Così l’Europa del calcio ha rovinato il gioco (sporco) di Infantino

Di Sandro Bocchio
14 Luglio 2026
Tre delle quattro Nazionali rimaste in gara ai Mondiali sono rappresentanti Uefa. E la quarta è piena di calciatori tesserati dalle nostre parti. Qualcosa vorrà pur dire
Il presidente della Fifa Gianni Infantino alla conferenza stampa di apertura dei Mondiali 2026, Città del Messico, 10 giugno 2026 (foto Ansa)
Il presidente della Fifa Gianni Infantino alla conferenza stampa di apertura dei Mondiali 2026, Città del Messico, 10 giugno 2026 (foto Ansa)

L’Europa è viva e lotta insieme a noi. Lo fa a livello politico, spiazzando in continuazione Donald Trump, il presidente statunitense la cui occupazione principale è disprezzare chiunque non lo aduli. Lo fa a livello sportivo, ribadendo al Mondiale che la culla del calcio sta delle nostre parti, con buona pace di Gianni Infantino, il presidente della Fifa più presenzialista (un classico il primo piano sulla sua faccia sorridente tra 10’ e 15’ del primo tempo), interventista e autocelebrativo che mai. Sulla buona strada per battere il suo predecessore Joseph Blatter, che pareva irraggiungibile. Una coppia – Trump e Infantino – che è riuscita a creare un casino senza precedenti a questa fase finale, con la squalifica tolta a Folarin Balogun dopo telefonata della Casa Bianca e intervento di apposita commissione, “a insaputa” del capo della Federazione. Come un affitto al Colosseo qualsiasi di un ministro italiano qualsiasi.

Dove sta di casa il calcio

Eppure, nonostante i due, l’Europa resiste. Soprattutto quella del calcio. Sei Nazionali su otto ai quarti erano rappresentanti Uefa, come lo sono tre su quattro nelle semifinali. Sembra passata una eternità da Qatar 2022, quando il penultimo incrocio aveva messo di fronte Argentina-Croazia e Francia-Marocco: la presenza di due sole europee aveva fatto gridare alla rivoluzione nel pallone. Quattro anni dopo si torna a una visione eurocentrica, con almeno una finalista, come accade dal 1934. Unica eccezione quella del 1930, quando la prima Coppa del mondo aveva messo di fronte Uruguay e Argentina in un torneo a 13 squadre, di cui sette del Sud America per motivi logistici (e il famoso Brasile-Uruguay del 1950 era il match di un mini torneo che assegnava il titolo).

Una resistenza che va oltre le decisioni di Infantino che, allargando la fase finale a una versione XXL a 48 squadre, ha penalizzato proprio l’Europa. Se negli anni Novanta la percentuale di Nazionali Uefa presenti era ancora intorno al 50 per cento, in questo 2026 è scesa al 33, allo scopo di favorire altre confederazioni dai voti solidi al momento delle elezioni, ma con un calcio ancora lontano da standard accettabili.

Qualificazioni “regalate” e presenze folkloristiche

L’Asia è passata da 5 a 9 squadre (con Iraq vincitore dello spareggio interzone) e ha portato il solo Giappone ai sedicesimi, eliminato da uno dei Brasile più scarsi nella storia del pallone. E siete bravi se vi ricordate che cosa abbiano proposto Uzbekistan o Qatar, per esempio.

Il Centro e Nord America hanno avuto il beneficio della triplice organizzazione (con presenza assicurata) che ha garantito i gironi a realtà quasi folkloristiche come Panama, Haiti e Curaçao, mentre Stati Uniti, Messico e Canada hanno raggiunto il minimo sindacale facendosi eliminare agli ottavi.

Kylian Mbappé saluta i tifosi mentre lascia il campo durante la sfida mondiale contro il Morocco, Boston, Massachusetts, 9 luglio 2026 (foto Ansa)
Il bomber francese Kylian Mbappé saluta i tifosi mentre lascia il campo durante la sfida mondiale contro il Morocco, Boston, Massachusetts, 9 luglio 2026 (foto Ansa)

L’Africa è salita da 5 a 10 rappresentanti (grazie alla vittoria della Repubblica Democratica del Congo allo spareggio) e, almeno lei, si è ben comportata, soprattutto se alcune partite fossero terminate intorno all’80’: chiedere a Egitto e Senegal. Solo la Tunisia è stata fatta fuori ai gironi, il Marocco è uscito ai quarti, l’Egitto agli ottavi e la sorprendente Capo Verde ha costretto ai supplementari i campioni del mondo dell’Argentina.

Il Sud America, per l’appunto. È questo il vero problema delle qualificazioni mondiali, visto che una confederazione con 10 rappresentanti aveva diritto a ben 6 posti, che sarebbero stati 7 se la Bolivia avesse eliminato l’Iraq. Di queste, l’imbarazzante Uruguay dell’altrettanto imbarazzante Marcelo Bielsa è subito uscito, del Brasile si è detto e le eliminazioni della fase diretta sono passate tra l’evanescenza di Ecuador e Colombia e il non-calcio del Paraguay contro la Francia.

Se pure l’Argentina è parecchio europea

Resta l’Argentina, dunque, in una semifinale che non lascia mai indifferenti con l’Inghilterra, mentre nell’altra sono di fronte Francia e Spagna. Il tutto ha una logica, visto che parliamo dei detentori del titolo (Argentina), della protagonista sfortunata delle ultime due finali dell’Europeo (Inghilterra), della squadra campione in carica dell’Europeo (Spagna) e dei vicecampioni del mondo (Francia).

Nazionali giunte fino a questo punto grazie al talento di leader attesi come Leo Messi, Kylian Mbappé e (in staffetta) Harry Kane più Jude Bellingham, oppure alla forza del gruppo, in attesa che il campione si desti, ovvero Lamine Yamal. E Nazionali con un ultimo dato da proporre, per ribadire la centralità europea: su 104 convocati, solo 7 giocano fuori dal Vecchio continente. Nessuno per la Spagna e uno a testa per Francia e Inghilterra, nel ricco e un po’ bolso campionato arabo: Theo Hernández (e si vede, spedito in panchina dopo due presenze per fare spazio a Lucas Digne) e Ivan Toney (zero minuti al Mondiale).

Nella stessa Argentina, ben 21 su 26 convocati sono tesserati per un club europeo e, quando vanno da altre parti, si dirigono in campionati più competitivi di quelli dei nuovi ricchi, come Messi e Rodrigo De Paul negli Stati Uniti o Leandro Paredes in patria.

La partita dell’Italia

Un’Europa da cui manca l’Italia, che ha fallito la qualificazione per la terza volta consecutiva. La pochezza di certe squadre non deve alimentare rivendicazioni nazionalistiche senza alcun fondamento: siamo rimasti a casa perché scarsi. Giovanni Malagò ha avviato il nuovo ciclo della Figc chiamando come direttore tecnico e advisor azzurri Paolo Maldini e Leonardo, due che hanno vinto qualcosa con il Milan in varie forme, sul campo e fuori. Può essere un buon punto di inizio, senza dover attendere altri gigantismi nella fase finale da parte di Infantino (già pronto, ha detto, a un 2030 con 64 partecipanti…).

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.