L’importante è rieducare. Anche nel calcio
Dopo i violenti scontri tra tifoserie e forze di polizia prima del derby tra Roma e Lazio dello scorso 13 aprile, numerosi tifosi sono stati oggetto di Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive, in particolare della loro squadra, e a entrambe le tifoserie è stato vietato di seguire il club in trasferta nei tre turni successivi alla stracittadina. Un mese prima, a Glasgow, i tifosi dei Rangers hanno esposto tre striscioni durante la partita di Europa League contro il Fenerbahçe in cui si leggeva: «Tenete lontane le ideologie woke straniere. Difendete l’Europa». Per questo sono stati subito indagati dall’Uefa per “razzismo e discriminazione”, additati dal club come indegni di tifare Rangers e minacciati di subire pesanti conseguenze una volta identificati, tra cui il divieto di accedere allo stadio.
Ora, se vietare di vedere le partite a chi brucia auto e lancia sassi contro la polizia si può capire, perseguire con pene analoghe chi critica un certo pensiero progressista è decisamente sproporzionato. Oltretutto lo striscione dei tifosi scozzesi prendeva di mira un’idea, non una persona specifica o una minoranza.

Ci sono generi e generi, anche nel calcio
La verità è che non c’è da stupirsi: nell’ultimo decennio il calcio è diventato strumento di rieducazione, mezzo per trasmettere forzatamente valori che hanno grottescamente trasfigurato i “classici” lealtà, sportività, rispetto e sacrificio: antirazzismo, inclusività, diversità. Lo scorso anno la Federazione calcistica tedesca ha multato il Bayer Leverkusen perché i suoi tifosi hanno esposto uno striscione con la scritta «Ci sono molti generi musicali, ma solo due generi» durante una partita contro il Werder Brema nel 2023. L’accusa è di “comportamento antisportivo discriminatorio” e la Federazione ha decretato che un terzo dei 18 mila euro di multa dovesse essere speso per «misure preventive contro la discriminazione».
Un anno fa l’inserto sportivo digitale del New York Times, The Athletic, ha raccontato la storia di Tony, un ultracinquantenne tifoso dello Sheffield United che ha seguito un corso di rieducazione realizzato da Kick It Out, la più grande organizzazione antidiscriminazione del calcio inglese. Tony era lì per aver pronunciato una parola proibita nei minuti finali di un match molto teso, contro il Newcastle: seduto nei posti dietro alla porta avversaria, aveva reagito a una provocazione del portiere avversario alla curva urlandogli: «Fatti sotto, finocchio!». Subito alcune persone vicino a lui gli avevano detto che non si doveva esprimere così, e il giorno dopo lo hanno denunciato. Il club lo ha contattato, lui ha ammesso la propria colpa, è stato espulso dallo stadio e convocato dalla polizia.
«Ho imparato la lezione»
Le parole di Tony a The Athletic sembrano quelle di Alex dopo la “cura Ludovico” in Arancia meccanica: parla del suo insulto come di «dieci secondi di stupidità» da cui però non potrà «mai tornare indietro», nemmeno fosse un omicidio, ripete di sapere che ha sbagliato, confessa contrito che «ora mi rendo conto che avevo bisogno di essere educato. Ho imparato la lezione, ma ho anche imparato molto di più», e mostra orgoglioso le calze arcobaleno che indossa, regalo di Natale della figlia e della figliastra lesbiche.
L’articolo racconta di come il suo “educatore”, Bush, gli ricordi continuamente che quel «finocchio» urlato allo stadio in un momento di follia «è comunque un crimine d’odio. Ha causato molestie, allarme o angoscia. Di conseguenza, si potrebbe finire in tribunale ed essere banditi dal calcio. Si potrebbe perdere il lavoro e subire ogni sorta di altre conseguenze».
Chi partecipa al corso di rieducazione di Kick it Out «non riesce a spiegare le ragioni del suo gesto», ha il desiderio di poter tornare indietro e vive la vergogna di essere «finito sui giornali». Poco importa che il portiere del Newcastle sia eterosessuale, quella parola non si può dire, nemmeno allo stadio, nemmeno al 90’, nemmeno per sbaglio, o per scherzo. La pena è la gogna, e una gogna di cui bisogna poi anche dirsi grati. Oggi Tony dice di «riconoscere i gruppi sottorappresentati nella società odierna e di comprendere perché è importante essere rispettosi», ha firmato con lo Sheffield United un “Contratto di comportamento accettabile” e chiesto di incontrare i tifosi che lo hanno denunciato, per scusarsi.
L’invasione di campo delle élite
Tutto ciò non è altro che una conseguenza del clima culturale che ha attraversato l’Occidente negli ultimi due decenni: l’illusione che si possa raddrizzare il legno storto dell’umanità con il politicamente corretto, disinnescando continuamente ogni pensiero, parola, opera e omissione che possano anche solo rischiare di offendere qualcuno; l’ossessione della difesa delle minoranze portata al parossismo; la fissazione vendicativa per cui chi sgarra debba essere prima sputtanato e poi rieducato.
Come tutte le burocrazie moderne, anche il calcio è diventato la roccaforte di una élite progressista in missione per conto del dio woke: da anni società e istituzioni chiedono a giocatori e tifosi di sostenere senza obiezioni valori e battaglie politicamente corrette di moda, e chi non lo fa viene criticato o perde il seggiolino allo stadio.
La moda dell’inginocchiamento prima delle partite di calcio
Quando le proteste del movimento di difesa dei diritti dei neri Black Lives Matter erano al loro apice, qualche anno fa, sembrava che non si potesse cominciare una partita senza prima inginocchiarsi, e chi non lo faceva era implicitamente razzista. Dopo Euro 2020 l’Ungheria fu costretta a giocare tre incontri a porte chiuse per i cori razzisti dei suoi tifosi durante la partita con la Francia, e indagata dall’Uefa perché alcuni suoi supporter avrebbero urlato «tedeschi omosessuali» durante il match contro la Germania, che per l’occasione aveva colorato di arcobaleno lo stadio per criticare le politiche del governo ungherese.

Nella sfida contro l’Inghilterra lo stadio fu allora popolato di bambini ungheresi che però fischiarono l’inginocchiamento degli inglesi: seguirono polemiche infuocate, e il ct Gareth Southgate disse che bisognava continuare a inginocchiarsi prima delle partite per «educare le persone in tutto il mondo».
Ma se l’obiettivo è rieducare e punire chi non si allinea, non basta sanzionare i comportamenti dentro allo stadio: lo scorso anno una tifosa del Newcastle, attivista per i diritti gay, è stata denunciata da altri tifosi perché sui social aveva criticato le persone trans. Il club le ha impedito per tre anni l’accesso allo stadio perché, hanno spiegato, nel caso in cui una persona trans si fosse trovata su un seggiolino accanto a lei si sarebbe sentita a disagio.

La sproporzione tra delitti e castighi
Nessuno rimpiange gli anni Novanta, quando era normale che tutto lo stadio facesse il verso della scimmia ai giocatori di colore avversari, ma il sacrosanto tentativo di tenere il razzismo fuori dal calcio è scivolato in una orwelliana battaglia alla libertà di parola e di pensiero. Senza cadere nell’abusato ed esagerato refrain del “non si può più dire niente”, è innegabile che ci sia una sproporzione tra delitti e castighi: se scrivere “difendi l’Europa” equivale a lanciare bottiglie contro la polizia, se fischiare i giocatori che si inginocchiano significa essere razzisti, se dire “finocchio” in un momento di tensione porta alle stesse conseguenze di scontrarsi con gli ultras avversari in strada, se scrivere “ci sono solo due generi” è considerato “comportamento antisportivo”, c’è un problema.
Gli stadi di calcio trasformati in safe space
Da alcuni anni in Inghilterra viene cacciato dagli stadi anche chi durante una partita fa riferimenti alle tragedie che hanno colpito squadre e tifoserie avversarie, dall’incidente aereo del Manchester United alla strage di Highbury. Sono riferimenti odiosi, ma davvero l’obiettivo è trasformare gli stadi in safe space in cui nessuno deve sentirsi offeso? Lo sfottò, anche becero, è sempre stato parte fondamentale del tifo allo stadio.
A gennaio il Milan è stato multato perché la Curva Sud ha cantato a quelli del Cagliari «tornerete in Serie Beee», imitando il verso della pecora; e si è perso il conto delle curve chiuse negli anni per avere intonato cori sul Vesuvio nelle partite contro il Napoli. Si è passati dal vivere lo stadio come un luogo in cui tutto è permesso a trasformare le partite in un corso di rieducazione progressista permanente, con la delazione eretta a norma di comportamento tra tifosi. Per fortuna ci sono ancora tifosi come quelli dei Glasgow Rangers.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di maggio 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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