Bei tempi, l’avventura continua

Di Redazione
22 Agosto 2025
La trascrizione dell'incontro tenutosi al Meeting di Rimini nel 1998 per promuovere Tempi. Gli interventi di Giancarlo Cesana, Giorgio Vittadini, Luigi Amicone e Giuseppe Costa
Collage di copertine storiche della rivista Tempi

Il 24 agosto 1998 al XIX Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini si svolse l’incontro “Bei tempi, l’avventura continua. Il settimanale Tempi si rilancia e si rinnova” per promuovere la neo-nata rivista. Intervennero nell’occasione Giancarlo Cesana, dell’ufficio di presidenza di Comunione e Liberazione, Giorgio Vittadini, presidente dell’associazione Compagnia delle opere, Luigi Amicone, direttore di Tempi e Giuseppe Costa, direttore editoriale di Tempi.

Giancarlo Cesana

Faccio una brevissima introduzione. Da quando è stato chiuso il Sabato abbiamo sentito molto l’esigenza di un giornale. Se stiamo impiegando così tanto tempo a farlo nascere è proprio perché né il Sabato Tempi sono giornali di Cl. Sentire l’esigenza di un giornale significa avere il desiderio che qualcuno senta come propria un’opera di comunicazione. Perché tutto quello che l’esperienza di Cl, da sola e in collaborazione con altri, ha mosso, lo ha fatto per comunicare un messaggio. Senza uno strumento di comunicazione è come se tutta questa nostra iniziativa fosse muta, almeno per un pubblico di amici, simpatizzanti o persone che vogliano venire a conoscenza non solo di quello che facciamo, ma anche di qual è la ragione di quello che facciamo e dell’esperienza umana che quello che facciamo fa crescere.

Per questo un giornale è fondamentale. È fondamentale scrivere quello che si è, perché si tratta di uno strumento di comunicazione duraturo. Per cui da tempo, da quando è finita l’esperienza del Sabato, da parte nostra c’è stata l’insistenza, la preoccupazione, l’attenzione a trovare qualcuno che ricominciasse. Ed è ricominciata un’avventura, che è l’inizio di un giornale. Vittadini, io, altri ci siamo buttati a corpo morto ad appoggiare e sostenere quest’avventura, a sostenerla come idee, come tipo di preoccupazione. E a sostenerla anche economicamente con soldi, imprenditorialità ed energie di persone impegnate. Di questo parlerà Vittadini.

Giorgio Vittadini

Il nostro tentativo, come Cl e come Cdo, è veramente un avvenimento. Non c’è niente di questo progetto di un partito programmato prima, di un investitore o di un gruppo che fabbrica un consenso per prendere un potere.

C’è veramente la storia della sequela a un personaggio della storia e a un carisma, fatto da gente di una certa generazione che l’ha incontrato, come penso che tutte le grandi storie cristiane siano nate.

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Luigi Amicone

Quello che dici Giorgio mi fa venire in mente che il precedente di Tempi si chiama Atlantide.

Giorgio Vittadini

Appunto, e anche loro avevano cominciato in nome di questo incontro, per giudicare la situazione intorno a loro, senza strumenti, appendendo la rivista Atlantide in università all’epoca del terrorismo. Pensate al libro che ha scritto Luigino Nel nome del niente, che è la raccolta dell’impegno del giudizio diverso di una comunità cristiana in università, in anni in cui tutti giudicavano all’opposto.

Fino a quando è nato il Sabato che ha condensato questi giudizi. Poi il Sabato è morto, ma il gruppo di gente che c’era dietro quel punto iniziale è ancora vivo, anzi è più vivo, è cresciuto. Adesso noi del gruppo iniziale abbiamo tutti dai quarant’anni in su. È ancora maggiore la passione e la voglia di comunicare quello che abbiamo incontrato, tanto maggiore la voglia di giudicare tutto, di vagliare ogni cosa e trattenerne il valore, tanta più l’urgenza di dire che il re è nudo e che c’è qualcosa di vero nella vita, tante più opere.

Io sono sorpreso ogni volta che mi capita di fare in questo periodo un’intervista a un giornale o a una televisione, perché mi sembra così strano che qualcuno del “potere” abbia ancora interesse a sentire quello che noi diciamo, quando quello che noi diciamo non è l’appartenenza a una corrente politica o a una posizione di potere.

Giancarlo (Cesana) dice giustamente «ci ascoltano anche perché la nostra non è una posizione di potere e ci ascolteranno fino a che non lo diventerà», ma mi sorprende che qualcuno prenda sul serio questi nostri giudizi perché non dovrebbero interessare a chi ha le mani in pasta. Questa posizione sta dietro questa realtà di opere, di impegno, di giudizio, di esperienze che è fatta di noi al punto tale che tutte le battaglie venute fuori negli ultimi anni (la scuola, il no-profit, la sussidiarietà…) sono nate quasi per caso, a tavola, ragionando tra di noi o con qualcuno più grande di noi e dicendoci a vicenda «ma dobbiamo dire qualcosa».

Luigi Amicone

Sì, soprattutto con uno più grande di noi (don Giussani, ndr).

Giorgio Vittadini

Seguendo qualcuno di più grande, uno si butta. Ma è sempre Davide contro Golia, magari anche senza la fionda. Allora capite che conta tutto questo impegno, tutta questa realtà, queste cose commoventi che ci sono fra di noi, queste storie che trattano di un qualcosa di diverso. Io dico sempre che per me è come l’idea di essere ad Assisi nel milleduecento… se incontrassimo una persona di Assisi del milleduecento nell’aldilà gli chiederemmo «che cosa ne era del tuo rapporto con San Francesco?». Se lui ci dicesse «ma io faccio il mercante, non l’ho conosciuto». Gli diremmo «ma allora sei scemo, hai perso l’occasione storica». Noi siamo nella stessa situazione, in questo momento storico siamo come ad Assisi nel milleduecento e mi sembra molto chiaro chi è il san Francesco di oggi.

Come allora quel movimento aveva il desiderio di giudicare partendo da quell’evento, noi siamo nella stessa situazione. Con questa passione, con questa voglia di giudicare, con questi fatti nuovi che possono nascere intorno a un carisma del genere. In questo momento noi non abbiamo neanche un luogo di giudizio pubblico dove raccontare queste cose, se non questo strumento ancora piccolo che si chiama Tempi.
Ma capite qual è l’urgenza? Ci vuole un luogo che parli di questa novità, ci vuole un luogo che giudichi in modo diverso, ci vuole un Meeting che continui tutto l’anno. Ci vuole per noi, per i nostri figli, ci vuole per i nostri amici.

Perché, per quanto la stampa e gli altri giornalisti ci possano ospitare, non c’è nessuno che possa esprimere questo. E non perché Tempi debba diventare il giornale di partito della Compagnia delle Opere, ma perché ci vuole qualcuno amico, che ha fatto la stessa storia e con la stessa esperienza, che ospiti questo modo di guardare le cose. Altrimenti sarebbe come essere ad Assisi nel milleduecento senza far sapere che c’è Assisi, almeno dal punto di vista sociale, pubblico, politico.

Noi abbiamo bisogno di un luogo che parli dell’esperienza e dell’avventura che da venticinque anni abbiamo cominciato. Abbiamo bisogno di qualcuno che racconti queste opere, dei giudizi che vengono fuori, di queste battaglie. Abbiamo bisogno che gli altri vedano quello che noi vediamo. Perché altrimenti significa che non crediamo neanche in quello che facciamo, e in questo momento non abbiamo nulla che esprima questo. Ripeto, se si trattasse di un organo di partito sarebbe un male, perché sarebbe qualcosa di meno. D’altra parte come Cdo abbiamo già il Corriere delle opere che svolge questa funzione.

Giancarlo Cesana

Tempi non è di certo un organo di partito, perché fare un partito con Luigino (Amicone) sarebbe impossibile.

Giorgio Vittadini

Allora noi abbiamo bisogno di un posto che parli di questo, che polemizzi con gli altri. Pensate al Meeting tutto l’anno, un Meeting di polemica, di giudizio, di affronto, di battaglia. Abbiamo quindi bisogno della fionda di Davide, perché altrimenti Davide fa la guerra con Golia senza la fionda.

Questo è il senso di avere Tempi. E io penso che uno piuttosto che portare la sua famiglia in estate ai Caraibi, la può portare in Liguria o in Calabria, però mette dei soldi per tirare su questa roba qui, perché altrimenti uno non vuol bene ai suoi figli. Come a Carate Brianza, dove Gian Antonio Sanvito ha tirato su una scuola (l’Istituto don Gnocchi, ndr) in tre mesi perché voleva bene ai suoi figli. Se noi desideriamo un luogo del genere, dove i figli imparino a giudicare, dove noi stessi capiamo come vanno le cose, dobbiamo sostenere questo progetto. Perché oggi siamo in una condizione di follia collettiva, tutti i giornali più importanti si sentono in dovere di definire cosa ha fatto il presidente degli Stati Uniti, fanno dei disegnini per spiegare le sorti del mondo e per tre settimane si parla solo di questo. Viviamo in una cultura dove i bambini di otto anni imparano cos’è il sesso orale in proprio perché la stampa internazionale ormai parla di questo.

Allora capite che abbiamo bisogno di una cosa del genere, ma ne abbiamo bisogno come di un’azione di tanta gente che deve metterci soldi ed energie, perché ci deve essere un posto dove si capisce come vanno a finire le cose. Che si faccia tanta fatica a tirar su un giornale come Tempi è anche un giudizio su di noi, perché vuol dire che non abbiamo interesse a mettere i soldi e le energie per giudicare diversamente la realtà.

Se c’è una differenza rispetto al Sabato è che questo giornale o nasce come azione di tanti, che dicono «invece di andare Caraibi dieci milioni li metto qui», o non nasce da nessuna parte. Perché, questo può dirlo Cesana, non mi sembra che esista l’idea che anche il movimento di Comunione e Liberazione abbia un suo giornale finanziato e ufficiale.

O noi vogliamo una cosa del genere o non esiste. Questo è il momento attuale, dico che, se non c’è questo, le opere, i giudizi, tutto quanto, è una grande avventura con i piedi d’argilla. Perché la forza della nostra esperienza è il giudizio. La differenza la fa il giudizio. Perché a una nostra opera piccolina fanno una guerra spietata, mentre invece di realtà con migliaia di dipendenti non interessa niente a nessuno? Perché loro hanno un’altra mentalità. Noi dobbiamo avere un luogo di giudizio diverso e dobbiamo fare i sacrifici per portarlo a casa, come scelta alternativa alle vacanze, a comprare l’anello alla moglie. Bisogna fare i sacrifici su questa cosa. Altrimenti non si arriva alla stabilità di quello che stiamo costruendo, perché solo questo metodo permette un’incidenza sociale e civile.

Questo è il momento preciso di Tempi, c’è bisogno di gente che ci metta i soldi, ci metta le energie, faccia abbonamenti, dia giudizi. C’è bisogno non che il giornale sia l’orticello di Amicone perché, per quanto onnisciente, certe volte rompe un po’ i coglioni. Voglio dire, il verbo di Amicone, per quanto interessante, oltre a poter riempire un’enciclopedia Treccani, dopo un po’ stanca. Capite che, se c’è gente che ci mette i soldi, si può dire che, caro Luigino, su tutto lo scibile non puoi scrivere solo tu. Se veramente si tratta di un giornale serio mettiamoci intorno quattro-cinque giornalisti. Se lo vuole, un finanziatore può anche dire «pago io un giornalista».

Pian piano si può costruire un giornale serio. Prima di arrivare in edicola ci vorrebbero i miliardi e noi i miliardi non li abbiamo. Anche perché i nostri miliardari li usiamo già per costruire le scuole, per dare una mano alle opere di carità, per sostenere le missioni, per fare il Meeting, per sostenere l’organo ecclesiale. Capite che ci vuole questo impegno operativo e pratico, perché è difficile andare in edicola per questi motivi, allora bisogna cominciare con persone che mettano dei soldi per sostenere una redazione, di gente che diffonda il giornale in modo militante in mille modi.

Allora se questo avviene, se non c’è una divisione tra i desideri che riempiono un incontro come questo e le azioni, allora possiamo sperare che un giornale del genere decolli e sia qualcosa di libero, qualcosa che ogni settimana mi permetta di dire: «Ho un punto, anche se non di giudizio ultimativo». Perché non siamo come quel funzionario del Pc di cui mi raccontavano in regione tanti anni fa. I nostri si divertivano alla mattina presto ad andare a chiedergli cosa ne pensasse di un certo fatto, questo tutto imbarazzato diceva «aspetta un attimo, vado al gabinetto». Invece andava a leggere L’Unità, tornava e dava la risposta a qualunque cosa. Non vogliamo questo per Tempi. Noi vogliamo un punto di paragone.

Deve nascere una mobilitazione di base per sostenere un giornale del genere, farlo crescere e fargli vincere questa battaglia. E alla domanda scettica presente dentro e fuori dal movimento, «c’è un futuro per questo Tempi?» – fatta da chi è un po’ impaurito, quelli contrari, e da chi è invece un po’ speranzoso -, la risposta deve essere una struttura di mobilitazione che nasce. Dietro Davide ci deve essere un esercito di gente che gli costruisce le fionde e gli dà i sassi per fare la battaglia. Il momento di adesso non è solo esortativo, ma è un momento in cui deve avvenire che la gente che ha i soldi e le energie, e dunque può fare un abbonamento, cominci a farlo. Questo avviene secondo una progressività, evidentemente pian piano, secondo quel limite estremo-minimo di sopravvivenza.

Per Luigino in realtà l’ideale è questo, non avere nessun giornalista vicino, così lo scrive tutto lui. In realtà lui dice che vuole svilupparsi, ma in realtà è contento così perché può scrivere qualunque cosa. Perché al limite opposto della redazione con trecento giornalisti, c’è un limite a metà, che è qualche giornalista che condizioni Luigi, cosa non facile. Quindi bisogna pagare bene i giornalisti che arrivano. Per chiudere la spiegazione di qual è il momento attuale, dico che Amicone è un tipo così.

Luigi Amicone

Comunque dovete ammettere che io sono uno di fede, perché, a pensare che venga fuori un giornale con queste premesse, ce ne vuole…

Giorgio Vittadini

Dovete pensare che una volta lui (Amicone) doveva portare una lettera a una persona.

Luigi Amicone

Uno più grande di noi.

Giorgio Vittadini

Mi ha incrociato e mi ha detto: «Dagliela tu perché devo andar via». Io, fiducioso, gliel’ho data, e questa lettera era piena di insulti verso di me (risate in sala). Capite che se questo è il direttore di Tempi dobbiamo metterci una mano sul cuore. Data l’impresa disperata, ci vuole un impegno disperato per riuscire a cavarsela. Però senza questo impegno disperato secondo noi, a parte gli scherzi, non caviamo un ragno da un buco.

Questo è il momento in cui, date le ragioni e le necessità, c’è anche un problema di mobilitazione. Non possiamo più continuare a chiederci se questo giornale chiuderà come il Sabato. Anche perché, come ci insegna chi è più grande di noi, se una cosa è vera e se il desiderio è vero, non ci si può fermare. Perché per la prima volta, dopo tanti anni in cui sono andate bene, le cose sono andate male. Se però l’esigenza c’è, si ricomincia. Anzi, una delle cose tipiche dell’esperienza cristiana è l’indomabilità, il fatto che i cristiani sono indomabili. Questo è il momento di questa ripresa, che vince lo scetticismo da uomo borghese e dice «si ricomincia in un altro modo». Lo si fa con un altro tipo di strumento, molto più chiaramente frutto dell’aiuto della gente, con una proprietà che è diversa sia dal movimento che dalla Compagnia delle opere, ma anche con l’esigenza di avere qualcosa di vicino a noi.

Luigi Amicone

Vedete cosa costa una lettera. Io sono qui in realtà per dare le dimissioni… Ringrazio molto Giancarlo e Giorgio, perché capite appunto da che cosa nasce e che cos’è un’amicizia. Non è battersi le mani sulle spalle e dirsi «come sei bravo», ma è un dialogo continuo dentro la vita, con tutte le sue contraddizioni, con tutto il temperamento, il carattere, i sentimenti che uno si porta dentro. Però, con lo sguardo, questo almeno tentativamente, all’avvenimento di cui ha parlato Vittadini. Perché bisogna dire che mi è capitato qualcosa per cui ha avuto e ha ancora senso mettermi in questa impresa, che al tempo sembrava disperata, oggi un po’ meno.

Anche se, come diceva giustamente Giancarlo (Cesana), siamo ancora all’inizio di un’avventura. Però in questo senso mi sento assolutamente positivo, lo dico riguardando indietro e pensando a questi anni, che hanno veramente la caratteristica di un miracolo per quelli che li hanno vissuti, di un miracolo di esperienza. In questo senso non è propriamente vero quello che dice Giorgio, che al giornale faccio tutto io. A Tempi si è fatto di tutto necessità virtù, perché se avessimo avuto subito i finanziatori, come per esempio è avvenuto a Libero, probabilmente si poteva iniziare in un altro modo. Ma se si fosse iniziato in quel modo forse oggi non saremmo qui.

Quel modo così strano di nascere ve lo descrivo, perché è molto semplice. La redazione per tre anni ha vissuto stabilmente su due persone, oltre a un segretario di redazione, un giovane che teneva insieme la contabilità e gli abbonamenti. Capite che si fa quello che si può con queste due persone e con gli amici collaboratori, perché qui bisogna ricordare che gran parte degli articoli è scritta ancora oggi da collaboratori. Lo ripeto perché altrimenti non si capisce, e lo ripeto anche perché le tante osservazioni che ci fate e i tanti limiti che vediamo devono tener conto di uno strumento che si fa appunto con le risorse che si hanno, non con il finanziamento di industriali o altri.

Questa è anche la nostra forza, perché capite che questa è la forza che ci ha permesso e ci permette oggi un continuo inizio e una continua lotta per la nostra libertà, ma non la libertà nel senso del gesto estetico con cui alcuni affrontano il mondo. La lotta per la libertà serve per contribuire a far crescere questa amicizia. Facciamo un giornale con la prospettiva, come dicevamo nel primo editoriale, di lottare per dare un contributo a rifare un popolo che non c’è, un popolo che si è spento. E vogliamo farlo anche grazie ai giornali.

Questo perché il tempo che viviamo è un tempo in cui, come è stato descritto da Galimberti l’altro giorno su Io Donna, si continua a ripetere che la ricerca del senso è un retaggio del cristianesimo superato e bisogna rinunciarvi definitivamente. Ma rinunciare definitivamente a questo e moltiplicare l’informazione e la comunicazione, rinunciando al senso, produce esattamente l’annullamento di tutto. Tant’è vero che questo tipo di comunicazione e di giornalismo quanto più tratta di comunicazioni, informazioni, pettegolezzi, approfondimenti che non hanno un senso e tanto più produce la realtà che è presente in Italia, paese al centoventiseiesimo posto nella graduatoria di vendite e lettura dei giornali. La gente non legge più i giornali, non si interessa perché non capisce il perché al di là del pettegolezzo, qual è il senso.

È una giostra in cui, alla fine, si capisce che nei grandi periodi in cui furoreggia la legge tutti vanno dietro, quando un certo potere cade in declino allora ci si sposta su altri poteri. Cioè i giornali sono i coriandoli, o meglio sono la giostra che corre intorno ai nuovi rapporti di forza e che si rassegna a questo. Allora noi siamo dei piccoli Davide, senza la pretesa di cambiare il mondo. Perché capisco che si tratta di una possibilità di cambiamento che non appartiene assolutamente alle nostre forze.

Giancarlo Cesana

Certo non possiamo avere la pretesa di cambiare il mondo, ma la speranza di cambiarlo sì, perché se no cosa siamo al mondo a fare.

Luigi Amicone

Giustissimo, senza la pretesa di cambiarlo ma con la speranza di cambiare, giusto.

E comunque come si fa? Io penso anche facendo un giornale, ed è questo che man mano ha rafforzato la nostra avventura e soltanto questo. Perché quando penso a Zottarelli o quando penso a quelli che dall’esterno hanno sorriso al progetto, pensando che appunto non si potesse costruire nulla, appunto penso alla fragilità di Tempi. Eppure pensando ai ragazzi e amici che, durante questi tre anni, hanno chiuso il giornale tutte le settimane alle due-tre del mattino e a uno Zottarelli che alle sette di mattina va in tipografia, ma perché? Per quale ragione? Se non per aver intravisto qualcosa dentro questa esperienza. Il primo senso come diceva lui (Cesana) poco fa è l’avventura, ma l’avventura per cosa? L’avventura per testimoniare che sono più me stesso di fronte al mondo.

Per me questi tre anni hanno confermato e mi hanno permesso di approfondire, pur appunto non avendo nessun legame istituzionale – perché il giornale non ha nessun legame istituzionale con Cl, nell’economia, nella distribuzione non c’entra Cl – eppure questi tre anni, per me che sono nato in quell’esperienza e continuo in questa esperienza, mi hanno confermato, mi hanno approfondito, mi hanno spinto ancora di più a essere curioso e a capire di più le ragioni dell’esperienza che ho incontrato.

Anche per altri è stato così, e questo per me è impressionante, ed è secondo me la cartina tornasole della vitalità di Tempi. Penso a Vincenzo Bugliani, quasi sessantenne, il capogruppo dei Verdi a Firenze, che viene da un’esperienza di Lotta continua, così anche Adriano (Sofri), Mario Tuti, Giuliano Ferrara. Anche se la nostra amicizia con lui (Ferrara) è molto di più del fatto che scriva o meno, perché tutto il gruppo del Foglio è diventato per noi un gruppo di amici, ed è qualcosa che supera molto il fatto di essere colleghi.

Descriveva questo Giuliano (Ferrara) dicendo una volta che bisognava formalizzare le cose. Del resto tra noi c’è ormai una fusione di anime. Questo lo dico non per dire che a Tempi ci sono dei collaboratori importanti, ma che sono persone che con Cl non c’entrano niente. È gente magari totalmente atea o totalmente anarchica o totalmente di destra. Penso a ieri sera, che eravamo con Pietrangelo Buttafuoco che ha un’esperienza completamente diversa. Così però si capisce che il lavoro che facciamo insieme per Tempi è proprio uno strumento di amicizia, perché noi non ci arrendiamo di fronte a quelle parole di Galimberti che dice «non c’è senso, è inutile cercare il senso».

Ma allora se non cercate il senso, perché ci fate due balle così tutti i santi giorni sulla legge, l’onestà, la legalità. Perché, se non c’è un senso, bisogna scannarsi come ci si è scannati in questi sette anni in una guerra civile strisciante per combattere i cosiddetti cattivi o per identificare il male da una parte. Perché lo fate se non c’è senso? C’è una mancanza di serietà, perché si dicono delle cose senza dirle seriamente. Perché una persona che scrive queste cose dovrebbe trarne le conseguenze pratiche.
E invece tutti i giorni c’è un editoriale che spiega il bianco, il rosso, il nero, tutto e il contrario di tutto.

Insomma la forza di Tempi sta, secondo me, in questa serietà di non voler cedere, riconoscendo che c’è una regola ovviamente – facciamo il giornale quindi dobbiamo cercare di stare sulla schiuma delle notizie – però c’è un modo di stare sulla schiuma della notizia che deve essere il nostro. Il nostro nel senso di questa amicizia che cerca di capire dove sta l’essenziale, perché se tu hai la speranza di cambiare il mondo devi essere onesto, leale con te stesso e gli altri e cercare di dare agli altri quello che vorresti per te innanzitutto.

In questo modo serio di fare, serio che è il contrario di serioso, perché ci son tanti giornali così, apparentemente seri e autorevoli. Dentro questa seriosità – noi la conosciamo vedendolo dall’interno – sappiamo quanto gioco c’è dentro, quanta falsa indignazione. Tutta l’indignazione poi è falsa generalmente, quelli che si indignano.

Allora, c’è questa serietà che cerchiamo di esprimere nel modo della scrittura del giornale, cercando di essere più sinceri possibili, più leali possibili, cercare sempre anche nell’ironia e nel sarcasmo – poi ci sono delle cadute, uno ci prova – di prendere il punto più alto, di modo che il confronto sia sempre verso un positivo. Mai un guardarsi indietro, mai la lamentela. Questa serietà vuole essere un impegno con la realtà che ciascuno ha dentro, che grida delle ragioni e grida verso uno scopo.

Non è che non abbiamo fatto niente in questo senso, molto obiettivamente, cosa che ci è riconosciuta anche nel nostro ambiente. E pensate che questo è un miracolo, secondo me non esiste un giornale in abbonamento che abbia avuto l’eco che ha avuto Tempi in certe occasioni, ad esempio con l’intervista a Paolo Mieli, col direttore del Corriere della Sera, il giornale che per esempio ha dato per primo la notizia nel ’94 dell’avviso di garanzia a Berlusconi e quindi molto addentro, molto consapevole… E che il direttore del Corriere della Sera venisse a dire a Tempi certe cose, ha segnato l’inizio di un dibattito.

Del resto in questi sette anni, come giustamente ricorda spesso Il Foglio, cosa è stato il giornalismo? Sì, teoricamente sappiamo tutti chi, che cosa, dove, quando, perché. Del resto il giornalista obiettivo dovrebbe dire queste cose. Ma sappiamo anche che, al di là delle leggi e del rispetto della deontologia, in questi anni non c’è stato grande giornalismo, né grande capacità critica. Rispetto all’emergere di un potere venuto fuori per motivi diversi – da una parte si dice per il vuoto che si era creato, al quale inevitabilmente la magistratura ha dovuto sopperire, o per altri motivi che non mi interessano – il ruolo di una stampa libera avrebbe dovuto essere quello di mantenere una capacità critica, di ragionare sugli avvenimenti, oltre che recepire la notizia.

Ma purtroppo per che cosa si è ceduto a questa logica? Perché i grandi giornali temevano di non avere più le notizie per primi, di perdere dei rapporti importanti. E quindi proseguendo il ragionamento il rischio è vivere la professione a prescindere da qualsiasi senso, cioè con un senso che c’è, ma che sono la carriera, i soldi. Perché è chiaro che rinunciare alla capacità critica e alle ragioni, vuol dire anche essere disponibili a stare assolutamente col più forte.

Allora in questi anni è successo anche questo. Potrei citare anche altre cose come l’intervista a Keller su Gentile, certe nostre corrispondenze da New York o certi nostri interventi su Di Pietro l’anno scorso. Comunque i lettori più abitudinari dei giornali sanno che Tempi in più occasioni è stato ripreso. Ma questo non per dire «quanto siamo bravi», ma per dire che teniamo ben presente l’aspetto dell’esserci nel nostro ambiente, tenendo conto dello strumento.

E allora qui dico che, fermo restando che dobbiamo difendere la forza di questo inizio perché è paradossale, ricordiamoci che questa è un’avventura, ma se non fosse un’avventura non potrebbe neanche diventare un giornale. Oppure se non rimanesse un’avventura rischierebbe di diventare un giornale come tutti gli altri, e quindi un giornale qualsiasi. Quindi Tempi ha una caratteristica particolare: la sua forza è che c’è un gruppo, una squadra di persone anche diverse, ma che tendono a dialogare fra di loro, essere leali, impegnate, vogliono esercitare l’intelligenza. Quello che detestiamo di più è la stupidità. Non la stupidità come limite organico, che uno può avere, come anch’io ho ovviamente, ma come obiettivo, perché un certo giornalismo lavora all’instupidimento e ci lavora con scientificità.

Quindi in questo senso è davvero un laboratorio, una bottega a qualcosa di poetico. Non perché siamo poeti in partenza, ma perché ripeto, come diceva Shakespeare nel Sogno di una notte di mezza estate, «non basta parlare, bisogna parlare seriamente». Parlare seriamente vuol dire che, anche se ti fa schifo in certi momenti – e ci capita – e anche se non ci riesci, anche se ti rendi conto che chissà quante volte fai il contrario, però comunque la vita è una cosa tremendamente seria e tremendamente interessante. Io per me lo capisco sempre di più, perché di fronte a una certa presenza che mi si è fatta presente con certi amici, questo è un pungolio che non mi molla mai e che mi lascia veramente inquieto.

Giuliano (Ferrara) la prima volta che lo abbiamo incontrato a Roma era seduto su una poltrona e ci disse «ma perché venite da me, ma io non so che cosa fare, non so se questa vita abbia un senso, non lo so, a me sembra tutto un teatro, non so». Però si vede, leggendo Il Foglio, che quello è un giornale impegnato, che non si rassegna. Non lo fa per progetto politico, ma perché prende evidentemente una posizione, come noi evidentemente stiamo dalla parte che ci sembra più ragionevole, ragionevole nel senso di difesa della libertà che ci sembra valere.

Se leggete I fatti non separati dall’opinione oggi sembrerebbe che ci abbia pagato Berlusconi per scriverlo, invece no. Figuriamoci poi, pensate la politica berlusconiana nei mass media che cos’è, Dio mio. Però noi possiamo sbagliare, questa è un’opinione, possiamo sbagliare, ci sembra che da questa parte – sto parlando di un esempio, un’esemplificazione politica – nei fatti, in questi tre-quattro anni in cui abbiamo iniziato, ci siano più garanzie di libertà. Ci sia uno spirito magari un po’ più anarcoide, ma non con la pretesa di spiegare che cos’è il bene e come noi ci dobbiamo sottomette a quest’idea di bene. Non c’è l’idea di costruire un’Italia fatta di authority, la lotta che descriveva prima Giorgio (Vittadini).

A Tempi c’è un gruppo originario, appunto minutissimo, però con nostra grande sorpresa abbiamo visto che la vita è un incontro. Ecco qui, ancora il valore di uno strumento che consente di stare in questo mondo estremamente difficile, anche disprezzato, perché lo è e lo capisco. La dico in tutta sincerità la fortuna che ho avuto io. Io sono andato in un giornale dove mi hanno messo subito agli Esteri. Ma un giornalista oggi… Per prima cosa per entrare in un giornale devi essere figlio del tale, soprattutto nei grandi giornali. In secondo luogo, appena sei fuori dalla linea dalla museruola, ti schiacciano e sei finito.

Quindi fare il giornalista oggi è veramente stare nell’azienda dove sempre di più comanda la pressione della proprietà; a meno che tu non sia, come è stato il dottor Scalfari, parte della proprietà, per cui te ne esci con cento miliardi di buonuscita e poi diventi filosofo, certamente. Per cui se non ci fosse questa possibilità, non di un partito ma di un luogo… E io ringrazio profondamente Giancarlo (Cesana), Giorgio (Vittadini). Li ringrazio per esempio per il fatto di poter essere qui, perché il Meeting è un luogo di accoglienza. Per cui anche se il Meeting non ha direttamente il suo interesse, anzi con Tempi si viene a batter moneta…

Cioè, dove c’è un luogo oggi in Italia così gratuito rispetto a un’impresa? Chi ci avrebbe dato la possibilità, perché insomma noi siamo potuti crescere perché c’era una certa attenzione, una sensibilità da parte di alcuni amici se non altro… Ecco il valore di uno strumento così, che è nel mondo, che è dentro l’ambiente e che non vuole dire «quanto siete cattivi voi giornalisti», ma anzi «tu che sei al Foglio, a Repubblica, all’Unità, al Giornale…». Non c’è nessuna preclusione ideologica. Vogliamo veramente costruire qualcosa, una libera circolazione di idee dove ci sia un esercizio di intelligenza, dove tendenzialmente si sia seri con la vita. Questa è l’avventura, questa è la scommessa che ci giochiamo.

E giustamente Giorgio (Vittadini) diceva dei figli, perché io anche di fronte ai miei figli vorrei che un giorno ci fosse un Espresso come è stato l‘Espresso, ma diverso dall’Espresso. Nel senso che abbia la forza, la determinazione, i finanziamenti per fare quello che ha fatto l‘Espresso in trent’anni, cioè cambiare, contribuendo a far fuori la tradizione in questo Paese. Ci sia un Espresso dal 2000 in poi che nei prossimi vent’anni ricostituisca tutto ciò che l’Espresso ha distrutto. Tutto ciò che sistematicamente… Perché è questa la posizione dell’Espresso e di Repubblica al fondo, la posizione del risentimento verso ciò che ha una positività, verso ciò che non è direttamente sotto il controllo di alcuni che si autodefiniscono gli illuminati, gli intelligenti della nazione.

Hanno questo problema da più di cento anni, dall’epoca della Voce di Prezzolini. Perché questo bisognerà dire, e quest’anno noi cercheremo di dirlo con una rubrica speciale fino alla fine del ‘99 tutte le settimane, per tirar fuori delle cose sul Novecento, per raccontare questo Novecento in modo diverso. Da Prezzolini a Scalfari hanno avuto il problema della riforma morale della nazione, hanno avuto questo problema e il loro obiettivo numero uno per riformare la nazione era far fuori la Chiesa cattolica, perché per loro era insopportabile. Non i preti, perché loro si accordano con i preti. I filosofi come Scalfari si mettono con i clericali e vanno d’accordo.

Come dice Péguy, i clericali-clericali e i clericali-anticlericali vanno d’accordo, sono insieme, sono a braccetto. Hanno avuto il problema di far fuori la Chiesa perché la Chiesa mette nel mondo, come dice Eliot, ricorda nel mondo, è la testimonianza nel mondo di una pretesa di un senso, che un senso c’è e comunque conficca nel mondo l’inquietudine. Il potere dice che sappiamo già tutto, dice «seguite noi». Il problema da Prezzolini a Scalfari è che loro vorrebbero che il popolo si inginocchiasse davanti a loro per guidare dalle loro poltrone i destini della nazione. Ecco Tempi è contro, è irriducibile a questa cosa qui.

Per questo dicevo, non è una battuta quella dell’Espresso, io ho molto presente la cosa dell’Espresso, la sento moltissimo, sento Repubblica. Repubblica dopo tre anni, ricordate, stava chiudendo, ma l’idea era giusta, l’idea nella loro testa era così giusta – tant’è vero che Scalfari si è attaccato coi denti e con i denti ha tirato fuori finanziamenti, ha tirato fuori De Benedetti – e lì un giornale che sembrava che dovesse chiudere, ma c’aveva l’idea, quando ha trovato finalmente anche i finanziamenti… Perché ovviamente sapete poi le possibilità della storia diventano positive, buone quando poi si innescano, ci sono, avvengono.

Repubblica in vent’anni con l’Espresso ha fatto la svolta, ha fatto la svolta che c’era già prima come mentalità, adesso da due anni questa svolta si è legittimata, ma in un certo senso questa è una situazione favorevole perché è come una parabola che si conclude. Questa parabola conclusa la vediamo perché quando si raggiunge il potere, se lo scopo è quello, se non c’è nient’altro, devi solo gestire il potere. Questa è la mia impressione, magari è un’impressione più negativa rispetto all’Ulivo. Questa compagine in cui si capisce che è come se fossero arrivati lì e dicessero «beh, e dopo tutto quello che ci siamo detti, ci crediamo ancora?».

E qui sono d’accordo con Bozzo, per cui la sensazione è quella che ciò che tiene insieme questa compagine è soltanto il potere, nel senso anche buono del termine. Uno è arrivato a una buona posizione, Prodi ha fatto una carriera straordinaria nella Prima Repubblica, e adesso come ministro ci vorrà rimanere immagino. Senza fare discorsi di complotti. Questa è una cosa che Tempi non ha e che fortunatamente non pensa. Perché io penso che neanche nella vita è così, non si tratta di complotti ma di interessi che si tirano insieme. La vita è fatta così. Io trovo un altro che ha il mio stesso interesse, nel senso che vende le pentole e mi metto insieme a lui. Moltiplichiamo questo a livello di interessi finanziari-economici e si capisce perché un imprenditore apparentemente di destra si mette insieme con uno di sinistra, perché se alla fine la joint venture viene fuori da qui. Ma è normalissimo questo.

Va bene, io ho detto questo per dirvi che la sento non come la “mia” cosa, ma la sento come una cosa di un popolo, come la riscossa della gente che vuole vivere e vuole bene al mondo in cui è messo, alla gente con cui sta e vorrebbe che i suoi figli non potessero avere di fronte a livello generale l’instupidimento, il «non c’è senso a tutto». A livello generale vorrei ci fosse qualcosa d’altro, perché vorrebbe dire che c’è più possibilità che i giovani… È inutile che si lamentino dei giovani. Esattamente ciò che insegnano ai giovani, i giovani riproducono. I giovani sono quello che i loro professori, i loro giornali, le loro televisioni, i loro dischi dicono.

Noi vorremmo, se potessimo, abbracciare tutto il nostro popolo e fare qualcosa di utile, di positivo insomma.

Giancarlo Cesana

Io chiuderei qui perché la temperatura è diventata veramente insopportabile, comunque, allora, avete capito che Tempi dobbiamo farlo. Anche perché se no chi glielo dà un posto da giornalista a Luigino con quello che pensa?

Luigi Amicone

Non c’è problema, il Foglio me lo dà.

Giancarlo Cesana

Però voglio dire che al suo posto di giornalista è legato il nostro posto nel mondo. Perché la guerra si fa con i soldati che ci sono e i soldati siamo noi, e io vi garantisco una cosa: se faremo tante battaglie diventeremo dei buoni soldati.

Luigi Amicone

Allora ricordiamo a tutti due avvisi. Primo, ricordiamo a tutti l’impegno per la raccolta firme per le due petizioni popolari su sussidiarietà e scuola. La raccolta durerà fino al 30 settembre presso lo stand della Cdo e presso alcuni punti di raccolta mobili in giro per il Meeting. È possibile sia firmare sia ritirare i moduli per la raccolta firme. Leggo questo avviso perché Tempi partecipa a questa cosa e perché evidentemente la sussidiarietà e la libertà della scuola esprimono concretamente quello che dicevo prima per la difesa del popolo. E poi Giuseppe (Costa), il nostro direttore editoriale, ora vi spiega come concretamente si può aiutare Tempi, perché alla fine di questo discorso bisogna anche chiudere.

Giuseppe Costa

Io sarò molto breve, è evidente che la cosa più importante che possiamo fare è acquistare il giornale, abbonarsi, far abbonare e diffonderlo. Questo è possibile farlo per chi è qua a Rimini anche a condizioni particolari, come avrete avuto modo di vedere presso lo stand o attraverso le persone che sono qua attorno a proporre l’abbonamento e a vendere il giornale. È possibile farlo anche nelle vostre città dove stiamo cercando di attivare delle reti di distribuzione, noi incentiviamo ovviamente l’abbonamento, perché purtroppo siamo in un sistema editoriale nel quale, se non sei un grosso giornale con delle spalle molto grosse, andare in edicola costa di più che regalare il giornale. Perché il meccanismo è tale che diventa anti-economico vendere i giornali in edicola sotto una certa soglia.

E poi il discorso che faceva Giorgio (Vittadini) all’inizio, della possibilità di sostenere anche l’attività di Tempi come impresa, questo è possibile anche in termini più ridotti rispetto ai dieci milioni che lui diceva. Noi abbiamo pensato a una formula che è il sostegno all’associazione Aretè, che è l’associazione che assieme ad alcuni imprenditori è proprietaria del giornale. L’adesione all’associazione Aretè è possibile a partire da una quota associativa di un milione all’anno. Questa è la possibilità reale e concreta perché questa fionda pian piano diventi una mazza e poi una sciabola, cioè cominci a crescere. Perché non è che il giornale Tempi non abbia un progetto editoriale di sviluppo e di crescita per cui pian piano possa diventare qualcosa di più delle sedici pagine di adesso.

Evidentemente per fare questo ci vogliono i soldi, come è stato detto molto chiaramente. Non è arrivato nessun imprenditore da noi con quindici miliardi a dire facciamo partire un giornale, ma questa cosa è nata a poco a poco. Però questo è possibile, quindi sempre qui presso lo stand di Tempi, e poi a partire da settembre ci faremo presenti noi attraverso una rete nazionale di proposta di adesione all’associazione per sostenere stabilmente questa attività, rivolta a persone singole e a imprenditori.

Altra cosa, questo riguarda soprattutto le imprese, c’è la possibilità di utilizzare Tempi come veicolo pubblicitario. Voi tra l’altro trovate un esempio nel numero che è in distribuzione al Meeting: questo bellissimo libretto che raccoglie dieci storie di sussidiarietà. Noi intendiamo moltiplicare queste iniziative editoriali che consentono di approfondire un argomento e nello stesso tempo di essere un veicolo pubblicitario. Quindi sono queste le modalità che se volete vi vengono spiegate e proposte nello stand e dalle persone che sono in giro per il Meeting.

Grazie

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