La persecuzione senza fine di Lee Cheuk-yan, «vero patriota cinese»
Lee Cheuk-yan, presidente dell’ormai defunta Alleanza a sostegno dei movimenti patriottici e democratici in Cina, è rinchiuso ingiustamente in carcere a Hong Kong dal settembre 2021 e venerdì è stato condannato nell’ennesimo processo farsa per incitamento alla sovversione del potere statale. Ma l’unica colpa di Lee (e di Chow Hang-tung e di Albert Ho, condannati insieme a lui) è di aver fatto il suo dovere.
Quel giorno a Piazza Tiananmen
Per capire quale, bisogna fare un salto indietro di 37 anni e tornare con la memoria a Pechino e a quel fatidico 4 giugno 1989, quando il regime comunista cinese rispose alla richieste di maggiore libertà e democrazia dei suoi giovani massacrandoli senza pietà.
Alle proteste di Piazza Tiananmen, il movimento di popolo più commovente e coraggioso del XX secolo, non partecipavano solo giovani della Repubblica popolare cinese, ma anche un nutrito gruppo di cittadini di Hong Kong, allora colonia britannica, arrivati nella capitale per due ragioni: 1) sostenere i propri connazionali alla vigilia dell’Handover (il ritorno della sovranità di Hong Kong alla Cina, che sarebbe stato formalizzato l’1 luglio 1997); 2) consegnare agli studenti riuniti a Pechino 1,9 milioni di dollari di Hong Kong raccolti tra la gente dell’isola.
Il dovere della memoria
A guidare quella delegazione di cittadini di Hong Kong c’era un giovane Lee Cheuk-yan, uno dei più importanti leader politici, sindacali e democratici dell’isola. Lee sperimentò il terrore e lo sgomento dei cinesi nel vedere il proprio governo preferire l’uccisione dei giovani manifestanti alla concessione di diritti basilari.
Lee condivise la meraviglia dei cittadini di Hong Kong nel vedere che gli studenti cinesi, invece di fuggire davanti alle colonne dell’Esercito popolare di liberazione con i fucili spianati, fecero cerchio attorno agli amici di Hong Kong per impedire che venissero schiacciati sotto i cingoli dei carri armati.
Lee, infine, raccolse il grido di dolore e di speranza di un paese intero: «Non rischiare la vita, torna a Hong Kong e racconta a tutto il mondo che cosa è successo qui», gli hanno detto gli studenti.
La veglia al Victoria Park
Negli ultimi 37 anni, Lee non ha fatto altro che assolvere a quel dovere: il dovere della memoria. Per questo, da allora, ogni 4 giugno con l’Alleanza ha organizzato al Victoria Park la veglia di commemorazione per le vittime di Piazza Tiananmen. Nel 2019 la partecipazione popolare ha raggiunto un picco di 180 mila persone. Nel 2020 e nel 2021, il governo della Regione amministrativa speciale ha utilizzato la scusa del Covid-19 per proibire la veglia, poi vietata a partire dal 2022 in seguito all’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale.
Lee Cheuk-yan, Chow Hang-tung e Albert Ho – i tre leader più importanti dell’Alleanza – sono stati riconosciuti colpevoli e rischiano dunque fino a dieci anni di carcere per essere saliti sul palco della veglia a Victoria Park anno dopo anno a ricordare le vittime di Tiananmen. E per avere intonato lo storico slogan dell’Alleanza: «Basta con la dittatura del partito unico».
Il sogno di una Hong Kong democratica
Come Lee Cheuk-yan ha ben spiegato durante le udienze del processo farsa, quello slogan non era un grido di guerra, né un’incitazione alla rivolta contro il Partito comunista cinese. Era soltanto l’espressione battagliera della richiesta, fatta negli anni da tutte le istituzioni della società civile di Hong Kong, di permettere all’isola di dotarsi di un sistema democratico dove diversi partiti possano competere alla conquista del potere politico per via elettorale.
La richiesta non ha mai avuto niente di rivoluzionario se si ricorda che anche Pechino nel 2007 promise che per le elezioni parlamentari del 2016 e per le elezioni presidenziali del 2017 Hong Kong avrebbe potuto votare a suffragio universale. È solo quando la Cina si rimangiò quella promessa che scoppiarono tutte le proteste e le manifestazioni che il regime comunista soffocò approvando la draconiana legge sulla sicurezza nazionale.
Le ridicole accuse a Lee Cheuk-yan
Per i giudici scelti appositamente dal governo cinese per giudicare Lee Cheuk-yan, la colpa dell’attivista democratico (che nel novembre 2019 partecipò a Milano all’incontro organizzato da Tempi dal titolo “La libertà è la mia patria. Da piazza Tienanmen a Hong Kong”) è quella di «aver fomentato l’ostilità del popolo di Hong Kong nei confronti del partito comunista cinese, erodendo minando la fiducia della gente nella sua leadership».
Il leader di Hong Kong, John Lee, esultando per la condanna ha ricordato che nessuno può «alimentare la disaffezione verso il Partito comunista cinese». E il ministro per la Sicurezza di Hong Kong, Chris Tang, ha aggiunto tra le colpe di Lee «aver accettato interviste dai media, aver fatto dichiarazioni pubbliche, aver cercato di aprire e digitalizzare un museo» sul massacro di Piazza Tiananmen.
«Condannati senza prove»
Non è servito a nulla ricordare in aula che la veglia del Victoria Park è stata approvata dal governo di Hong Kong per trenta lunghi anni. L’assurdo revisionismo di Pechino non conosce limiti, l’unico obiettivo del regime è cancellare la memoria di Tiananmen punendo tutti coloro che vogliono ricordare e portare avanti la verità storica.
Lee Cheuk-yan, Chow Hang-tung e Albert Ho sono perseguitati politici. Come ricordato dalla moglie di Lee, Elizabeth Tang, «non è stata presentata alcuna prova contro di loro, eppure sono stati dichiarati colpevoli».
«Sono veri patrioti cinesi»
La «rabbia» di Elizabeth è quella di tutti i cittadini di Hong Kong, costretti a vivere in una città che da sei anni è diventata una prigione a cielo aperto.
Ma la verità su Lee Cheuk-yan, Chow Hang-tung e Albert Ho non è quella contenuta nel patetico verdetto dei giudici di regime. Ma quella enunciata da Mark Clifford, presidente della Fondazione Comitato per la libertà a Hong Kong (Cfhk):
«Sono veri patrioti cinesi. Hanno condotto una campagna a nome del popolo cinese e hanno dato voce alle vittime del massacro di Piazza Tiananmen e alle loro famiglie. Sono stati messi a tacere perché hanno detto la verità al potere e hanno puntato uno specchio contro il Partito comunista cinese, costringendo i suoi leader a confrontarsi con i loro crimini storici».
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