Peter Thiel vs l’Anticristo
Peter Thiel non è mai stato tanto soddisfatto di questo tempo e tanto preoccupato dalla fine dei tempi. Il patrimonio del tecnologo, imprenditore e investitore è passato negli ultimi cinque anni da 2 a 26 miliardi di dollari. In quel lasso di tempo il valore della società di strumenti per l’intelligence Palantir – il più ricco dei suoi molti gioielli che prendono il nome dal mondo di J. R. R. Tolkien – è cresciuto del 1.700 per cento (millesettecento per cento) e soltanto nell’ultimo trimestre di quest’anno ha superato 1 miliardo di dollari di entrate, raggiungendo la favolosa capitalizzazione di 430 miliardi.
Thiel, che sostiene Donald Trump da quando nella Silicon Valley il suo nome era assolutamente impronunciabile, beneficia del clima politico che ha contribuito a creare e dei generosi contratti con il governo federale che le aziende a lui legate sono riuscite a ottenere. Inoltre, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale che avanza a grandi passi offre l’ambiente perfetto per l’accelerazione della moltitudine di progetti e investimenti imprenditoriali che fanno capo al visionario di origine tedesca, naturalizzato statunitense e neozelandese per acquisizione. Ma nella lista delle priorità di Thiel tutto questo è superato dalla preoccupazione per l’apocalisse, che assorbe le sue energie e lo spazio della sua riflessione più di qualsiasi altro progetto. Il culmine del successo imprenditoriale arriva nel momento della vita in cui probabilmente sta dedicando meno tempo al business, concentrandosi invece sulle cose ultime.
Lezioni a porte chiuse
Thiel è un esemplare filosofico e ideologico difficile da categorizzare. È un libertario cresciuto sotto la stella di Ayn Rand e nutrito dall’avversione per il centralismo statalista, un futurologo accelerazionista avvinto dalle infinite possibilità dell’individuo, un transumanista che guarda oltre ai limiti della biologia umana, un evangelico gay non convenzionale che ha ridato cittadinanza al discorso cristiano nei circoli della tecnologia, un animatore del Club Bilderberg, il centro di tutti i complotti globalisti, e un profeta del “momento straussiano”, il punto in cui si è manifestato il lato oscuro delle strutture di sicurezza nate in seno al Nuovo Ordine Mondiale emerso dopo la fine della Guerra fredda. Ma è anche un discepolo di René Girard, il filosofo cattolico che ha insegnato a Stanford e che con la teoria del desiderio mimetico e del capro espiatorio ha offerto a un fedele manipolo di discepoli una chiave universale per l’interpretazione dell’agire umano.

Dall’ultima fase della riflessione di Girard, Thiel ha preso l’interesse escatologico, che negli ultimi tempi si è trasformato in un punto di riflessione ricorrente, portato avanti con il suo stile rapsodico e allusivo in sede pubblica, e poi approfondito in diversi modi lontano da riflettori e microfoni.
L’imprenditore ha scritto quattro lezioni sull’Anticristo ispirate a quelle tenute nella metà degli anni Trenta dell’Ottocento da san John Henry Newman, che sarà proclamato dottore della Chiesa da Leone XIV. L’idea è mettere la riflessione sulle antiche profezie alla prova del presente. Thiel ha tenuto le lezioni a porte chiuse davanti a un selezionato uditorio di invitati che si sono impegnati a non divulgarne il contenuto, e la ragione di tanta riservatezza è che l’imprenditore, quando parla della fine del mondo, vuole essere preso sul serio da quella classe intellettuale che per quanto possa essere ideologizzata e corrotta continua a essere il luogo deputato alla custodia del pensiero alto.
Chi è il falso messia?
Ha presentato finora le sue riflessioni nelle università di Harvard, Oxford e Austin, e medita di farlo anche altrove, perfino a Roma, dove è convinto che ci siano cattolici che, pur senza farne una bandiera, credono nei passaggi del Catechismo sulla definitiva venuta di Cristo, il giudizio universale e quella «prova finale che scuoterà la fede di molti credenti», cioè l’impostura dell’Anticristo. Si legge nell’articolo 7 del Catechismo: «La massima impostura religiosa è quella dell’Anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne», specificando che l’impostura non si manifesterà soltanto nell’approssimarsi delle cose ultime, ma «si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico». La Chiesa ha «rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso”».
In alcuni interventi pubblici, Thiel ha affrontato in forma stringata le questioni apocalittiche che hanno impegnato la sua riflessione negli ultimi anni, suscitando interpretazioni diverse e una certa dose di risatine sprezzanti. Ha scritto che la seconda elezione di Trump è un segno dell’apocalisse – che etimologicamente significa “rivelazione” o “disvelamento” – perché rivela la natura oscura e intimamente totalitaria dei governi sedicenti democratici che lo hanno preceduto. Ha accostato la figura dell’Anticristo all’ambientalismo millenarista di Greta Thunberg, ha indicato la tentazione di instaurare un unico governo mondiale come la madre di tutti i millenarismi, ha fatto balenare l’idea che il regno dell’Anticristo è incarnato al massimo grado nell’Unione Europea, in certi passaggi ha lasciato intendere che la crescita dell’intelligenza artificiale al di fuori delle capacità di controllo dei suoi creatori è una manifestazione anticristica, in altri contesti ha suggerito l’esatto opposto, cioè che la rivoluzione dell’Ai è la risposta a lungo attesa a un periodo di almeno cinquant’anni di stagnazione del progresso tecnologico, quello sì un segno inequivocabile dell’assopimento dell’ingegno umano, decadente languore che fa da preludio alla fine.

Il destino degli uomini
Thiel parla per immagini profetiche, associazioni di idee ed enigmi, il filo logico del ragionamento sui segni della fine dei tempi compare in modo intermittente, ma ciò che intende affermare nel dibattito è chiaro: è il momento di liberarsi dalla gabbia del razionalismo per tornare a pensare in termini apocalittici, cioè tenendo conto che la storia ha un senso e una destinazione di cui gli uomini non sono padroni, pur non essendo spettatori inerti ma compartecipi del suo svolgersi.
Nella sua analisi, Thiel si occupa in particolare del katéchon, letteralmente “ciò che trattiene”, la forza (o persona) di cui parla san Paolo nella lettera ai Tessalonicesi e che impedisce, almeno temporaneamente, all’Anticristo di prevalere. Il politologo e giurista Carl Schmitt, un altro dei punti di riferimento di Thiel, ha messo la nozione di katéchon al centro della sua teologia politica, seguendo la pista già molto battuta dall’antichità secondo cui la forza che trattiene si presenta nella storia come una struttura o un potere chiaramente identificabile. Schmitt ha sostenuto di essere in grado di individuare il katéchon nella storia fino al 1948, il che comprende anche la nefasta scelta di voler vedere nel Terzo Reich il progetto che ha impedito a un regime ancora peggiore – il comunismo bolscevico – di affermarsi. Dopo il 1948, il riconoscimento del katéchon per Schmitt si complica.
Thiel ha alcune ipotesi in mente per colmare il vuoto – ad esempio l’anticomunismo come ideologia-collante che trattiene il progetto sovietico fino al suo collasso, e poi il movimento Maga come forza di contrasto al “socialismo woke” – ma al fondo del suo tentativo c’è il superamento del rigido schema storico sull’interpretazione dei segni della fine dei tempi.
“Non immanentizzare il katéchon”
In altre parole, Thiel vorrebbe correggere la visione di Schmitt. Come? Facendo leva sulla teoria mimetica di Girard. Uno dei temi su cui il pensatore francese ha insistito è che il katéchon è sempre tentato di diventare esso stesso l’Anticristo. Dopo aver esercitato la sua opera di “trattenimento”, la forza che si oppone al male rischia di trasformarsi nel suo opposto, convertendosi in ciò che aveva fino a quel momento scongiurato. Sono gli anticomunisti che, dopo aver vinto la loro battaglia storica, invece di tornare alle loro faccende si sono presi la briga di mettere le basi di un’ideologia globalista di stampo liberale. Bisogna perciò essere estremamente cauti nell’affidarsi a una struttura storica come veicolo certo delle forze del bene.
Ai partecipanti alle sue lezioni Thiel ha regalato una maglietta con scritto: “Non immanentizzare il katéchon”. È un motto scherzoso – diciamo così – su una passaggio del filosofo Eric Voegelin, che intimava di non “immanentizzare l’eschaton”, cioè di non credere che il compimento della fine dei tempi possa incarnarsi in un progetto storico, immanente. La frase è stata ripresa da William Buckley, il padre del conservatorismo americano moderno, che da geniale comunicatore è riuscito a trasformarla in un erudito slogan da campagna elettorale, per mettere in guardia gli elettori repubblicani da tutte le utopie. Thiel applica lo stesso principio al katéchon, in qualche modo avvertendo chi lo ascolta che qualunque forza politica che si ponga come freno all’avvento dell’Anticristo cammina su un crinale vertiginoso. Una volta esaurito il suo compito, potrà finire per farsi prendere la mano, diventando ciò che si proponeva di evitare. Questa logica vale anche per Trump e per il suo ciuffo katechontico? Thiel non vede questo rischio per il momento, ma è meglio non immanentizzare troppo.
* * *
Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di settembre 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!