Addio all’uomo partita: il rugby inglese lo trova offensivo

Di Caterina Giojelli
06 Novembre 2025
L’England Rugby bandisce “man of the match” in nome dell’inclusività. Nasce il rugby neutro, dove “ze/zir” sostituisce “he/him”, “chairman” diventa “chair" e i generi sono tanti. In attesa della palla quadrata
Collage promozionale con cinque giocatori della nazionale di rugby a 15 dell'Inghilterra in maglia bianca. In primo piano, un giocatore biondo con fascia nera sulla fronte urla con la bocca spalancata. Altri giocatori sono ritratti in azione o festeggiamento
(Immagine dall’account X dell’England Rugby)

Immaginate la scena: Twickenham, autunno, nebbia che odora di birra e linimento, corpi che si scontrano come cingoli, fango, sangue, sudore. Al centro di questo teatro di virilità primordiale, il biondo Henry Pollock – nome da romanzo ottocentesco, cazzonaggine da ventenne, fisico da gladiatore – schiaccia la meta decisiva e urla qualcosa tipo «pass the damn ball to zir, ze’s unstoppable today!». Poi lo premiano non come man of the match, ma come player of the match. Sai mai che, dopo la doccia, si scopra Harriet.

Eh no, guai. Con tempismo discutibile l’England Rugby ha deciso di farsi più progressista dei progressisti dichiarando offensivo “l’uomo partita”. Nel 2023 ha pubblicato una guida linguistica per le squadre inglesi che raccomanda agli addetti ai lavori di non usare pronomi sessuati e formule come “man of the match” o “chairman”, sostituendoli con l’ineffabile neutralità di “player” e “chair”. La stampa, inglese (e italiana) se n’è accorta ora, e quello che ne emerge è un piccolo capolavoro di follemente corretto come non se ne sentiva dalla pubblicazione, otto anni fa, dell’abecedario liberal «inclusivo e senza mezzi termini» del Nyt.

Perché il rugby placca l’uomo partita

Secondo il documento saccheggiato dal Telegraph, parole contenenti man o men «possono dare l’impressione di essere esclusive». Già, perché non esistono più solo due generi, mancava solo il rugby a sovrapporre sesso e identità e farsi woke quando perfino i progressisti più stanchi hanno smesso di balbettare ze/zir, le donne hanno digerito il femminismo linguistico nei dipartimenti universitari, e i politici sono tornati a dire “uomo” e “donna” senza i “dipende” o “scusatemi”. Spiace per il rugby femminile (sì, lo sappiamo le rugbyste meritano rispetto, visibilità, abbandono della retorica sullo sport da contatto come quella usata qui sopra), ma questa è legge ferrea del maschio: arriva sempre dopo.

Leggiamo. Vietato dire “ladies and gentlemen”, “guys and girls”. Meglio “everyone”, “team”, “folks”. Se qualcuno sbaglia, si configura il “bullismo linguistico”; se insiste, “discriminazione”. È un seminario di gender studies, non un campo da rugby. Immaginate il capitano che corregge il mediano: «Non dire he ma they. E non si dice “forza ragazzi”, si dice: “forza, squadra”».

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Ideologia da campus su campo di fango

E poi, il capolavoro lessicale: usare i famigerati ze/zir, che suonano sempre come il verso di un gabbiano ubriaco. Perché «alcune persone potrebbero preferire che ci si riferisca a loro con linguaggio neutro», recita il testo. «Quando si fa riferimento al genere, il linguaggio non dovrebbe assumere una visione binaria, quindi anziché usare termini come “entrambi i generi”, si dovrebbe fare riferimento a “tutti i generi”». Ma che conversazioni tengono tra di loro i rugbysti o chi parla di rugby?

Uno sport dove il contatto fisico è la legge, il sesso biologico definisce le categorie. Fiona McAnena, di Sex Matters, l’ha detta semplice: «Esistono solo due sessi, come si evince dalle regole del rugby. Costringere i giocatori a fingere il contrario è un’impresa da sciocchi». Amen. Non è inclusione, è finzione: un’ideologia da campus imposta su un campo dove contano forza, istinto e fango, non la grammatica dei sentimenti.

«L’England Rugby crede davvero che i giocatori si chiameranno ze e zir?»

«L’England Rugby crede davvero che i giocatori si chiameranno ze e zir?» chiede McAnena. «Ciò che conta è il comportamento, non i pronomi». Infatti, invece di garantire spogliatoi aperti a tutti, uomini o donne, gay o etero, si preferisce imporre un catechismo linguistico che non userà nessuno.

Segue la sezione sulla psicologia d’accatto: il “pregiudizio inconscio”. Secondo la guida, «il nostro cervello formula giudizi rapidissimi influenzati dal background culturale». Bisogna «riconoscerli e contrastarli attivamente». Sembra un manuale di auto-aiuto per manager spaesati. «Puzza di disperazione nel voler apparire cool», ha sentenziato Alka Sehgal Cuthbert, di Don’t Divide Us. E come darle torto? Proprio ora che persino i radical chic londinesi cominciano a dubitare della rivoluzione semantica, l’England Rugby si sveglia per dire chair invece di chairman.

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Anche “uomo in mare” è offensivo

Naturalmente la federazione si difende: «Abbiamo ricevuto feedback positivi […] tanto che quest’anno sono state sviluppate linee guida specifiche per la neurodiversità». Che c’entra con i pronomi di genere? Nulla, ma suona bene. Come dire: “siamo inclusivi fino all’ultima sinapsi”. Nel frattempo, la Federazione dei Berks & Bucks Football invita i giocatori a non dire “come on boys”, e la Royal Yachting Association dichiara che “man overboard” è offensivo: meglio “person in water”. Orwell, al confronto, era un minimalista.

Il rugby sopravviverà a questa crisi d’identità tardiva. Henry Pollock continuerà a fare il barbaro e noi continueremo, senza sensi di colpa, a chiamarlo “man of the match”. Il resto, ze, zir, chair, svanirà come la nebbia di Twickenham al fischio finale.

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