Il Deserto dei Tartari

Se Mamdani realizzasse davvero il socialismo a New York

Di Rodolfo Casadei
12 Novembre 2025
La rivoluzione marxista promessa dal nuovo sindaco della Grande Mela, gli esiti devastanti di quelle tentate in passato, la sorpresa che potrebbe venire dal mondo islamico
Il sindaco eletto di New York Zohran Mamdani saluta alcuni simpatizzanti al Centro islamico dei Caraibi a San Juan, Porto Rico, 7 novembre 2025 (foto Ansa)
Il sindaco eletto di New York Zohran Mamdani saluta alcuni simpatizzanti al Centro islamico dei Caraibi a San Juan, Porto Rico, 7 novembre 2025 (foto Ansa)

È partita la gara alla normalizzazione e alla spoliticizzazione di Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York che vanta due primati: è il primo socialista dichiarato eletto a tale carica ed è anche il primo musulmano.

A relativizzare la dimensione politica dell’identità islamica (sciita) dell’esponente democratico sono tutti coloro che evidenziano le sue dichiarazioni a favore della causa Lgbtq+: la sua volontà di fare di New York una «città santuario Lgbtq+» contro le politiche dell’amministrazione Trump, in particolare garantendo il diritto di chiunque alle transizioni sessuali, la dichiarazione che tagliare i fondi alla polizia contribuisce alla «rivoluzione queer» e il fatto che sua moglie, l’attivista e illustratrice siriano-americana Rama Duwaji, non porta il velo islamico. Tutte cose ben lontane dall’islamismo dei Fratelli Musulmani o della Rivoluzione islamica iraniana.

A normalizzare la sua figura politica mirano libri come Mamdani. Un socialista a New York di Luciana Grosso, che intervistata su La7 ha spiegato che in Italia uno come lui farebbe parte della corrente riformista del Partito democratico e che, pungolata a fare nomi di equivalenti italiani del neo-sindaco newyorkese, ha tirato fuori quello di Lorenzo Guerini (che però, a quanto si sa, non ha mai militato a favore dell’”Intifada globale”).

A spoliticizzare la sua vittoria provvedono analisi sofisticate come quella di Zineb Riboua, ricercatrice del Hudson Institute’s Center for Peace and Security in the Middle East che attribuisce al sentimento terzomondista diffuso per varie ragioni in vari strati della società newyorkese piuttosto che allo specifico delle sue proposte amministrative il successo di Mamdani nelle urne della Grande Mela:

«I conservatori angloamericani spesso […] trattano il terzomondismo come una piattaforma politica, quando in realtà opera come un credo morale. Il suo potere non risiede nelle soluzioni pratiche, ma nella sua pretesa di purezza morale e nella sua capacità di trasformare il risentimento in virtù. Le università hanno coltivato questa sensibilità per decenni, sostituendo la complessità storica con la certezza ideologica e insegnando a intere generazioni a interpretare la politica attraverso il binomio vittima-oppressore. L’ascesa di Mamdani è il risultato politico di quell’educazione. La sua vittoria è la prova che il terzomondismo è qui per restare».

La variante terzomondista del marxismo

A parte la sparata della Grosso, che fa passare la voglia di leggere il suo libro senza averlo neanche aperto, le altre osservazioni sono pertinenti e non prive di verità, ma di quella verità che non tiene conto di tutti i fattori. Fuori da quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo, il terzomondismo è senz’altro più una posa morale e una scappatoia ideologica per menti pigre che non un progetto politico di cui si tenta la realizzazione.

Ma identificarsi in questo giudizio troppo rigidamente sarebbe far torto alla natura politica, e non meramente moralistica, dell’ideologia terzomondista. Che è una delle tante varianti neo-marxiste del marxismo, per la precisione quella che sostituisce come soggetto rivoluzionario il colonizzato sfruttato dai colonialisti al proletario industriale sfruttato dai capitalisti. L’ha inaugurata l’intellettuale martinicano poi naturalizzato algerino Frantz Fanon, l’ha accolta e promossa Jean-Paul Sartre, le hanno conferito realtà storica politicissima e concretissima Mao Zedong, Fidel Castro e Che Guevara con ambizioni planetarie, Kwame Nkrumah (dopo Zohran il secondo nome di Mamdani è proprio Kwame), Gamal Nasser e Julius Nyerere con ambizioni regionali (Africa e mondo arabo). Possiamo considerare l’epigono di questo movimento il venezuelano Hugo Chávez.

Del Noce, il comunismo e l’eterogenesi dei fini

L’obiettivo del terzomondismo politico è lo stesso del marxismo: instaurare il regno delle libertà. I risultati dei tentativi di realizzazione hanno spinto il compianto Augusto Del Noce a riprendere una categoria filosofica inaugurata da quel sottovalutato filosofo italiano che fu Giovanbattista Vico: l’eterogenesi dei fini. Nei paesi del socialismo reale, compresi quelli sorti nel Terzo Mondo dopo la fine del colonialismo europeo, non che trionfare costituendosi in regno, le libertà sono scemate rispetto all’epoca precedente, borghese o coloniale che fosse.

Quando è caduto il Muro di Berlino, in nessun paese dell’Europa dell’Est il reddito pro capite superava i 5 mila dollari, le merci disponibili erano scadenti e la libertà politica inesistente all’interno di Stati di polizia che davano la caccia ai dissidenti; ancora peggio le cose nei paesi decolonizzati: dopo l’indipendenza conquistata cacciando i colonialisti o deponendo i vecchi poteri feudali e in entrambi i casi instaurando il sistema comunista, la Guinea Conakry, il Mozambico, l’Angola, l’Etiopia e lo Zimbabwe (ex Rhodesia del Sud) sono sprofondati nel terrore, nella guerra civile e nella depressione economica fino alla miseria.

La stessa cosa è successa a Cuba e nella Corea del Nord: nella patria di Fidel Castro si incontrano infrastrutture fatiscenti e economia da tessera annonaria abbinate a immobilismo politico e repressione dei critici del regime; la Corea del Nord vanta campi di lavoro dove sono internati decine di migliaia di oppositori politici, mentre il suo reddito pro capite è 25 volte inferiore a quello della confinante Corea del Sud (stesso popolo, stessa storia, stesse tradizioni fino al 1953, poi la divaricazione fra comunismo e capitalismo).

Il “modello” cinese e vietnamita

L’unico modo per far funzionare almeno a livello economico il comunismo è trasformarlo in capitalismo di Stato, come hanno fatto in Cina e in Vietnam, paesi che partecipano al mercato mondiale dei capitali, ammettono le disuguaglianze di reddito (crescenti) fra i loro cittadini e la proprietà privata anche di importanti mezzi di produzione.

Se la storia è maestra di vita come sosteneva già Cicerone, possiamo immaginare che un eventuale tentativo di trasformare Manhattan e Brooklyn in paradisi socialisti all’insegna del motto marxiano (ma anche mamdaniano, visto il suo programma a base di mezzi di trasporto gratuiti, affitti bloccati, merci a prezzi amministrati e miliardari tassati) “da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, lontanissimo dalle attuali politiche di Cina e Vietnam, sortirà grosso modo gli stessi risultati.

Il contraccolpo nazifascista

Questo non è il solo esito possibile di un eventuale esperimento socialista a New York. Del Noce sosteneva che oltre alla eterogenesi dei fini il marxismo è, a causa del suo inevitabile fallimento, anche il responsabile delle peggiori reazioni alla sua diffusione. Per esempio su Il Sabato del 30 gennaio 1988 scriveva:

«In questi secoli si è affermata e ha prevalso, percorrendo una serie di stadi, una linea di pensiero orientata verso la liberazione dell’uomo dalla dipendenza da una realtà trascendente; […] questa linea ha trovato il suo sbocco nel pensiero rivoluzionario, e a sua volta il pensiero rivoluzionario nel marxismo. Ora, il nostro secolo è stato il banco di prova di questa interpretazione della liberazione umana e del suo fallimento; perché nazismo, fascismo, società neocapitalistica-tecnocratica sono i contraccolpi del fallimento della rivoluzione marxista, la presuppongono e non si possono intendere al di fuori di essa».

Insomma, i tentativi di realizzare storicamente il socialismo producono due esiti entrambi nefasti: regimi comunisti liberticidi che impoveriscono le masse anziché migliorare la loro condizione e il sorgere di reazioni ugualmente immanentiste non meno disumane del tentativo comunista.

La variabile musulmana

Nel caso di Mamdani quali potrebbero essere i contraccolpi al prevedibile fallimento del suo personalissimo socialismo? Difficile fare previsioni: nessuno si aspettava il fascismo e il nazismo dopo la Prima Guerra mondiale, nessuno si aspettava il crollo repentino dell’Unione Sovietica e la delegittimazione storica del suo modello e la trasformazione della Cina maoista nell’ircocervo capital-comunista di oggi.

Nel caso del neo-sindaco di origine indo-ugandese la sorpresa potrebbe venire dal mondo islamico. Non quello dell’islamogoscismo che, nato in Francia (La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e di Rima Hassan), è recentemente approdato nel Regno Unito (Your Party di Jeremy Corbyn e di Zarah Sultana) mentre da anni dispone già di una filiale minore sotto influenza turca in Olanda (il partito Denk). Tanto meno quello islamista dei Fratelli Musulmani, di Hamas (verso la quale Mamdani ha mostrato simpatia dedicando una sua canzone a cinque finanziatori arabo-americani del gruppo terroristico che furono condannati nel 2008), di Al Qaeda e dell’Isis. L’islam che potrebbe creare sorprese anche su suolo americano è quello ipercapitalistico e insieme familistico-feudale delle monarchie del Golfo modernizzanti: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, eccetera.

È stato fatto notare che la tassazione aggiuntiva sulle grandi fortune di residenti di New York che il nuovo sindaco ha in programma potrebbe accelerare la fuga di miliardari dalla Grande Mela che è già in corso da tempo: fra il 2010 e oggi la città ha già perso il 30 per cento dei miliardari che vi risiedevano. Non sarebbe poi tanto strano se i fondi sovrani dei paesi del Golfo e di altri affiliati all’Oci (l’Organizzazione della Conferenza islamica) cominciassero a riempire quel vuoto, ora che c’è un sindaco che si suppone culturalmente in sintonia. Tante cose cambierebbero, e non solo nella capitale finanziaria degli Stati Uniti.

@RodolfoCasadei

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1 commento

  1. ANNA GALIMBERTI

    L’islam usa la nostra democrazia per sottomettere i popoli e la responsabilità è proprio data dalla scelta che fa il popolo, cioè noi quando andiamo a votare. Come nel nazismo i tedeschi sono stati i responsabili delle atrocità derivante dalle loro scelte.

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