Perché i giovani in Cina non vogliono più fare figli
La crisi demografica in Cina è ormai una «sfida strutturale dalle implicazioni enormi per il mondo intero». Così Emma Xiaolu Zang, docente di sociologia all’Università di Yale, esperta di demografia e studiosa della società cinese, commenta a Tempi gli ultimi catastrofici dati pubblicati dal governo comunista. Nel 2025 le nascite sono calate ancora a 7,92 milioni (l’anno prima erano 9,54 milioni), circa la metà di quello che Pechino si aspettava nel 2016 quando per la prima volta, dopo 35 anni, abolì la legge sul figlio unico permettendo alle coppie di avere due figli. Successivamente, nel 2021, la Cina permise di avere tre figli e poi cancellò ogni limitazione, senza risultato: i giovani, infatti, non vogliono più fare figli.
I dati odierni riguardo alle nascite sono equiparabili a quelli del 1738, quando però in Cina vivevano solo 150 milioni di persone. La popolazione totale è scesa l’anno scorso di 3,39 milioni di persone e il tasso di fertilità è in picchiata a 1 figlio per donna contro i 2,5 del 1990. Risalire la china sembra dura visto che secondo le previsioni il numero di donne tra i 20 e i 34 anni, responsabili dell’85% delle nascite in Cina, calerà dai 105 milioni di unità attuali a 58 milioni tra 20 anni.
L’invecchiamento cresce così a ritmi preoccupanti: più del 20 per cento della popolazione ha oltre 60 anni e a questi ritmi, secondo l’Onu, nel 2100 gli ultrasessantenni rappresenteranno il 50 per cento della popolazione, quando la Cina potrebbe ritrovarsi con appena 630 milioni di abitanti contro gli 1,4 miliardi attuali. Se accadesse, spiega ancora la professoressa Zang, «il mondo cambierebbe completamente, sia dal punto di vista economico che geopolitico».

Il governo cinese si vanta di avere impedito con la legge del figlio unico, dal 1979 al 2015, la nascita di 400 milioni di bambini a suon di limitazioni, multe e altre forme di coercizione dai costi umani e sociali importanti. A dieci anni dalla fine della politica draconiana, il paese rimpiange quei bambini non nati: quali cicatrici e problemi ha lasciato questa politica nella società cinese?
La politica del figlio unico è stata introdotta sulla base di convinzioni che si sono poi rivelate non molto solide dal punto di vista scientifico. Le sue conseguenze sono molto complesse, non è tutto bianco o nero.
Quali sono quelle più negative?
La prima è che ha accelerato l’invecchiamento della popolazione. Esistono prove che il tasso di fertilità in Cina sarebbe diminuito comunque, ma la politica del figlio unico ha accelerato il declino, contribuendo al problema che oggi è sotto gli occhi di tutti. La seconda conseguenza negativa, e a mio avviso più grave, è le cicatrici che ha lasciato sulle donne.
A che cosa si riferisce?
In molte testimonianze e ricerche qualitative emerge una maggiore cautela e diffidenza quando lo Stato interviene nelle scelte riproduttive. Lo vediamo bene oggi: il governo cerca di promuovere la fertilità e incoraggia le famiglie ad avere più figli. Molte donne, però, conoscendo la storia della politica del figlio unico, non si fidano e si rifiutano. Non accettano che qualcun altro influenzi le loro scelte riproduttive
Perché?
Perché durante l’attuazione della politica del figlio unico ci sono state anche conseguenze molto negative per la salute delle donne. Da qui nasce la diffidenza verso il governo.
Che impatto ha avuto sui bambini di allora crescere senza fratelli e sorelle?
L’impatto è importante: alcuni studi hanno dimostrato che crescere come figli unici ha un impatto sulle competenze non cognitive dei bambini. Alcuni studi discutono anche possibili effetti sulle competenze socio-emotive dei figli unici, anche se i risultati non sono sempre univoci e dipendono molto dal contesto.
Prima ha detto che la legge sul figlio unico ha avuto anche conseguenze positive. Quali?
Molte donne che vivevano in città, ad esempio, hanno avuto la possibilità di accedere all’istruzione superiore. Essendo figlie uniche, i genitori hanno contrato su di loro tutte le risorse familiari. In questo senso, abbiamo visto emergere una nuova generazione di giovani donne di successo. Naturalmente la situazione è diversa per le donne nate nelle aree rurali della Cina. Ogni bambino, inoltre, è stato il catalizzatore degli investimenti familiari.

Questo però non ha anche aumentato la pressione e le aspettative della famiglia sui bambini? Oggi molti giovani cinesi dicono: non voglio fare figli perché già dovrò occuparmi da solo dei miei genitori quando saranno anziani.
È così, non avendo fratelli i figli unici devono farsi carico da soli dell’assistenza ai genitori. Si è venuta a creare così in Cina la cosiddetta “generazione sandwich”: una coppia di due persone deve occuparsi di quattro genitori e, se ha figli, anche di loro. Per questo motivo oggi molte famiglie cinesi, anche quando vorrebbero avere più figli, si fermano a uno solo, per non aumentare ancora il proprio carico di assistenza.
Nel 2016 il governo cinese ha messo fine alla legge sul figlio unico con molta cautela, permettendo inizialmente solo di fare due figli.
I politici hanno preferito un approccio graduale perché erano convinti che si sarebbe assistito a un forte aumento della fertilità, ma non è andata così. Prevedere le tendenze demografiche è molto complesso e quando hanno visto che il tasso di fertilità non si alzava hanno cambiato idea e hanno eliminato ogni tipo di limitazione.
Perché i cinesi non vogliono avere più di un figlio?
La politica del figlio unico non ha cambiato solo il numero di figli delle famiglie, ma anche le norme sociali. Prima in Cina era normale avere tanti figli, poi però la gente si è convinta dei benefici di averne solo uno: più tempo per sé, più risorse economiche, maggiori investimenti sull’unico bambino. Quando una società adotta questo modello, è molto difficile tornare indietro: anche se le coppie potevano avere più figli, non li volevano più. Bisogna anche dire che le cause dell’attuale bassa fertilità in Cina oggi non sono politiche.
Quali sono allora?
Sono istituzionali, culturali e economiche. Faccio solo qualche esempio: mancanza di infrastrutture per la cura dei figli, orari di lavoro molto lunghi, alti prezzi delle case rispetto ai salari, lavori precari. Questi oggi sono i problemi delle famiglie cinesi.
La fertilità non cala solo in Cina: la natalità è in crisi anche in Europa. Quali sono gli elementi che rendono il caso cinese diverso da quelli di altri paesi?
Innanzitutto la Cina è un paese enorme e dunque qualsiasi conseguenza delle tendenze demografiche è più amplificata. Le implicazioni economiche e geopolitiche di questa crisi, dunque, sono molto più grandi. Bisogna considerare poi lo sviluppo della società: l’Italia, ad esempio, ha iniziato a introdurre politiche familiari e infrastrutture di cura quando la popolazione non era già molto anziana. In Cina, invece, l’invecchiamento è già in fase avanzata e ancora non c’è un vero sistema di supporto per le famiglie. Questo rende il margine di manovra di Pechino molto più stretto.
E per quanto riguarda i fattori culturali della crisi della natalità? La Cina è ormai nota per la cultura del lavoro “996” (lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera per sei giorni alla settimana) o per fenomeni giovanili come il “tangping”: cioè, “stare sdraiati” invece che affannarsi nel lavoro e nella vita relazionale.
Dobbiamo tenere conto che la Cina ha raggiunto uno sviluppo economico straordinario in un periodo di tempo brevissimo: un fenomeno che non ha precedenti nella storia umana. Le pressioni e gli incentivi economici hanno contribuito a regimi di lavoro molto intensi e ad aspettative elevate sui lavoratori. La società cinese, poi, è estremamente competitiva: anche se la fertilità è bassa, la popolazione è molto numerosa. Per questo il sistema dell’istruzione è molto competitivo e gli studenti devono lavorare molto per entrare in buone università. Anche il mondo del lavoro è competitivo e questo rende i giovani stressati ed esausti.

Il sistema non può essere cambiato?
In altri paesi, i giovani scenderebbero in piazza ma in Cina molti giovani non si aspettano che la protesta possa tradursi facilmente in un cambiamento istituzionale. Per questo tendono a esprimere frustrazione più attraverso atteggiamenti culturali e forme di ritiro che attraverso una mobilitazione collettiva. Così, per sfogare le proprie frustrazioni e affrontare lo stress, i giovani diventano pessimisti. Dietro al pessimismo culturale dei giovani cinesi c’è una grande perdita di motivazione.
Pechino sta provando ad aumentare il tasso di fertilità aumentando i sussidi, estendendo il congedo di maternità, addirittura tassando i preservativi. Perché niente sembra funzionare?
Queste politiche non funzionano perché l’entità dei sussidi è ancora molto ridotta. E poi gli sgravi fiscali non sembrano avere alcun effetto sulla fertilità. Se guardiamo a paesi europei come Francia o Italia vediamo che gli incentivi finanziari di solito non bastano a generare un aumento della fertilità. Nel breve periodo ci può essere un effetto positivo, ma nel lungo periodo è molto limitato. Io penso che i politici in Cina sappiano queste cose e che approvino piccoli incentivi per inviare un segnale all’opinione pubblica e dire: “Stiamo facendo qualcosa”. Si tratta di misure simboliche.
In un recente articolo ha scritto che “le decisioni sulla fertilità sono essenzialmente decisioni sul futuro. Quando una generazione si allontana dalla genitorialità, segnala non solo esitazione, ma una più ampia perdita della speranza stessa”. Perché i giovani sono in crisi?
Bisogna dire innanzitutto che anche negli Stati Uniti i giovani hanno più problemi di salute mentale, si sentono più soli e meno motivati a interagire con gli altri. Io sono sicura che i social media giochino un ruolo importante nella diffusione di ansia e pessimismo. In Cina però ci sono delle specificità.

Quali?
Le generazioni degli anni ’60, ’70 e ’80 hanno vissuto uno sviluppo economico rapidissimo. I giovani di oggi sono cresciuti vedendo i loro genitori arricchirsi e salire la scala sociale. Per le nuove generazioni, però, la mobilità sociale è molto più ridotta. I giovani si rendono conto che per quanto lavorino duro non riusciranno mai a raggiungere il successo dei genitori. Ecco da dove nascono fenomeni come quello del “tangping”. Non parlerei però di “crisi” dei giovani cinesi.
Perché però i cinesi sono così disillusi se il loro paese non è mai stato tanto potente?
La Cina è un paese forte, potente e ricco. Ma le famiglie hanno poche risorse, perché una parte rilevante dei fondi pubblici viene orientata verso obiettivi macro-strategici, mentre molte famiglie percepiscono ancora un supporto limitato nella vita quotidiana. In molti paesi democratici è il contrario: gli Stati magari sono deboli, ma le famiglie sono ricche. Il governo cinese è efficiente, ma le famiglie desiderano che lo Stato redistribuisca di più le risorse perché possa migliorare la qualità della vita.
Esiste una ricetta per invertire il trend demografico?
Questa è la domanda da un milione di dollari. È relativamente facile ridurre la fertilità, ma è molto difficile aumentarla. Non esiste una soluzione semplice. Questo poi non è un problema che riguarda solo la Cina e forse i paesi dovrebbero lavorare insieme per trovare soluzioni.
Se la Cina passasse davvero da una popolazione di 1,4 miliardi di persone a una di 600 milioni, quali conseguenze ci sarebbero per il mondo intero?
Le implicazioni sarebbero enormi per l’economia mondiale e la situazione geopolitica. Molti pensano che sia positivo avere un paese che possa competere con gli Stati Uniti per bilanciare il sistema globale. Se poi l’economia cinese rallentasse, anche i paesi che fanno affari con Pechino ne pagherebbero le conseguenze.
Xi Jinping ha detto che la crisi demografica è un problema di «sicurezza nazionale». Per la Cina si tratta di una minaccia esistenziale?
Sicuramente per Pechino si tratta di una sfida strutturale di lungo periodo per la governance e la sostenibilità economica. Ci sono tanti altri che non la pensano allo stesso modo: secondo alcuni con meno persone ci sarebbero un ambiente e un’economia migliori. Non c’è ancora una visione comune su questo.
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