Afghanistan

“Non solo dopo l’11 settembre ma già nel 300 la terra asiatica era importante territorio di conquista”

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«Quando Allah ebbe fatto il resto del mondo, vide che gli era rimasta una certa quantità di materiale di scarto, che non si adattava a nessun posto. Raccolse tutti questi residui e li gettò sulla terra. E quello fu l’Afghanistan». Così gli afghani ironizzano sul proprio Paese, fatto per l’80% di montagne, deserti, pietraie improduttive. Ma questa terra aspra e inospitale occupa una posizione geografica unica al mondo. Sui suoi altipiani le carovaniere della Via della Seta, che dall’alba dei tempi unisce Oriente e Occidente, incrociano le piste che dal cuore dell’Asia conducono all’India e ai suoi mari. A metà dell’Ottocento, il piccolo regno confinava con i tre maggiori imperi dell’epoca: russo, inglese, cinese. Una posizione strategica così cruciale ne ha fatto per millenni il punto di incontro di innumerevoli culture. Entro i suoi confini si sono stratificate, senza mai amalgamarsi, popolazioni di origine mongola, araba, indoeuropea. Le guerre del fra persiani e indiani per assicurarsene il controllo (fra il 300 e il 400 della nostra era) anticipano il “Grande gioco” del XIX secolo fra russi e inglesi. L’invasione dell’Armata Rossa nel 1979 e l’attacco dello zio Sam ai talebani non sono insomma che gli ultimi episodi di una vicenda che affonda le sue radici nella notte dei tempi. Maurizio Stefanini, esperto di problemi del Terzo mondo, collaboratore, oltre che di Tempi, del Foglio e di diverse altre riviste, la ripercorre dalla mitica incoronazione del primo re Yama ai giorni nostri con rigore storico e con un piglio sempre sbrigliato e piacevole. Permettendo così anche al profano di capire perché questo misterioso Paese, emerso per molti dopo l’11 settembre come dal nulla, è invece da sempre un crocevia strategico del grande gioco politico mondiale.
Maurizio Stefanini, Avanzo di Allah, cuore del mondo. Il romanzo dell’Afghanistan, 237 pp. Guerini e associati, euro 13,90

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