Da islamico a cattolico. Minacce al prof belga
La sua “colpa” è aver cambiato religione, essere nato in una famiglia musulmana e aver scelto, dopo un lungo percorso spirituale, di diventare cattolico: una decisione che in una democrazia liberale dovrebbe rientrare nell’esercizio più elementare della libertà di coscienza, ma in Belgio è bastata a trasformarlo in un bersaglio mobile.
Ahmed Yetib, teologo di formazione e studente di filosofia all’Université catholique de Louvain, insegna religione cattolica al Collège du Christ-Roi, nella regione di Charleroi. Battezzato nel 2018, Yetib ha deciso di raccontare la propria esperienza su TikTok, pubblicando video sulla fede cristiana e sul cammino spirituale che lo ha portato a convertirsi. Il suo account AhmedExpose, aperto nel 2025, ha raccolto in poco tempo decine di migliaia di follower, suscitando commenti talvolta aggressivi, ma senza episodi di particolare gravità.
Insulti e minacce
Fino a quando non ha iniziato una supplenza in un istituto frequentato da molti studenti di religione islamica. Alcuni di loro, dopo aver scoperto il suo profilo TikTok, hanno iniziato a condividere i video sui social e a commentare la conversione al cattolicesimo di Yetib con toni aggressivi. Da quel momento il clima è degenerato rapidamente. In classe sono cominciate le contestazioni, le domande insistenti sulla sua scelta religiosa, il rifiuto di seguirne le lezioni. Lo stesso docente ha raccontato di aver detto agli studenti che chi non si sentiva a proprio agio poteva lasciare l’aula. E diversi alunni di confessione islamica hanno disertato i suoi corsi. Quando agli insulti si sono aggiunte minacce sempre più esplicite, Yetib ha deciso di sporgere denuncia.
«Non mi sono mai sentito così preoccupato», ha detto Ahmed Yetib al settimanale francese Marianne, che lo ha incontrato a fine giugno. «La mia conversione è stata immediatamente respinta da tutta la mia famiglia, che ha interrotto ogni rapporto con me», ha aggiunto Yetib, raccontando l’isolamento di cui è vittima.
La preferenza è una cosa seria.
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Il caso Paty
Il gravissimo episodio assume un significato ancora più inquietante se inserito nel contesto europeo degli ultimi anni. Dopo Samuel Paty, il professore francese di storia e geografia decapitato da un jihadista ceceno per aver mostrato in classe le vignette su Maometto di Charlie Hebdo, nessuna minaccia contro un insegnante va sottovalutata: la violenza digitale può trasformarsi in violenza reale.
Paty venne assassinato il 16 ottobre 2020 dopo essere stato oggetto di una campagna d’odio sui social network, iniziata con accuse false relative a una lezione sulla libertà di espressione. Nel giro di pochi giorni il suo nome, la scuola dove insegnava e la sua identità vennero diffusi online, fomentando una rappresaglia. L’inchiesta sull’affaire Paty ha mostrato fino a che punto i social abbiano avuto un ruolo decisivo nella costruzione del clima che ha preceduto l’attacco. Per questo, il caso di Charleroi non va archiviato come l’ennesima polemica nata su TikTok.
Nessuna indignazione
Nella chiacchierata con Marianne, Yetib ha spiegato che le minacce ricevute gli hanno fatto subito pensare al tragico destino di Samuel Paty. Il Belgio ospita una delle più importanti comunità musulmane d’Europa assieme alla Francia e negli ultimi vent’anni ha conosciuto fenomeni di radicalizzazione che hanno interessato diverse aree urbane di Bruxelles e della Vallonia. La stessa rete jihadista responsabile degli attentati di Parigi del 2015 aveva basi operative nel quartiere multiculturale di Molenbeek.
La notizia di un insegnante, l’ennesimo, costretto a vivere sotto protezione nel cuore dell’Europa per il solo fatto di aver cambiato religione, dovrebbe fare le prime pagine e suscitare l’indignazione. Ciò che colpisce, invece, è l’assenza di articoli sul tema dei grandi quotidiani belgi francofoni come Le Soir, La Libre Bélgique e Rtbt. Un silenzio colpevole figlio della solita paura di essere tacciati di islamofobia.
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