La finale che nessuno vorrebbe mai giocare

Di Andrea Romano
18 Luglio 2026
Francia e Inghilterra si affrontano per il terzo e quarto posto al Mondiale. Una partita malinconica che non mette in palio nulla e serve solo a prolungare l'agonia della sconfitta
Il francese Kylian Mbappé, a sinistra, e l'inglese Jude Bellingham, a destra, tristi dopo le rispettive sconfitte in semifinale al Mondiale (foto Ansa)
Il francese Kylian Mbappé, a sinistra, e l'inglese Jude Bellingham, a destra, tristi dopo le rispettive sconfitte in semifinale al Mondiale (foto Ansa)

C’è una finale che nessuno vorrebbe mai giocare. Anche se si disputa proprio sul crepuscolo del Mondiale. Perché la sfida che vale il terzo e il quarto posto è una partita tanto diabolica quanto spietata. Novanta minuti che non mettono in palio nulla, ma che riescono solo a prolungare un’agonia, a sottolineare ancora una volta il fallimento di due Nazionali che sognavano l’ultimo atto e che si ritrovano invece a giocare non per la gloria, ma per la dignità. Questa sera a Miami tocca a Francia e Inghilterra giocarla, dopo le sconfitte contro Spagna e Argentina. A renderla imbarazzante è già il nome, «finalina», con quel diminutivo crudele ripetuto apposta per ridurla, per sminuirla, per dichiararla innocua. Una carnevalata che si gioca per contratto, che si vive con sorrisi contraffatti.

Nessun bambino sogna di fare gol nella “finalina”

Sorella minore della finale vera, è la pagina che tutti saltano per arrivare più in fretta al capitolo successivo, quello dove si svela il mistero atteso per tutto il romanzo. Ma è anche l’unico ultimo atto anonimo, dove chi vince si ritrova comunque obliato, dove la medaglia di bronzo si riceve con lo stesso entusiasmo di chi sta per fare tombola, ma si ritrova costretto ad accontentarsi del tombolino. Non c’è bambino che si metta a sognare un gol nella finale “sbagliata”. Non c’è competizione con un turno più accessorio. Tanto che i festeggiamenti per il terzo posto nel Mondiale sono considerati roba da parvenu, emozioni che possono essere ostentate solo da chi si è permesso il lusso di andare oltre le aspettative.

Eppure è proprio per questo che la finalina mantiene un fascino macabro e puro allo stesso tempo. Perché se la finale assegna la gloria imperitura, la sfida per il terzo posto misura la capacità di sopravvivere alla sua perdita. E proprio per questo è una partita intimamente malinconica. Sul prato verde si incontrano due squadre che si somigliano più di quanto avrebbero voluto, due naufraghi approdati sulla stessa isola e costretti a contendersi un pasto frugale. Ma la finale per il terzo posto è anche un albero che oscilla sotto l’ultimo vento decoubertiniano del Mondiale, la partita in cui, dissipata la garra agonistica, riaffiora l’umanità, la fratellanza, il “volemose bene” più spicciolo.

La prima “finalina” della storia

La finalina è talmente insignificante che nel primo Mondiale (Uruguay, 1930) nessuno pensò giustamente di organizzarla. Stati Uniti e Jugoslavia vennero premiate entrambe con il bronzo. Ma solo perché qualcuno decise di acquistare le medaglie all’ultimo momento. Quattro anni più tardi, in Italia, nessuno si preoccupò delle maglie da gioco. Austria e Germania giocavano entrambe con una casacca bianca. Distinguerle diventava praticamente impossibile. Così fu necessario il sorteggio. Solo dopo aver perso, il Wunderteam si accorse di non aver portato le divise da trasferta. Alla fine il Napoli prestò le maglie azzurre agli austriaci, che le indossarono sopra i propri pantaloncini e calzettoni neri.

L’effetto cromatico non era dei più felici. Così come l’esito della partita. La Germania segnò dopo appena 24 secondi. E si aggiudicò la sfida per 3-2. La sconfitta non bruciò particolarmente agli austriaci, proprio come alla Corea del Sud nel 2002. Sul campo finì con il successo della Turchia, ma i giocatori di entrambe le nazionali si abbracciarono, scambiarono le bandiere e avanzarono uniti nel giro d’onore.

Una partita per far giocare le riserve

Il peso della finale del terzo posto è intangibile. Tanto che una partita “contentino” viene usata come “contentino” per chi ha giocato meno. Nel 1970 il tedesco Sepp Maier cedette la porta a Horst Wolter. Un copione che i tedeschi, primatisti di «finaline» con 5 partecipazioni, ripeterono anche nel Mondiale casalingo del 2006. Allora Jens Lehmann, titolare per tutto il torneo, lasciò il posto allo storico rivale Oliver Kahn, che giocò da capitano quella che sarebbe stata la sua ultima partita con la Nazionale.

La tendenza a mandare in campo il portiere di riserva, però, è stata trasformata in arte dall’Olanda. Nei minuti di recupero della finale per il terzo posto del 2014 (vinta per 3-0 sul Brasile), Louis Van Gaal, campione del mondo di autostima, sostituì il portiere titolare Jasper Cillessen con il terzo Michel Vorm. E visto che prima dei rigori contro il Costa Rica aveva sostituito Cillessen con Krul, l’Olanda era entrata nel Guinness dei Primati come la prima squadra ad aver schierato al Mondiale tutti e 23 gli uomini a disposizione. Episodi tra il folkloristico e il delizioso che contribuiscono a rendere meno inutile la finale per il terzo posto. O forse no. 

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