Albert Einstein, lo scienziato che osservava «i pensieri di Dio»

Nel centenario della sua teoria della relatività, ritratto di un genio reso «umilissimo» dalla coscienza dell’ultima «inaccessibilità dei misteri del cosmo»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

albert-einstein-shutterstock_111581531

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La scoperta delle onde gravitazionali ha rilanciato l’interesse per la figura di Albert Einstein. Peccato che, come spesso accade in questi casi, i miti, le leggende e i luoghi comuni finiscano per rendere incomprensibile a molti chi sia stato e cosa pensasse davvero il grande fisico ebreo.

Del resto gli è capitato così sin dal principio: la difficoltà di comprendere cosa fosse questa benedetta “relatività” generò nei suoi confronti un’immensa ammirazione (anche da parte di chi non la capiva), ma anche un profondo odio. Così per i tedeschi nazisti, compresi due Nobel per la Fisica come J. Stark e P. Lenard, Einstein non era altro che un ciarlatano, che voleva sconvolgere, con la sua “fisica ebraica”, la “fisica ariana” e la sapienza tedesca.

Analogamente, per i comunisti, egli era, con Eddington, Heisenberg e Lemaître, il propugnatore di una “fisica clericale”, “borghese”, “idealista”, anti-materialista. In altre parole di una filosofia vecchia, spacciata per scienza. Erano gli anni in cui nell’Urss i sostenitori della genetica di Mendel, della relatività, del Big Bang venivano perseguitati, perdevano le cattedre e talora finivano uccisi (vedi Julian Huxley, La genetica sovietica e la scienza).

Effettivamente che Einstein fosse un anti-materialista è assolutamente vero. Negli anni in cui il materialismo marxista si proponeva dogmaticamente come una visione finalmente “scientifica” e razionale della realtà, di contro alle superstizioni religiose e spiritualiste, egli la pensava esattamente come tutti gli altri grandi fisici e astrofisici dell’epoca, da Planck ad Heisenberg, da Compton a Millikan. Sir Arthur Eddington, il massimo astrofisico inglese del Novecento, colui che dimostrò sperimentalmente che Einstein aveva ragione, scrisse addirittura due testi, La natura del mondo fisico e La scienza e il mondo invisibile, la cui tesi di fondo è che «il materialismo è morto da gran tempo», «visto che la materia stessa ha oggi soltanto un posto di second’ordine nel mondo fisico».

Quanto ad Heisenberg, l’altro gigante della fisica tedesca e mondiale dell’epoca di Einstein, in Fisica e filosofia dichiarava che la fisica moderna pone fine alla «vecchia ontologia materialistica», ad un «ingenuo modo materialistico di pensare che prevaleva ancora in Europa nei primi decenni del secolo».

Quasi negli stessi anni, nel 1934, una promessa italiana come Ettore Majorana scriveva all’amico fisico Giovanni Gentile jr.: finalmente «la scienza ha cessato di essere una giustificazione per il volgare materialismo» (in Roberto Finzi, Ettore Majorana: un’indagine storica). I Nobel A. Compton e R. A. Millikan, dal canto loro, dedicavano ai temi dello spirito testi eloquenti come Life after death, il primo; A scientist confessess his faith, il secondo.

albert-einstein-relativita-ansa

La profonda ricerca religiosa
Ed Einstein? Nel suo Come io vedo il mondo, che non è certo il più “religioso” dei suoi scritti, affermava: «Non è senza ragione che un autore contemporaneo ha detto che nella nostra epoca, votata in generale al materialismo, gli scienziati sono i soli uomini profondamente religiosi». Tutta la sua vita, infatti, fu segnata da una ricerca religiosa che lo portò, da giovane, ad avvicinarsi all’ortodossia ebraica, nonostante la contrarietà della famiglia, per poi allontanarsene, e per ritrovare di nuovo un fortissimo legame con la Bibbia, soprattutto in relazione all’approfondirsi di alcune domande: perché il nazismo odia tanto ebrei e cristiani? Come giustificare l’ordine e l’armonia della realtà, senza fare riferimento a una Somma Intelligenza? Su cosa basare l’eguaglianza in dignità degli uomini e l’esistenza di leggi morali, accanto alle leggi naturali? Come permettere all’uomo di utilizzare bene le sue scoperte, comprese quelle potenzialmente pericolose (si pensi alla bomba atomica), se non tornando a valorizzare – parole sue – il “vecchio” Mosè al posto del “moderno” Machiavelli?

Ma il fascino di Einstein non sta solo nella sua intelligenza. Sta anche nella sua umiltà, tipica dei veri scienziati, che sanno bene di poter solo scalfire la superficie del mistero dell’Essere e che sono consci dell’Intelligenza che sta dietro alle leggi di natura (leggi che Einstein, sulla scia dell’amato Keplero, chiamava «i pensieri di Dio»).

In ascolto della coscienza
«Umilissimo, di una umiltà naturale e spontanea»: così lo definì uno dei suoi più cari amici italiani, il frate francescano di Fiesole Odorico Caramelli. Lui stesso, a due anni dalla morte, nel 1953, scriveva ad un amico: «Ciò che mi divide da molti dei cosiddetti atei è un senso di estrema umiltà verso i misteri inaccessibili dell’armonia del cosmo». Se non fosse stato così, commenta il biografo Walter Isaacson, Einstein avrebbe potuto gonfiarsi di superbia, lasciarsi ammaliare dal can can che i media facevano, a volte solo per un tic modaiolo, ad ogni suo starnuto. Oppure offendersi quando, negli ultimi anni della sua vita, i “nuovi” fisici lo trattavano un po’ come una vecchia gloria, sorpassata dai tempi. «Provo soltanto più gioia nel dare che nel ricevere, in ogni senso; non mi prendo sul serio, né prendo sul serio l’affaccendarsi dei più»: così scriveva Einstein poco prima di morire ad un amico, e aggiungeva di essere ormai concentrato, soprattutto, nell’ascoltare il «lume tremolante della coscienza».

Foto Einstein da Shutterstock
Foto relatività Ansa


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •