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Uwe Rosler, il calciatore che disse no alla Stasi. E che ancora oggi non sa chi gli salvò la vita

novembre 18, 2013 Emmanuele Michela

La scena è da film sugli anni della guerra fredda e potrebbe richiamare un’inquadratura de Le vite degli altri o un interrogatorio da Good bye, Lenin. Le luci soffuse di un ufficio della Stasi, il tono minaccioso di due agenti della polizia segreta della Germania dell’Est, dall’altra parte del tavolo un giovane calciatore. «Vuoi continuare […]

La scena è da film sugli anni della guerra fredda e potrebbe richiamare un’inquadratura de Le vite degli altri o un interrogatorio da Good bye, Lenin. Le luci soffuse di un ufficio della Stasi, il tono minaccioso di due agenti della polizia segreta della Germania dell’Est, dall’altra parte del tavolo un giovane calciatore. «Vuoi continuare a giocare per la Lokomotive? Allora devi collaborare con noi». È la fine degli anni Ottanta e la Lokomotive in questione è la squadra di Lipsia. Il ragazzino, invece, si chiama Uwe Rosler, tanti anni dopo si farà conoscere a Manchester segnando 50 reti in 5 stagioni con la maglia del City, per poi diventare allenatore e finire nel 2011 al Brentford, League One. Non è però agli anni inglesi che ha dedicato le pagine più salienti della sua autobiografia appena pubblicata, bensì alla gioventù trascorsa tra le maglie strette della Ddr, negli anni in cui la Repubblica Democratica Tedesca stava tirando gli ultimi pesanti respiri.

«SOGNATI LA NAZIONALE». In realtà Rosler con la Lokomotive era appena all’esordio tra i professionisti, eppure, forse per far forza proprio sulla sua verde età, gli agenti della Stasi erano arrivati a lui: volevano sapere dei suoi compagni di squadra, di come si comportavano quando andavano in trasferta fuori dalla Germania, se avevano ancora contatti con i loro vecchi compagni passati al di là del Muro. «Se sei contro di noi sei finito, sognati la Nazionale», gli dissero. Gli chiedevano di diventare una spia come loro, ma lui alla fine non disse nulla: lo lasciarono andare solo dopo aver firmato un documento dove affermava che quel giorno non era successo nulla.

I TENTATIVI DI FUGA. «La polizia segreta nella Germania dell’Est aveva informatori in qualsiasi posizione della società», spiega ora Uwe. «Tutto era volto a controllare e fermare la gente che lasciava il Paese illegalmente, soprattutto quegli sportivi per i quali avevano investito diversi soldi». L’attenzione allo sport e al rendimento era conosciuta della Germania Est, nessuno dei piani alti tollerava veder vanificare tutto quel talento. Dall’altra parte, i ragazzi come Uwe conoscevano la storia di Lutz Eigendorf, il centrocampista che a inizio anni Ottanta aveva approfittato di un’amichevole nella Repubblica Federale ed era scappato dalla Dinamo Berlino (club della Stasi) al Kaiserslautern, nell’ovest del Paese: morì nell’83 in un incidente d’auto dalla dinamica ancora sospetta.

MANCANO 25 PAGINE. Sebbene Rosler invece abbia lasciato la Germania solo dopo la fine del regime, oggi non sa spiegarsi perché a lui, appena ventenne, non accadde nulla dopo i silenzi di quel colloquio: «Avevano la possibilità di spedirmi 18 mesi a servire l’esercito, senza la possibilità di allenarsi. Il mio futuro era nelle loro mani». Quando poi gli archivi della polizia segreta furono aperti dopo la riunificazione, Uwe andò ad indagare e fece una scoperta: c’era addirittura una cartella dedicata a lui. Ma in quel faldone c’era un buco: mancavano 25 pagine. «Ero curioso. Che cosa avevano deciso su di me? Chi li aveva detto di cercarmi? Come ne ero uscito?». Non lo saprà mai, Uwe. Ufficialmente, spiega nel libro, era stato il suo allenatore ad avvertire il presidente, che poi aveva chiesto alla Stasi di lasciare stare il ragazzo: «Quelle 25 pagine erano andate perdute».

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