Lo spirito del tempo

Sandwich generation

Di Lodovico Festa
30 Ottobre 2026
L'importanza di dedicare tempo, risorse e cura a più generazioni e il ruolo sempre più centrale che devono avere persone e famiglie nella società
Sandwich generation
(foto Depositphotos)

Di “sandwich generation” si scrive per la prima volta in un articolo di Dorothy A. Miller (all’epoca docente nell’Università del Kentucky) pubblicato nel settembre 1981 su Social Work. La Miller descriveva gli adulti che si trovavano tra genitori anziani e propri figli in fase di crescita, sottolineando soprattutto lo stress derivante dal fornire risorse e assistenza alle due generazioni. Miller si riferiva a persone adulte, soprattutto donne tra i 30 e i 40 anni, che assistevano contemporaneamente figli e genitori: era una posizione “sandwich” perché intermedia tra due generazioni che potevano entrambe richiedere cura e sostegno.

Tra il 1981 e il 2026 con il termine “sandwich generation” non ci si è riferiti più solo a una categoria abbastanza specifica di donne di mezza età con responsabilità verso figli e genitori anziani, ma si è arrivati a definire una più ampia pressione intergenerazionale con assistenza e sostegno economico.

Nel 1981 la generazione sandwich era rappresentata per lo più da donne impegnate nel “caregiving”, nella cura familiare di figli e genitori anziani. Negli anni Novanta si trovavano spesso in mezzo al “sandwich” genitori che lavoravano e assistevano anche economicamente figli e genitori anziani. Il termine “generazione sandwich” cominciò così a essere utilizzato anche per parlare delle conseguenze sociali ed economiche del doppio carico, anche in relazione a politiche pubbliche, povertà e lavoro di cura femminile: nel 1990 Time descriveva la sandwich generation come composta da persone tra i trenta e i quarant’anni che devono occuparsi di figli, genitori anziani e contemporaneamente lavorare a tempo pieno. 

Lavoro e “caregiving”

All’inizio del Duemila uno studio di due sociologhe Brenda C. Spillman e Liliana E. Pezzin definisce con il temine “sandwich generation” chi lavora e insieme fornisce “caregiving”, assistenza primaria a familiari anziani: questa assistenza viene analizzata in termini di tempo, intensità della cura e rapporto tra assistenza informale e servizi professionali. E contemporaneamente emerge un’importante distinzione (che conterà sempre più negli anni a venire): avere contemporaneamente genitori anziani e figli, e necessariamente essere caregiver, cioè curare entrambi.

Nel 2013 il Pew Research Center definisce la sandwich generation come adulti che hanno un genitore di almeno 65 anni e che stanno crescendo un figlio minorenne oppure sostengono economicamente un figlio adulto. Quindi il figlio non deve più essere necessariamente un bambino.

Inoltre, il sostegno non è soltanto assistenza fisica ma può essere: economico, pratico, emotivo, abitativo, assistenziale. Il Pew rilevava, per esempio, che una parte consistente degli appartenenti alla categoria forniva sostegno emotivo sia ai figli adulti sia ai genitori. 

Non si è più semplicemente “schiacciati” tra un bambino e un anziano, ma tra diverse esigenze familiari.

Dopo il 2020 si passa da “sandwich” a sistema multigenerazionale

Le ricerche recenti tendono a complicare ulteriormente il modello. Uno studio del 2020 osservava che circa un terzo delle persone di mezza età tra quelle prese in esame, aveva contemporaneamente un genitore/genitore acquisito e un nipote viventi; una parte di queste persone sosteneva entrambe le generazioni. 

Si è quindi iniziato a utilizzare concetti come “multigenerational caregiving”: non necessariamente due strati, ma una rete di responsabilità che può coinvolgere tre o persino quattro generazioni. Da qui derivano espressioni metaforiche come: “club sandwich” (più generazioni contemporaneamente); “double sandwich” (persone che si trovano strette tra esigenze di più generazioni); “grandsandwich generation” (genitori anziani da una parte e nipoti dall’altra). Di fatto la metafora originale del panino a due strati spesso non descrive più bene la struttura familiare contemporanea.

Come cambia la definizione di “sandwich generation”

Nel 2026 il termine “sandwich generation” viene utilizzato in almeno due modi distinti, ed è importante non confonderli. Il “sandwich” in una definizione demografica può semplicemente indicare una persona che si trova tra generazioni con bisogni o dipendenze diverse. Un dato recente del Pew Research Center, basato su un’indagine del 2025, definisce come “sandwich generation” gli adulti che hanno un genitore di almeno 65 anni e un figlio minorenne e/o un figlio adulto che hanno sostenuto economicamente nell’ultimo anno. Con questa definizione, il 25 per cento degli adulti statunitensi rientrava nella categoria; tra i 40-49enni la quota era del 54 per cento. 

Invece se si definisce la “generazione sandwich” per i servizi che offre , il termine viene usato in senso più stretto: persone che stanno crescendo figli e contemporaneamente assistono un adulto con disabilità o condizioni mediche complesse.

Un rapporto AARP (l’associazione dei pensionati americani), “National Alliance for Caregiving”, pubblicato nel settembre 2026 stima che circa 17 milioni di caregiver statunitensi sono in questa situazione “sandwich”, pari al 29 per cento dei caregiver cioè delle persone che assistono un anziano. L’età media di costoro è di circa 42 anni. 

Ecco un altro cambiamento rispetto al 1981: la cura può comprendere non soltanto accompagnamento e assistenza quotidiana, ma anche compiti sanitari complessi.

Non conta più solo la genealogia

Non è semplicemente aumentato il numero di persone definite “sandwich generation”: è cambiato ciò che intendiamo per “essere sandwich”.

La trasformazione più importante è il passaggio da una definizione basata principalmente sulla posizione genealogica — “sei tra figli e genitori” — a una definizione che considera anche ciò che effettivamente fai: “fornisci tempo, denaro, cura fisica, supporto emotivo o coordinamento a più generazioni”. Oggi si sottolinea infatti che non esiste una definizione standard di “sandwichness”, e che misurare la semplice presenza di più generazioni non equivale a misurare i trasferimenti effettivi di tempo o risorse. 

Non sempre nelle riflessioni su come cambia la nostra società, si tiene conto di come alcuni fattori, in particolare l’aumento dell’età della vita e contemporaneamente il calo demografico, stiano cambiando la nostra esistenza: e in questo senso ragionare della cosiddetta “sandwichness” della generazione tra i quaranta e i cinquanta anni diventa fondamentale.

Leggi anche

Famiglie più unite e solidali

In un articolo su The Atlantic Faith Hill scriveva come una ricerca promossa dalla Pennsylvania State University «stimi che il numero di bisnonni dal 1996 al 2012 sia cresciuto del 33 per cento, passando, da 15 a 20 milioni». Un’altra ricerca promossa dal Max Planck Institute for Demographic Research rileva che «i ragazzi americani all’età di 15 anni hanno 2,85 bisnonni ciascuno». Mentre sarebbe caduto il numero dei fratelli e sorelle, delle zie e zii, e dei cugini. La Hill nota anche come «i bisnonni si trovino in una posizione insolita. Molti di loro sono cresciuti senza avere anziani di questo tipo ancora in vita e, di conseguenza, non hanno modelli a cui ispirarsi. Potrebbero non aver mai immaginato di arrivare loro stessi a questo punto della vita».

Però anche senza modelli di ruolo secondo la Hill possono svolgere un ruolo sociale concreto molto positivo: «Forse non saranno abbastanza in forma da poter andare a prendere i pronipoti agli allenamenti di calcio, ma ottimisticamente penso che siano abbastanza in salute e in forze da poter festeggiare i compleanni». E commenta ancora la Hill: «Il futuro potrebbe essere anziano. Ma potrebbe anche essere caratterizzato da legami più stretti. Per quanto si parli spesso di come gli Stati Uniti e altri Paesi stiano diventando sempre più individualisti, le generazioni delle famiglie americane stanno, in media, diventando forse più unite e solidali, mi hanno detto alcuni ricercatori, e sempre più disposte a sostenersi reciprocamente».

Il ruolo centrale di persona e famiglia. L’azione di Nonni 2.0

Questo approccio ottimistico e che considera la persona umana preziosa a qualsiasi età non è affatto estraneo a Tempi che ha collaborato all’iniziativa e ha seguito con attenzione i cicli d’incontri “Patto tra generazioni per una società più umana” che i Nonni 2.0, guidati dall’infaticabile e magnifico Peppino Zola, hanno organizzato a Milano (2023-2024): incontri i cui lavori poi sono stati raccolti nel libro “Generazioni in dialogo. Nonni, genitori, figli, nipoti” (Ares 2025) a cura di Zola.

Nell’azione di Nonni 2.0 è centrale l’idea della sussidiarietà cioè del fatto che i problemi delle persone umane non riguardano soltanto l’iniziativa statale, e che dunque persone e famiglie debbano avere un ruolo centrale: mi pare che riprendere la discussione americana e focalizzare anche la questione dei bisnonni 2.0, segnalando come lo Spirito del Tempo osserva con attenzione questo fenomeno della “sandwich generation”, possa essere utile per consolidare scelte come quelle dei Nonni 2.0 già bene e solidamente impostate

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.