Resisti, Armenia
C’è un monastero, vicino a Erevan: si chiama Khor Virap. Uno dei tanti che costellano l’Armenia. Non è dei più belli, eppure è speciale: non solo perché ci fu imprigionato per anni sul fondo di un pozzo san Gregorio Illuminatore, ma anche perché da lì si gode di una vista impagabile sull’Ararat, il monte sacro per gli armeni. A Erevan, per intenderci, è tutto un “Ararat”, dai nomi dei ristoranti alle marche di liquori. Eppure, l’Ararat, coi suoi 5.000 e passa metri di altitudine, e la vetta perennemente incappucciata di neve, oggi è in territorio turco, oltre un confine che da Khor Virap si distingue appena, nascosto dagli alberi, eppure si sente, essendo armato e invalicabile. Tanto che, per andare sull’Ararat, distante appena una trentina di chilometri, ci vorrebbe una deviazione dalla Georgia e dieci ore di macchina.
E allora viene da chiedersi: come fanno gli armeni a sopravvivere a così tanta nostalgia? Ogni giorno hanno sotto al naso l’oggetto del loro orgoglio e del loro desiderio, eppure quotidianamente gli è sottratto dalle grinfie della storia.
Come fanno, gli armeni, a piegarsi da secoli, senza spezzarsi? Sono passati sulle loro terre dominatori di ogni etnia e religione; sono stati disprezzati e calpestati, annientati fino allo sterminio e soffiati via in diaspora ai quattro angoli del mondo; è per loro che Raphael Lemkin ha coniato il termine “genocidio”.
L’attuale territorio del loro Stato è un fazzoletto di terra incastrato tra due nemici pericolosissimi come la Turchia e l’Azerbaigian; i migliori fra loro vivono all’estero e tornano solo per le vacanze; eppure eccoli, gli armeni: sono ancora qui. Uomini brutti e cespugliosi, ma generosi e ingenui fino all’inverosimile; e donne bellissime, orientali nel fascino ma con l’Occidente nello sguardo. Sono qui, gli armeni, come una provocazione che resiste agli urti del tempo e della storia: reietti, disprezzati, odiati, sono incatenati alla vita come Odisseo all’albero maestro.
Una bimba chiama suo padre
A ogni piè sospinto, in Armenia, ci si imbatte nei khachkar, le straordinarie croci incise nella roccia, che paiono ritagliate con la levità degli origami, eppure resistono da più di mille anni. Similmente, nei monasteri armeni il simbolo della croce si ritrova scavato sui muri in modo quasi ossessivo, come se gli antichi abitanti di quei luoghi sacri avessero avuto paura di scordarselo. E allora si comprende che non poteva esserci simbolo più adeguato, per codesto popolo, che la croce nella roccia. Incredibilmente fiorita o alata, che porta frutti, melograni e grappoli d’uva; che resiste al tempo, che vince la morte. Ancora e ancora.
E c’è una bambina, a Erevan: sente il papà al telefono una volta a settimana. Crede sia via per lavoro, quando invece è in prigione, incarcerato a Baku assieme ad altri venti che si fecero prendere, quando nel 2023, nel giro di una notte, centomila persone dovettero evacuare la valle dell’Artsakh, poiché la guerra contro gli azeri era definitivamente persa. A Erevan si possono contemplare in un cimitero monumentale le tombe delle centinaia di ragazzi che militarono e persero la vita in quel conflitto: i più giovani erano del 2002, avevano diciott’anni quando gli azeri invasero l’Artsakh nel 2020 e nessuno mosse un dito.
Campioni di ipocrisia
Allora sorge spontanea un’altra domanda: come può la comunità internazionale tollerare che quelle venti persone siano da tre anni in carcere per ragioni politiche? E come può chiudere gli occhi mentre quotidianamente le chiese, i cimiteri, i khachkar e quant’altro gli armeni hanno edificato per secoli nell’Artsakh e nel Naxçıvan viene eraso fino alle fondamenta dagli azeri con chiaro intento genocidiario? Evidentemente può, continuando a condannare a parole, ma anche a inginocchiarsi alle distribuzioni di gas azero, organizzando Gran Premi a Baku senza curarsi di vietare la partecipazione agli eventi sportivi o di sventolare la bandiera del Paese del guerrafondaio e megalomane Aliyev. Poiché alle nostre latitudini siamo campioni di ipocrisia e doppiopesismo. Ma questo non cancella quella bambina a Erevan, né i centomila profughi dell’Artsakh, e la costante minaccia ai confini di quel Paese che sta nella Transcaucasia come una pecora in mezzo ai lupi.
Allora viene da dire soltanto: resisti, Armenia. Preghiamo per la diplomazia e il suo lavoro nel silenzio. Come il vento che spazza l’altopiano di Syunik, la storia passa con la sua violenza: ma tu, Armenia, rimani, nei tuoi monasteri rupestri e nelle tue croci incise, nel tuo popolo ingenuo e orgoglioso e anche in tutta la gente sparsa nel mondo che si ricorda di te e che ti ama. Bellezza fragile, che merita di essere difesa; provocazione e scandalo del primo popolo al mondo ad abbracciare il cristianesimo, e sembra pagarne lo scotto. Noi non ti vogliamo dimenticare.
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