Afghanistan first

Dal 2001 i talebani non hanno mai avuto tanta influenza sul paese quanto oggi. Ecco perché, prima di prendersela col suo presidente, l’America farebbe bene a occuparsi di Kabul, il grande errore di Obama

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Piuttosto che minacciare di impeachment il presidente Trump per presunta ostruzione della giustizia nel caso Russiagate, il Congresso americano farebbe meglio a occuparsi dell’Afghanistan. Il controllo del territorio da parte del governo di Kabul e delle truppe del contingente internazionale che lo sostengono ha toccato il minimo storico: solo il 57 per cento del paese sfugge alla cappa dei talebani e degli altri gruppi estremisti. E secondo il direttore dell’intelligence nazionale Dan Coats, che ha lanciato l’allarme, la situazione peggiorerà da qui a tutto il 2018, anche se gli Stati Uniti e gli alleati invieranno un po’ di rinforzi.

Mai, dai giorni della presa di Kabul da parte delle forze dell’Alleanza del Nord supportate dai bombardamenti americani e della cacciata dei talebani dal potere (novembre 2001), gli uomini del defunto mullah Omar avevano esercitato tanta influenza sull’Afghanistan quanto oggi. Adesso i talebani non boicottano più l’educazione come in passato, ma la controllano dall’interno o dall’esterno: in alcuni distretti ci sono insegnanti che di giorno prendono in mano il gessetto per scrivere sulla lavagna e di notte prendono in mano il kalashnikov per partecipare ad agguati talebani; in altri gli insegnanti vengono minacciati se non permettono ai ragazzi più grandi di ottenere buoni voti e superare gli esami anche se si sono visti poche volte in classe perché erano di pattuglia o di vedetta coi talebani. In alcune regioni i talebani organizzano corti di giustizia volanti per risolvere controversie locali, con maggiore rapidità ed efficienza delle autorità locali o nazionali.

La strategia sbagliata
L’afghanizzazione della guerra voluta da Barack Obama, che fra il 2011 e il 2016 ha ritirato gran parte delle truppe americane e ha indotto concomitanti ritiri da parte degli altri paesi della coalizione, rischia di sortire gli stessi risultati che produsse negli anni Settanta la vietnamizzazione del conflitto nel Sud-Est asiatico voluta dall’allora presidente Nixon: la caduta dei governi sostenuti dalle truppe americane e la vittoria dei nemici degli Stati Uniti.

Obama aumentò il numero delle truppe portandole da 20 mila all’inizio del 2009 a 90 mila alla fine del 2010, spingendo gli alleati a fare altrettanto così che nel 2010 le truppe della coalizione arrivarono ad essere 130 mila. Ma già nel dicembre 2009 Obama annunciava contemporaneamente all’invio di altre truppe (30 mila uomini) anche l’inizio del loro ritiro nel 2011. Uno strafalcione strategico che se lo avesse fatto un Donald Trump sarebbero venuti giù i muri della Casa Bianca, ma provenendo invece da un premio Nobel per la pace, l’unico a criticarlo fu il senatore McCain. Successivamente la Nato formalizzò la politica di ritiro che ha portato all’esodo del 90 per cento delle forze inviate: oggi restano 13 mila uomini (9 mila dei quali americani) della coalizione principalmente con compiti di addestramento e assistenza alle forze armate e alle forze di polizia afghane, più la partecipazione ad operazioni di antiterrorismo insieme ad esse.

Ovviamente i talebani aggiustarono la loro strategia: profilo basso durante la fase cruciale del ritiro, ripresa in grande stile degli attacchi negli ultimi due anni, prendendo a bersaglio “soft target” (ambasciate, consolati, ministeri, parlamento, sedi di Ong, tribunali, hotel, autobus di turisti, università, eccetera) e forze di sicurezza afghane. Queste ultime constano di 183 mila effettivi delle forze armate e 150 mila delle forze di polizia. Nonostante l’addestramento e l’assistenza militare che ricevono dai paesi della Nato, non appaiono in grado di far fronte a un nemico numericamente inferiore quasi dieci volte. Si stima infatti che i talebani combattenti siano attualmente 30-35 mila. Si aggiungano pure i miliziani dell’Isis in Khorasan, molto indebolito a causa degli scontri con gli stessi talebani e del fatto di essere stato preso a bersaglio privilegiato da parte delle rimanenti forze americane (il numero dei jihadisti dell’Isis afghano è sceso da 3 mila a 600 nel corso del 2017). Si aggiungano i 4 mila combattenti del Network Haqqani, si aggiungano gli scissionisti talebani di Fidai Mahaz (forse 8 mila), e siamo sempre molto lontani dagli oltre 300 mila uomini ai quali lo Stato afghano o chi per esso pagano uno stipendio per garantire la sicurezza nel paese.

Dal 4 maggio scorso, poi, il governo di Kabul non deve più preoccuparsi del partito islamico di Gulbudin Hekmatyar, un estremista che dopo aver combattuto contro gli occupanti sovietici e i governi collaborazionisti negli anni Ottanta, nel corso degli anni Novanta ha preso parte alla guerra civile fra mujaheddin durante la quale si è guadagnato il soprannome di “macellaio di Kabul” per i bombardamenti da lui ordinati contro alcuni quartieri della capitale occupati da suoi avversari. Dopo i fatti dell’11 settembre Hekmatyar si schierò dalla parte dei talebani e di Al Qaeda, e quando nel 2011 Osama bin Laden fu ucciso in un blitz americano, lui lo definì «un esempio da seguire in materia di sacrificio e di libertà», e minacciò di uccidere con le proprie mani il capo delle truppe americane in Afghanistan. Oggi viene accolto come un fratello dai governanti di Kabul, con la benedizione di Washington.

Infiltrati e disertori
Superiori per uomini e per mezzi, le forze di sicurezza afghane stanno subendo perdite crescenti. Nei primi undici mesi del 2016 hanno avuto 6.785 caduti e 11.777 feriti. Nelle sole prime sei settimane del 2017 hanno perduto altri 807 uomini. Il 21 aprile scorso 10 combattenti talebani si sono infiltrati in una base militare dell’esercito afghano e con un’azione suicida hanno causato 256 morti fra i soldati. Anche per i civili, come è intuibile, le cose stanno andando sempre peggio: nel 2016 hanno perduto la vita a causa della guerra 3.498 civili e 7.920 sono rimasti feriti, il bilancio peggiore da quando le Nazioni Unite hanno cominciato a tenere il conto di queste perdite. Di queste vittime, 212 morti e 275 feriti sono responsabilità di raid aerei della Nato e dell’aviazione afghana.

La pessima performance delle forze afghane ha almeno due motivi. Il primo è l’alto tasso di tradimenti nei suoi ranghi, per denaro o per motivazioni ideologiche. Attentati sanguinosi come quello di Camp Shaheen dell’aprile scorso sono resi possibili da infiltrati e disertori che forniscono ai talebani tutte le informazioni che servono per preparare gli agguati. Il secondo motivo è il perdurante sostegno ai ribelli da parte dei servizi segreti e delle forze armate del Pakistan: i talebani sanno che possono sempre trovare rifugi, armi, cure mediche e intelligence di là dalla frontiera. Sedici anni dopo la caduta del governo che avevano instaurato a Kabul, i talebani afghani continuano ad avere nel Pakistan una retrovia insostituibile.

Gli alleati della Nato si preparino
I rapporti fra Islamabad e le nuove autorità afghane non sono mai migliorati, anzi: l’Afghanistan è diventato a sua volta santuario di milizie tribali insediate in territori a cavallo fra i due paesi; queste ultime attaccano varie istituzioni in Pakistan a partire dalle loro basi afghane. Per rappresaglia Islamabad nel corso del 2016 ha accelerato i suoi programmi per il rimpatrio “volontario” di centinaia di migliaia di immigrati afghani, politica seguita anche dal governo di Teheran. Insieme Pakistan e Iran nel corso del 2016 hanno rispedito in Afghanistan 1 milione di afghani, 380 mila dei quali erano stati riconosciuti come profughi. Per 200 mila di loro si è trattato di una vera e propria deportazione, contro la loro volontà: 174 mila espulsi dall’Iran e 22 mila dal Pakistan. Mentre doveva ricevere questo milione di cittadini rientranti, l’Afghanistan si è trovato a far fronte a una nuova crisi di sfollati: sempre nel corso del 2016, quasi 650 mila persone sono fuggite dai distretti dove abitavano a causa della guerra fra governativi e talebani o Isis. Il piano dell’Unione Europea per rimpatriare 80 mila afghani la cui richiesta di asilo è stata respinta complicherà ulteriormente la situazione.

Dietro suggerimento del consigliere per la Sicurezza nazionale Herbert R. McMaster, il presidente Trump è intenzionato a interrompere il rimpatrio del corpo di spedizione americano in Afghanistan e a inviare 3-5 mila militari di rinforzo. È altresì intenzionato a chiedere di contribuire allo sforzo agli alleati della Nato in occasione del summit a cui parteciperà il 25 maggio a Bruxelles. Anche l’Italia, che ha ridotto la sua partecipazione a 1.037 uomini rispetto ai 3 mila inviati quando l’operazione si chiamava Isaf (ma è comunque il secondo paese dopo gli Stati Uniti per numero di soldati sul terreno), si vedrà chiedere un maggiore impegno. L’Italia ha già speso 5 miliardi di euro per un’operazione che va avanti dal 2002, e altri 270 milioni sono stati stanziati per quest’anno. I militari italiani morti in Afghanistan sono 53. Cifre che ovviamente impallidiscono di fronte allo sforzo americano: 2.271 caduti e qualcosa come 783 miliardi di dollari spesi fra il 2001 e il 2016. Con la prospettiva di approdare a qualcosa di molto prossimo a una sconfitta.

Obiettivo Pakistan
Quale sarebbe allora l’obiettivo strategico dell’amministrazione Trump nel mandare rinforzi e dare mano libera ai militari in Afghanistan, al di là dell’obiettivo tattico di impedire un’ulteriore espansione talebana? In teoria, il ritorno di fiamma americano dovrebbe convincere i talebani a riprendere i negoziati semi-segreti in Qatar col governo afghano per mettere fine all’insurrezione ed entrare a far parte di un governo di unità nazionale, quello che ha appena fatto Hekmatyar. Ma qualche migliaio di marines e di soldati dei paesi Nato in più non sembrano lo strumento idoneo a realizzare un obiettivo tanto ambizioso: i talebani sono riusciti a sopravvivere quando le truppe della coalizione toccavano quota 130 mila, figuriamoci quando saranno passate da 13 mila a 18 mila. In realtà la questione decisiva si chiama Pakistan: fino a quando gli americani non otterranno che Islamabad metta fine alla sua politica di sostegno segreto ai talebani, questi ultimi si sentiranno sempre abbastanza forti per continuare la guerra e per credere nella vittoria finale. Questo è anche ciò che Gentiloni e il ministro Pinotti dovranno dire a Trump il giorno in cui saranno interpellati sull’argomento.

Foto Ansa

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