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Un patto per rifare l’Italia. Intervista a Silvio Berlusconi

giugno 24, 2017 Alessandro Giuli - Fabrizio Ratiglia

Il Cavaliere apre le porte a tutti coloro che sono disposti a «fare delle cose insieme». Flat tax, reddito di dignità e doppia moneta. «E con Giorgia e Matteo siamo già d’accordo al 95%».

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – È il momento decisivo e Berlusconi ha le idee molto chiare: domenica si vota ai ballottaggi e il leader di Forza Italia vuole portarsi a casa un successo che rilanci il centrodestra. Vuole stringere un patto programmatico con Meloni e con Salvini senza però rinunciare ai valori popolari e liberali in cui crede fermamente da quando è sceso in politica. Il Cav, tornato ancora una volta al centro della scena, vuole continuare ad essere alternativo alla sinistra e apre le porte a chiunque condivida il suo progetto senza porsi problemi di leadership. Considera un suicidio l’ipotesi di matrimonio Casaleggio-Salvini e chiede che subito dopo il voto il Pd riprenda l’iniziativa per tornare a discutere di legge elettorale. Quale? Naturalmente proporzionale. Ma chissà.

La partita delle amministrative fin qui l’ha vinta il centrodestra. Su 25 capoluoghi in 19 casi ai ballottaggi vanno candidati espressione delle vostre liste spesso in vantaggio sul centrosinistra. Cosa vuol dire? È tornato il centrodestra?
Non è tornato, il centrodestra è sempre stato la maggioranza naturale degli italiani. Solo attraverso cinque colpi di Stato negli ultimi 25 anni si è riusciti ad impedire per alcuni periodi al centro-destra di governare. Io credo che anche alle elezioni amministrative, tradizionalmente le più difficili per noi, la nostra proposta di governo abbia convinto gli italiani. Il centrodestra non soltanto dà voce alle paure e alle difficoltà di moltissimi italiani, ma offre risposte concrete. Meno tasse e meno burocrazia, anche a livello comunale, basta con le multe usate per far cassa e non per la sicurezza stradale, più sicurezza con il vigile o il poliziotto di quartiere, ma anche con la riqualificazione delle aree degradate, più ordine e pulizia, regole severe per l’accoglienza, attenzione alle nuove povertà.

Sul risultato hanno pesato maggiormente: le divisioni del centrosinistra, l’esempio negativo delle esperienze grilline a Roma e Torino, oppure la credibilità delle persone che avete scelto?
Senza dubbio il Movimento cinque stelle ha dimostrato di non saper governare le città, ma anche il Pd non può certo essere fiero dei risultati dei suoi sindaci, se è vero che dei 21 comuni capoluogo in cui si è votato ne governava 15 ed ha ottenuto una sola riconferma al primo turno. Però non credo sia questo l’elemento più importante. Noi vinciamo per la qualità delle nostre idee e delle persone che le rappresentano, donne e uomini che non sono professionisti della politica, ma che nella società civile, nel lavoro, nelle professioni, nell’impresa, nell’impegno sociale, nella cultura, hanno dimostrato quello che sanno fare e hanno voglia di mettere le loro capacità al servizio della collettività.

Neanche il centrodestra però è ancora unito. Ci sono diverse divergenze tra voi, cosa intende fare in tal senso per passare da un’affermazione a livello locale a una vittoria alle politiche?
Io non ho visto una sola città nella quale il centrodestra abbia dimostrato divisioni significative in questa campagna elettorale. Certo, ci sono differenze ed è giusto che ci siano, dato che rappresentiamo tradizioni, storie e culture politiche diverse. Noi siamo liberali con una profonda radice cristiana, ci identifichiamo con convinzione nel Partito popolare europeo, di cui siamo espressione in Italia, rappresentiamo il centro alternativo alla sinistra, quello che vince in tutta Europa. Con queste caratteristiche Forza Italia svolge un ruolo trainante, confermato dai risultati elettorali. I nostri alleati svolgono una funzione diversa, complementare a questa, di grande dignità, perfettamente compatibile.

Noi di Tempi, spinti dagli elettori, abbiamo deciso di dare un piccolo contributo a superare l’incomunicabilità tra i tre leader del centrodestra. Proprio in questo numero Giorgia Meloni, in un’intervista, le chiede di siglare un “Patto di coalizione”. Una prospettiva comune in cui la destra sovranista si allea con il movimento moderato e liberale di Forza Italia, cosa risponde?
Apprezzo l’iniziativa, anche se – per essere pignoli – non c’è nessuna incomunicabilità da superare. C’è la normale dialettica fra forze politiche alleate ma distinte. Non siamo un partito unico e non lo diventeremo. Il patto va benissimo, ma vorrei che riguardasse le cose che vogliamo fare insieme: per noi sono essenziali meno tasse sulle persone, sul lavoro e sulle imprese, la flat-tax più bassa possibile e uguale per tutti, con una esenzione fino a 12.000 euro, un “reddito di dignità” che affronti da subito il vero scandalo italiano, 15 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta o relativa. E poi meno burocrazia, più sicurezza, blocco dell’immigrazione clandestina, un diverso rapporto con l’Europa, ricupero della sovranità monetaria attraverso la doppia moneta.

Lei è sempre stato ed è tuttora un gran federatore, riuscirà a non relegare quella che è stata la destra di governo rappresentata dal suo ex ministro all’isolazionismo e a un ruolo marginale?
Giorgia è stata, giovanissima, un ottimo ministro del mio governo. Ne ho sempre apprezzato la determinazione, la competenza, il coraggio intellettuale, la capacità di analisi. Giorgia Meloni rappresenta una storia e una cultura politica, quella della destra italiana, che merita rispetto e che deve essere protagonista. Rimettere in gioco questa storia e questa tradizione, per decenni ai margini della vita democratica, è stata una delle svolte determinate dalla mia discesa in campo nel 1994. Sono certo che continuerò con Giorgia a seguire questa strada.

È disposto a incontrare Giorgia Meloni subito dopo i ballottaggi per mettere a punto un programma comune?
Credo che molti aspetti di un programma comune siano già stati messi a punto, altri richiedono degli approfondimenti, ma direi che al 95 per cento ci siamo. Ma il fatto di incontrarci è talmente scontato che non occorre neppure specificarlo.

E con Salvini? Possibile smussare le differenze e le distanze per riuscire a mettere insieme una coalizione credibile e capace di rappresentare la maggioranza degli italiani?
Matteo Salvini è molto efficiente, ha dato nuovo slancio alla Lega Nord, ha saputo rappresentare un’area di opinione importante che legittimamente vuole essere ascoltata. È troppo intelligente per non sapere che l’unica possibilità di trasformare la Lega in forza di governo è realizzare un gioco di squadra all’interno di un centrodestra plurale. Sono convinto che lo farà, come è avvenuto alle amministrative, come avviene nelle grandi regioni del nord che governiamo insieme con ottimi risultati. Credo che le differenze, al di là del linguaggio e degli atteggiamenti, siano superabilissime.

Perché secondo lei il Movimento 5 stelle ha cambiato linea sull’immigrazione?
Il M5S in realtà non fa fatica a cambiare linea, visto che non ha una cultura politica e dei valori di riferimento stabili e chiari. Procede per improvvisazioni, legate alla tattica e alle convenienze del momento. Immagino si siano resi conto che soprattutto la parte più debole del paese non è più in grado di sopportare le conseguenze drammatiche dell’immigrazione incontrollata. Noi questo lo diciamo da anni con ben altra credibilità. Avevamo bloccato il flusso dei migranti, che è una vera e propria tratta di schiavi contemporanea, un fenomeno drammatico per chi ne è protagonista e per chi ne subisce le conseguenze in Italia. Dobbiamo tornare a quello che noi avevamo fatto con Gheddafi: accordi, che deve negoziare l’Europa sotto l’egida dell’Onu, per fermare i migranti prima che si imbarchino, per raccoglierli in campi attrezzati sotto la sorveglianza internazionale, in attesa di rimandarli nei paesi di provenienza, con i quali bisogna fare altri accordi per i rimpatri. Ma neppure questo è sufficiente: occorre dare a quei popoli una speranza di crescita nei loro paesi, altrimenti la pressione verso l’illusorio benessere che l’Occidente sembra offrire sarà sempre più forte e sempre meno controllabile. Occorre un grande Piano Marshall per l’Africa, che veda coinvolti tutti i protagonisti dell’economia mondiale, l’Europa, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, i paesi del petrolio. Solo così eviteremo altre tragedie.

Possibile che Casaleggio e Grillo vogliano preparare la strada a un patto di Governo con Salvini? Reputa possibile un simile matrimonio?
Non mi sembrano aspiranti suicidi, quindi lo escludo. Un matrimonio così contro natura segnerebbe la fine politica di entrambi i contraenti. Né immagino che Salvini sia disposto ad ascoltare alcune folli idee grilline, come la patrimoniale o l’imposta di successione al 50 per cento.

Qual è la vostra posizione sullo Ius soli? Il giusto riconoscimento agli italiani di fatto, o una legge che rischia l’islamizzazione della Penisola?
In linea di principio il fatto che un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che parla la nostra lingua, che ha frequentato le nostre scuole, che condivide stili di vita e abitudini con i suoi coetanei italiani, possa sentirsi italiano mi pare giusto e naturale. Ma non si può scherzare su una materia così delicata, né inseguire un buonismo di maniera. Chi vuole essere italiano non deve limitarsi a sapere la lingua o a conoscere i fondamenti della cultura italiana, deve amare l’Italia, condividere i nostri valori e il nostro stile di vita. Naturalmente ha pieno diritto di praticare la religione che preferisce, ma deve come noi credere nella laicità dello Stato – che significa uno Stato non confessionale, non uno Stato privo di valori – deve credere nella pari dignità fra donna e uomo, nella libertà e nel rispetto per la diversità. A queste condizioni, ma solo a queste condizioni, i nuovi italiani sono i benvenuti. La legge discussa in questi giorni in Parlamento invece non dà nessuna garanzia e questo è intollerabile.

Fallito il tentativo di approvare il sistema elettorale “alla tedesca”, come si fa a vincere con un sistema interamente proporzionale come il Consultellum sebbene corretto da un eventuale decreto. Visto l’esito delle amministrative, non vi conviene chiedere di tornare al Maggioritario?
Le leggi elettorali non si fanno sulla base di quello che ci conviene. Si fanno per consentire ai cittadini di esercitare il diritto alla sovranità popolare che è alla base della democrazia. Oggi come dieci giorni fa il paese è diviso: il M5S ha preso meno voti del previsto, ma non è affatto detto che questo avvenga anche in occasione delle elezioni politiche. La dispersione del voto è stata molto alta, ed è altissimo il numero degli italiani che non sono andati a votare.

A chi spetta l’onere di riprovare a trovare un accordo sulla legge elettorale? Al Pd?
Poco importa chi comincia. Noi la nostra parte l’abbiamo fatta e siamo pronti a continuare a farla. Mi auguro che i maggiori partiti, e prima di tutto il Pd con il quale avevamo cominciato il ragionamento sul sistema tedesco, dimostrino responsabilità. In Commissione eravamo giunti ad un accordo condiviso. Dopo i ballottaggi sarebbe logico ripartire da lì.

Dunque la questione leadership del centrodestra è un falso problema?
Falsissimo, è un problema che si pone solo chi non vuole un centrodestra vincente.

E Alfano? Ci sono spazi per tornare a discutere di un’alleanza con il ministro degli Esteri basata sui comuni valori del popolarismo europeo? Magari in presenza di modifiche importanti nella compagine di Ap e di ingressi di personalità della società civile, personaggi alla Carlo Calenda e altri che potrebbero essere interessati al progetto.
È un altro falso problema. Le nostre porte sono aperte a chi crede in un centrodestra come quello che ho descritto, non sono aperte a chi cerca un’alleanza di comodo in vista delle elezioni.

Può spiegare agli italiani perché Renzi ha così tanta fretta di andare al voto? Teme di delegittimarsi di fronte agli elettori sostenendo il governo Gentiloni?
Può darsi. Ma credo che siano gli italiani ad avere fretta di andare al voto, dopo quattro governi consecutivi non scelti dagli elettori. L’ultimo scelto dagli elettori è stato il nostro, costretto a dimettersi per un colpo di Stato nel 2011. Da allora l’immigrazione incontrollata è esplosa, la pressione fiscale è salita, la disoccupazione, che noi avevamo tenuto due punti sotto la media europea, è stabilmente due punti sopra quella dell’eurozona, l’Italia cresce, quando cresce, meno della metà dei suoi partner europei. È ovvio che gli italiani abbiano fretta di riprendere in mano il loro destino.

Berlusconi torna in campo o non è mai uscito dal campo? Che aspettarsi dalla Corte di Strasburgo, e in che tempi?
Non so che dire: se la Corte non giudicherà in tempo, questo sarà un vulnus non ai miei diritti, ma al diritto degli italiani di fare chiarezza su una questione che riguarda la democrazia e la libertà nel nostro paese. Premesso questo, io sarò in campo in ogni caso, come ho fatto in questi anni anche fuori dal Parlamento.

Non molti anni fa, il Corriere della Sera scrisse che lei – pur provando ribrezzo per le sue idee – è un ammiratore di Grillo, del suo modo di comunicare e della sua forza di rottura. È così?
Assolutamente no. Grillo senza dubbio conosce bene le regole della comunicazione, ma il suo modo di comunicare non mi piace affatto. È basato sull’insulto e sulla continua provocazione. Lei ha mai assistito a un mio discorso pubblico, in una piazza o in un teatro? Mi ha mai sentito urlare, insultare qualcuno, schernire qualcuno? A me piace dialogare con la gente, ragionare, spiegare, magari far sorridere chi mi ascolta con un aneddoto per alleggerire un discorso complicato. Siamo radicalmente diversi, anche in questo.

Quest’anno ricorre il venticinquennale di Mani pulite. E tanto per cambiare, lei è alle prese con l’ennesimo, assurdo processo. Il direttore di Tempi è felicemente indagato per un editoriale, pubblicato quando era condirettore del Foglio, nel quale attaccava a testa bassa la procura di Milano sul Ruby-ter ecc. Detto questo, da allora a oggi molto sembra essere cambiato in Italia. Ma in meglio o in peggio? E nella magistratura?
Mani pulite è stato il primo dei cinque colpi di Stato – solo formalmente legali – che hanno rovesciato negli ultimi 25 anni le maggioranze e i governi scelti dal popolo. Da allora la magistratura ha assunto un ruolo anomalo di condizionamento della vita pubblica che è del tutto inaccettabile in una democrazia liberale. Questa è una delle ragioni che rendono necessaria una profonda riforma della giustizia, che è nei nostri programmi. Una riforma – voglio essere chiaro – che non andrà contro la magistratura: all’interno dell’ordine giudiziario esiste una grande maggioranza di magistrati perbene, che svolgono il loro lavoro con sobrietà, correttezza, spirito di sacrificio e – in alcuni casi – coraggio fisico.

Lei è un amico storico di Tempi, che da alcuni mesi ha cambiato proprietà e direzione ma senza abbandonare i suoi temi forti e la sua collocazione, diciamo così, conservatrice. Lo legge? Le piace ancora?
Non ne perdo un numero. Direi che Tempi ha il grande merito di offrire un contenuto culturale di spessore, basato su valori forti e improntati a battaglie politiche che condivido e delle quali Forza Italia è di norma protagonista.

L’ultimo libro che ha letto…
La biografia di don Ernest Simoni, il sacerdote albanese che pochi mesi fa è stato nominato cardinale da papa Francesco. È una storia impressionante, di un grande uomo e di un grande cristiano, che ci ricorda le atrocità troppo spesso dimenticate dei regimi comunisti a cui fu regalata mezza Europa a Yalta. Ma ci ricorda anche come la fede e la libertà siano valori contro i quali non prevale neppure la più feroce delle oppressioni, la più crudele delle torture.

Il prossimo viaggio che farà…
Come se avessi tempo di viaggiare… sono sedici anni che non vedo la mia casa alle Bermuda.

Va bene il partito degli animalisti, ma una parola di conforto per i carnivori (allevatori compresi) spiazzati dalla sua fantastica svolta veg?
Ovviamente io non intendo promuovere uno stile di vita e di alimentazione piuttosto che un altro: sono liberale e ho il massimo rispetto delle scelte individuali. Ognuno decide secondo la propria sensibilità, i propri gusti, la propria salute. Ho il massimo rispetto per l’attività degli allevatori, che sono un comparto produttivo importante e che – ne sono certo – usano metodi di allevamento rispettosi della salute e del benessere degli animali. Quello che non tollero, invece, sono i maltrattamenti, le sofferenze, le crudeltà inflitte ad esseri senzienti, più deboli di noi, indifesi di fronte al potere dell’uomo. Su questo occorre essere severissimi, sia per quanto riguarda i metodi di allevamento, sia per gli episodi di bullismo verso gli animali. Considero gli animali da compagnia un elemento importante per la qualità della vita delle persone, e soprattutto per i più deboli: penso agli anziani soli, per i quali un cane o un gatto è quasi una ragione di attaccamento alla vita. Dobbiamo aiutarli e favorire questo bellissimo e positivo rapporto fra uomo e animale.

Il green, l’ecocompatibile e sostenibile, la riscoperta delle origini e degli alimenti a chilometro zero stanno facendo sempre più presa sulla società. Fanno sempre più proseliti anche tra gli elettori di centrodestra. Immagina una componente o una lista alleata a Forza Italia che difenda questi valori?
Il centrodestra difende l’ambiente per definizione. È nella nostra cultura occidentale, liberale e cristiana. Le dice niente il fatto che i migliori risultati in materia di salvaguardia dell’ambiente siano stati conseguiti nei paesi a più avanzato sviluppo capitalistico? Queste esigenze hanno trovato grande attenzione da parte dei nostri governi – ricorderà che abbiamo risolto in poche settimane la vergognosa emergenza rifiuti a Napoli – e troveranno ovviamente ampio spazio nei nostri programmi per i prossimi anni, in una logica non di divieti, ma di sviluppo. 

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