Roma».

Foto Ansa


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3 Commenti

  1. Menelik says:

    Comunque stiano le cose, è indispensabile far fuori l’isis in Siria-Iraq.
    E’ molto facile che cerchino di passare in Libia.
    Per quello le possibili vie di accesso dovrebbero essere molto controllate.
    Per fortuna la Libia confina con una nazioni finora amiche come Egitto e Tunisia, e per avere accesso da sud è indispensabile attraversare molto deserto, in cui credo sia difficile nascondere carovane, e dal mare, dove le Marine possono controllare tutto fino alle acque internazionali.
    Il problema è che i terroristi si mischiano con gli esseri umani normali, perché se viaggiassero via mare tra di loro, una volta individuata l’imbarcazione, affondarla sarebbe un attimo, visto che non hanno aviazione né marina.
    Ma non viaggiano certo in quel modo.
    Il fatto di dover trasportare armi collettive, pesanti e voluminose, però, li espone a rischi.
    Tutto sta ad avere la volontà di distruggerli.
    E la volontà di distruggerli viene anche dalla paura che se non lo si fa adesso, lo si dovrà fare qua da noi, con case distrutte e chissà quante migliaia di morti……morti NOSTRI, voglio dire. Quelli loro vadano a ramengo.
    C’è anche un’ultima considerazione da fare: in Siria ci sono i Curdi coi loro Peshmerga e le ragazze dello YPG a dargli molto filo da torcere. Quelli, infatti, hanno il dente avvelenato contro i daesh e di conti in sospeso ne hanno in quantità industriale.
    In Libia, invece, chi c’è di sufficientemente risoluto contro i daesh?
    In una parola, sono odiati abbastanza?

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