Perché Dan Burn piace così tanto ai tifosi inglesi (anche se gioca pochissimo)
A volte anche giocare per un club che non vince un trofeo da sessant’anni può diventare qualcosa di simile al paradiso. O almeno è così per Daniel Burn detto Dan, il bambino cresciuto con l’ossessione di Alan Shearer che dopo essere stato cacciato da un giardino dell’Eden chiamato Newcastle United ha passato tutta una vita a cercare di riconquistarlo. Fino a riuscirci proprio quando tutto sembrava perduto. La storia del difensore centrale dell’Inghilterra (due presenze in questo Mondiale, entrambe partendo dalla panchina, ma diventando subito idolo dei tifosi per la sua voglia di lottare) sembra uscita da un romanzo di Nick Hornby, perché trasforma i sentimenti in un filone letterario.
Il sorteggio per andare a vedere il Newcastle
Dan è un ragazzino come tanti in una città di provincia come tante. Nasce a Blyth, una cittadina a una ventina di chilometri da nord di Newcastle Upon Tyne. Quarantamila abitanti che per qualche decennio hanno prosperato con le miniere di carbone, i cantieri navali, il commercio del sale e la pesca. Almeno fino agli anni Ottanta, quando la zona è entrata in recessione. È qui che Dan inizia a muovere i suoi primi passi. Suo padre David è il responsabile di un supermercato Asda. Sua madre Kay lavora come impiegata in una scuola. I due infondono al ragazzo e al fratello minore Jack un’educazione con principi saldi: rispettare le regole, mantenere una certa etichetta e tifare il Newcastle United.
L’ultimo punto viene preso piuttosto sul serio dai ragazzi Burn. In famiglia comprano degli abbonamenti annuali, ma i soldi non bastano a prenderli per tutti. Così prima di ogni campionato Dan e Jack partecipano a uno strano rituale. Mettono in un cappello i nomi delle squadre che i bianconeri avrebbero affrontato durante la stagione. Per un principio di equità le prime sei della classifica precedente più il Sunderland venivano inserite in un secondo copricapo. Poi si procedeva al sorteggio. Così i ragazzi si spartivano le partite da vedere insieme a David al St. James’s Park. A Dan però le partite non bastano mai. È come il protagonista di Febbre a 90° che guarda il padre e dice: «Non supereremo mai questa fase».
Un regalo di Natale al contrario
La svolta arriva nel 2003. Dan ha 11 anni. E gli si spalancano le porte delle giovanili del Newcastle United. Per un attimo si sente incredibilmente vicino agli idoli che guarda allo stadio. Ma è un idillio che dura poco. Troppo poco. Dopo appena qualche mese i dirigenti delle giovanili del Newcastle lo convocano. Mancano pochi giorni a Natale. Solo che appena attaccano a parlare non usano frasi particolarmente zuccherose. Gli dicono che non c’è più spazio per lui, che deve andare via. È un regalo di Natale al contrario. E fa male da morire. Nei suoi sogni l’erba del St. James’s Park è scolorita. Non riesce più a immaginare la sensazione che avrebbe provato nel calpestarla. «A dire il vero ero piuttosto scarso», dirà qualche tempo dopo.
Il dito in meno di Dan Burn
Quelli che sembravano degli approdi certi diventano un continuo peregrinare. La sua personale odissea lo porta a giocare in squadre microscopiche: New Hartley, Blyth Town e infine Blyth Spartans. Intanto succede qualcosa di inaspettato. Un pomeriggio Dan esce con gli amici. E vede un coniglio entrare nell’area di un centro comunitario. «Avevo 13 anni e cercavo di fare il figo davanti a un gruppo di ragazze», dirà. Così decide di scavalcare la recinzione. «Indossavo un anello che mi aveva regalato mio nonno – ha raccontato a Sky Sports – Era stato ricavato da un vecchio scellino, quindi era molto solido. La punta della recinzione rimase incastrata nell’anello e, quando saltai giù, mi strappò il dito».
All’inizio non capisce la gravità della situazione. La mano era diventata insensibile, e la giacca impermeabile che indossava era scesa fino a coprirgli l’arto. Quando finalmente riesce a guardarsi la mano vede che gli manca l’anulare e pensa: «Wow, questo non va bene».
La preferenza è una cosa seria.
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Le serie minori, il supermercato e poi il Fulham
Intanto il suo rapporto con il calcio è cambiato. I giocatori più promettenti prendono altre strade. Lui è costretto ad accontentarsi delle briciole. Per un po’ pensa anche di mollare. Suo padre gli fa un colloquio al supermercato e lo assume. Con la mansione più bassa: Dan deve incolonnare i carrelli e spingerli fino allo stallo che si trova fuori dal supermercato. Non il massimo per uno che sognava di vincere coppe e campionati.
Nel 2009 il Darlington gli propone un contratto. In quarta divisione. Un purgatorio che Burn accetta volentieri. Anche a costo di rimetterci dei soldi. «Prendevo di più lavorando quattro giorni al mese all’Asda – dirà – rispetto a quando firmai per il Darlington». Le prospettive sono sempre più cupe. Dopo un anno il club scende addirittura in quinta divisione. Ma proprio quando sembra tutto perso, ecco che arriva il Fulham, in Premier League. I londinesi lo acquistano per 350 mila sterline, ma non sono pienamente convinti. A dire la verità si era fatto vivo anche il Newcastle. Il club bianconero aveva eguagliato l’offerta del Fulham. Solo che Dan non era convinto. Per qualche ragione si era convinto che i Magpies stavano solo cercando di far scena, di non perdere un talento locale.
Il ritorno di Dan Burn al Newcastle, e la Nazionale a 33 anni
Alla fine sceglie Craven Cottage. Quando esce per presentarsi alle visite mediche suo padre lo richiama indietro: deve presentarsi in giacca e cravatta. Perché l’etichetta non può essere trascurata. Nella prima stagione Dan è un ectoplasma. Così riprende a vagare: Yeovil Town, in terza divisione, poi Birmingham City, di nuovo Fulham, Wigan e Brighton. A gennaio del 2022 arriva il plot twist. Un club inglese bussa alla sua porta. È il Newcastle United. Dan è finalmente tornato in Paradiso. In bianconero diventa subito importante. Tanto da conquistare la Nazionale. Viene chiamato per la prima volta a 33 anni. «Non sono qui per fare la cheerleader» dice durante la sua prima conferenza stampa. Sembra una provocazione. Invece è vero.
Il 16 marzo del 2025 il Newcastle affronta il Liverpool. Si gioca la finale di Carabao Cup. A Wembley. Dan trova il gol che sblocca l’incontro. I bianconeri tornano a vincere un trofeo dopo 70 anni. È una gioia collettiva di cui Burn diventa protagonista assoluto. Tanto che il supermercato Asda dove lavorava incornicia in suo onore un giubbotto catarifrangente con il numero 33 sulle spalle. Un modo per celebrare un legame che non è mai stato reciso. Lo stesso legame che ha riportato Burn in paradiso.
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