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Il cattolico Biagi ha ancora molto da dirci sul mondo del lavoro

Di Lorenzo Malagola
30 Aprile 2026
Il giuslavorista ucciso dalle Br vide il lavoro sommerso, le collaborazioni non regolate, le nuove forme di impresa. E individuò il vero problema: non solo la disoccupazione, ma anche e soprattutto il basso tasso di occupazione
Commemorazione del 2018 dell'anniversario dell'uccisione del giuslavorista Marco Biagi a Bologna
Commemorazione del 2018 dell'anniversario dell'uccisione del giuslavorista Marco Biagi a Bologna (foto Ansa)

L’ultimo omicidio politico in Italia è stato quello di Marco Biagi. Sono trascorsi ormai 24 anni e l’associazione Amici di Marco Biagi, che ne promuove la memoria, quest’anno ha proposto una lettura originale e inedita delle fondamenta del suo pensiero. Biagi era cattolico. È sempre stata un’informazione nota, anche perché per lui non si trattava di un’appartenenza formale o secondaria, ma non è mai divenuta chiave di interpretazione del riformismo che ha incarnato.

Cattolico, cioè universale. E sono almeno tre le direttici nelle quali è possibile rinvenire questa sua identità. Innanzitutto, la dimensione spaziale: Biagi era aperto al mondo, sapendo che il mercato del lavoro italiano sarebbe stato sempre più interconnesso a quello europeo e alle profonde innovazioni tecnologiche alle porte. Per questo è diventato uno dei padri del diritto del lavoro comparato, cercando continuamente buone pratiche internazionali da portare in Italia.

Al tempo stesso, ha abbattuto i muri entro i quali l’accademia spesso si chiude e ha inteso l’università come un luogo aperto al mondo esterno, soprattutto a quello delle imprese dove la disciplina lavoristica trova vita. Anche dal punto di vista temporale, Biagi è stato profondamente cattolico. Ha lavorato con i piedi piantati nel presente ma con gli occhi rivolti al futuro, soprattutto alle giovani generazioni che lui ha saputo formare e coinvolgere nella sua azione riformatrice. Geniale fu l’intuizione di istituire una scuola di dottorato in collaborazione con aziende e parti sociali, consegnando al mercato una nuova generazione di giuslavoristi ed economisti del lavoro che avrebbe potuto cambiare dal basso un sistema di relazioni industriali fermo a categorie novecentesche.

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E qui arriviamo al metodo. In Italia il dibattito sul lavoro è stato per troppi anni bloccato da posizioni ideologiche. Il lavoratore come figura indistinta, quasi una categoria astratta, spesso ridotta alla sola dimensione del conflitto. In questo schema, il compito della politica e del diritto sembrava essere soprattutto quello di difendere gli assetti esistenti. Biagi fece l’opposto. Partì dalla realtà. Guardò il lavoro che c’era davvero. Vide il lavoro sommerso, le collaborazioni non regolate, le nuove forme di impresa e lavoro. E soprattutto riuscì a individuare con grande anticipo il vero problema italiano: non soltanto la disoccupazione, ma anche e soprattutto il basso tasso di occupazione.

Troppi giovani, troppe donne, troppe persone restavano fuori dal mercato del lavoro. Un’attenzione verso la realtà che non era semplice pragmatismo. Era realismo. Un realismo tipico della tradizione cattolica, che ci insegna a prendere sul serio la realtà anche quando è imperfetta o ferita e a cercare di migliorarla senza rifugiarsi nelle astrazioni ideologiche.

Al centro del suo pensiero non vi era infatti il “lavoro” come categoria astratta, ma la persona che lavora. Una persona che non è mai un individuo isolato, ma un essere relazionale: dentro una famiglia, dentro una comunità, dentro un’impresa. Ed è qui che si trova la radice personalista del suo riformismo.

Una radice che ha rappresentato una vera e propria alternativa culturale sia alla massificazione ideologica del lavoratore, cavalcata dalle sinistre, sia all’individualismo liberista che riduce il lavoro a semplice scambio economico. Infatti, per Biagi il lavoro non era soltanto una fonte di reddito. Era una dimensione essenziale della dignità umana.

Lo Statuto dei lavoratori

Nel lavoro la persona non soltanto produce beni o servizi: costruisce se stessa, sviluppa le proprie capacità, trova riconoscimento nella società, contribuisce al bene comune come ci ricorda la Costituzione. Da questa intuizione nasce il suo riformismo, come si è visto nell’idea fondante dello “Statuto dei lavori” da lui promosso: costruire un sistema di tutele fondamentali capace di adattarsi alla pluralità delle forme di lavoro e di valorizzare la responsabilità delle relazioni industriali.

Per queste ragioni, oggi la lezione di Biagi resta straordinariamente attuale. In un tempo in cui il lavoro cambia rapidamente, il “metodo Biagi” ci indica la strada: partire dalla realtà e mettere al centro la persona.

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