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Un miracolo è la sola speranza

settembre 9, 2016 Emanuele Boffi

«Chi avrebbe mai creduto che fosse possibile la Nostra Aetate? Eppure è accaduta». Il rabbino Eugene Korn, tra i massimi studiosi del dialogo ebraico-cristiano, spiega come può cambiare il rapporto tra due religioni “nemiche”

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Pubblichiamo l’articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«È stato un dialogo serio», dice a Tempi Eugene Korn, direttore accademico del Centro per la comprensione ebraico-cristiana e la cooperazione in Israele. Rav Korn si riferisce all’incontro tenutosi al Meeting di Rimini il 22 agosto in cui ha dialogato con Ignacio Carbajosa Pérez, docente di Antico Testamento a Madrid, a partire dal documento “Fare la volontà del Padre nostro in cielo: verso un partenariato tra ebrei e cristiani” firmato nel 2015 da venticinque rabbini ortodossi, tra cui lo stesso Korn, e che faceva anche da titolo al convegno.
Korn è fra i massimi studiosi viventi dei rapporti tra le due religioni, allievo di rav Joseph Ber Soloveitchik e autore di un bel volume (Ripensare il cristianesimo, Edb, 2014, introduzione G. Laras, traduzione L. Nason e V. Bendaud) che può essere considerato il libro che, più in sintesi, descrive, da una prospettiva ebraica, lo stato dell’arte del dialogo con i cristiani.

 In Ripensare il cristianesimo, lei riporta l’opinione del rabbino Soloveitchik secondo cui «ogni dialogo tra ebrei e cristiani non può essere che religioso e teologico». Può aiutarci a comprendere le parole di Soloveitchik e, al contempo, quale possa essere il rischio di un dialogo che emargini l’identità religiosa?
Credo che Soloveitchik volesse dire che per le persone religiose – che siano rabbini o sacerdoti o vescovi – tutto è religioso. L’etica è religiosa, il modo in cui si vive la vita è religioso. Dunque, se è così, ci sono tre possibilità: un ebreo e un cristiano possono ignorarsi, combattersi oppure provare a collaborare. Nel passato, prima di Nostra Aetate (1965), sostanzialmente non v’era alcun dialogo: la Chiesa voleva obbligare gli ebrei a diventare cristiani e gli ebrei non volevano avere alcun rapporto con la Chiesa. Con Nostra Aetate la Chiesa ha affermato di non voler sostituire l’ebraismo. Noi ebrei ci abbiamo messo molto tempo, quaranta-cinquant’anni, a capire che la Chiesa era sincera. Questo dialogo, oggi, non può essere serio se non tiene conto di Dio e della religione.

Lei scrive che «per gli ebrei Israele è una questione esistenziale prima ancora che meramente politica». È una “conditio sine qua non” per intraprendere «un corretto e positivo dialogo interreligioso». Questo è un aspetto che, spesso, è poco compreso da parte cristiana. Cosa chiede ai cristiani?
Innanzitutto, dal punto di vista teologico, penso che l’ultima traccia di sostituzionismo, la teoria secondo cui il cristianesimo sostituisce l’ebraismo, e che è stata rifiutata da Nostra Aetate e dal Concilio Vaticano II, è rimasta nella negazione della patria ebraica per il nostro popolo. Ma, se si accetta l’alleanza biblica, non si può ignorare che una condizione fondamentale dell’alleanza è che Dio ha donato la Terra Santa al popolo ebraico. Il Vaticano e la teologia cristiana questo non lo hanno ancora accettato veramente. È l’esito del pensiero dei primi padri della Chiesa, Origene e Agostino, i quali rifiutavano l’idea che gli ebrei avessero una patria. Penso che la Chiesa debba farci i conti, ma comprendo le sue difficoltà, soprattutto a livello politico. La Chiesa non vuole restare impigliata nella lotta tra ebrei e arabi. Lo capisco, ma se i cristiani vogliono essere onesti teologicamente e biblicamente, devono sciogliere questo nodo. Ricordo anche che esiste un documento di applicazione dei princìpi della Nostra Aetate, pubblicato dal Vaticano a metà degli anni Settanta, che dice che occorre che i cattolici guardino gli ebrei nel modo in cui gli ebrei guardano se stessi, sforzandosi di comprendere le loro categorie religiose. E per gli ebrei, Israele è una categoria religiosa. Se i cattolici si rifiutano di riconoscere la dimensione religiosa dello Stato di Israele, non comprenderanno mai gli ebrei.

Cosa, viceversa, dovrebbero fare gli ebrei per far comprendere che l’esistenza e la sicurezza di Israele non sono aspetti secondari?
Dobbiamo provare a spiegare che per noi Israele è una questione esistenziale. Ci sono, credo, 1,4 miliardi di cattolici nel mondo, ma solo 12-13 milioni di ebrei. Senza una patria saremmo sopraffatti dai nostri nemici. Una delle ragioni per cui 6 milioni di ebrei sono morti nell’Olocausto è che non avevamo uno Stato, non potevamo difenderci. Perciò dopo l’Olocausto abbiamo detto: abbiamo bisogno di uno Stato, con un nostro esercito in modo da poterci difendere, se necessario. Per noi è una questione di vita o di morte. Che non vuol dire che si debba essere d’accordo con tutto quello che fa Israele, ma l’idea che gli ebrei abbiano il diritto a un proprio Stato e che questo abbia un certo significato religioso perché fa parte dell’alleanza, questo è un punto fermo del pensiero religioso e dell’identità degli ebrei che la Chiesa deve iniziare a comprendere.

Non lo sta facendo?
Penso che si avanzi lentamente, perché ci sono molti problemi politici. Ma sempre più teologi e biblisti onesti oggi riconoscono che il tema non può essere ignorato. Sottostimare questa parte dell’alleanza, secondo me, è come avere un essere umano e dire: “Ecco cos’è un essere umano”, e poi mozzargli le braccia e le gambe e dire: “È la stessa persona”. Non è vero. L’alleanza non è la stessa alleanza finché non si capisce che questa è la patria che Dio ha dato al popolo ebraico.

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Nel suo libro lei indica «nell’antisemitismo imperante oggi nel mondo islamico» un pericolo troppo spesso sottovalutato. Anche in Europa ne abbiamo, quasi quotidianamente, degli inquietanti segnali. Eppure essi sono perlopiù ignorati o minimizzati, per paura o quieto vivere. Cosa oggi impedisce all’uomo occidentale di comprendere il messaggio di morte propagandato dal terrorismo di matrice islamica?
È molto complicato rispondere. In parte è perché l’Europa sta attraversando una crisi di identità. Penso che la Prima e la Seconda Guerra mondiale siano state due grandi traumi per l’identità europea. Gli europei sono stanchi della guerra e di combattere. Non vogliono credere che esistano dei nemici che vogliono distruggerli. Le posso dire che molte persone in Vaticano, parlando in privato con me, mi confessano che la loro maggiore preoccupazione è che l’islam radicale conquisti il Vecchio Continente. Eppure in Europa nessuno vuole pensarci, su molti aspetti si preferisce nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

A cosa pensa?
A due cose, soprattutto. Innanzitutto ai bambini. L’Europa non fa più figli: non ne fa abbastanza per sopravvivere. E questo per una mancanza di convinzione nella propria cultura. Non si fanno i figli perché, in fondo, non si crede più che siano veri i princìpi che fondano la cultura europea. L’Europa è stanca, ha una crisi di identità. Tutto ciò è molto triste e mi piacerebbe che non fosse così, eppure è così. Ecco perché è così bello vedere tutti questi bambini qui [al Meeting, ndr].

E poi?
E poi penso alla difesa. Per molti anni la difesa dell’Europa è dipesa dagli Stati Uniti. Gli europei non vogliono più combattere. Non che sia una bella cosa, ma a volte è necessario. Ora, per via dei tragici fatti di Parigi e Bruxelles gli europei stanno iniziando a capire che il terrorismo islamico è una minaccia molto seria. Noi in Israele lo sappiamo.

Cosa sapete?
Sappiamo che, come nella Seconda Guerra mondiale, si comincia con gli ebrei, ma non si finisce con gli ebrei. Se vogliono uccidere noi, alla fine vorranno uccidere anche gli occidentali. Sia chiaro: questo non riguarda tutti i musulmani, ma solo alcuni jihadisti dell’islam estremista, che lo dichiarano apertamente.

Ma anche su questo non tutti sono d’accordo.
Sì. Alcune persone in Europa preferiscono ignorarlo. Le faccio un esempio. Una volta partecipai a Monaco a una conferenza con alcuni importanti e autorevoli leader religiosi europei e arabi. Ad un certo punto, intervenne un esponente dell’Arabia Saudita che disse che nel suo paese vigeva una completa libertà religiosa. C’erano circa quindici persone nella sala e solo un prete ortodosso greco osò discutere quelle parole. Gli europei rimasero seduti in silenzio, accettando tutto, sebbene sapessero che quel che diceva non era vero. Non volevano discutere, così hanno preferito ignorare il problema.

La tattica dello struzzo…
Recentemente c’è stata una dichiarazione di un vescovo siriano. Parlava di quel che sta accadendo ai cristiani in Siria e, rivolgendosi agli europei, diceva: «Perché non capite? Ci stanno uccidendo. Dove siete? Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo bisogno di combattere». Ma nessuno combatte. È molto triste.

Nel suo libro lei parla di “secolarismo postmoderno” e di “relativismo”, due fattori che hanno attaccato alle fondamenta «l’oggettività e l’individuazione di “assoluti morali”». Cosa possono fare ebraismo e cristianesimo per ribaltare questa prospettiva?
Cristianesimo ed ebraismo chiedono ai credenti di cambiare il mondo. Forse io non posso farlo da solo, lei non può farlo da solo, ma insieme potremmo riuscirci. Per me è questa la fede nel Messia: credere che si possa rendere il mondo migliore, di modo che il Messia possa venire. “È impossibile, non possiamo fare altro che accettare il male che c’è”, dicevano tanti durante la Seconda Guerra mondiale e l’Olocausto. Ma io penso che siamo obbligati, in un certo senso, a realizzare l’irrealizzabile: cambiare il mondo.

Vasto programma.
Sì, però pensi a Nostra Aetate. Per 1500 anni la Chiesa ha creduto cose terribili riguardo agli ebrei. Modificare questa situazione pareva impossibile, un uomo pratico non l’avrebbe mai creduto. Eppure la Chiesa ha deciso di cambiare: l’impossibile è accaduto. È stato come un miracolo, e penso che dobbiamo continuare a provare a fare miracoli. È dura e non accade in tempi brevi, ma può accadere. Questo è quel che Dio vuole da noi.

A seguito degli attentati in Francia, in Belgio, in Germania, molti intellettuali europei hanno accusato ogni forma religiosa di essere essa stessa, intrinsecamente, portatrice di violenza. E dunque la migliore risposta al terrorismo islamico – soprattutto si è sentito dire in Francia – sarebbe quella di bandire qualsiasi tipo di religione dallo spazio pubblico. Come trovare una via in mezzo a questi due opposti: estremismo religioso e laicismo intollerante?
Non c’è dubbio che oggi ciò che è visto come religione sta facendo molto male nel mondo, e credo che la ragione sia che le persone legano la religione a ciò che è assoluto, senza limiti. In altri termini, se io credo che sia vero, anche tutti gli altri devono crederci. È per questo che abbiamo bisogno di sviluppare una concezione della fede in Dio e nella religione che sia tollerante delle diversità. Credo che l’ebraismo abbia fatto un buon lavoro in questo senso, perché l’ebraismo crede in determinate verità, ma non dice che quello che è vero per gli ebrei deve essere vero per tutti gli altri. Il cristianesimo ha imparato a farlo. Dopo essere stato intollerante per molti anni, oggi il cristianesimo è una religione tollerante, la gente non uccide altra gente nel nome del cristianesimo. È un processo storico che l’islam non ha ancora attraversato. Al contempo, penso che l’intento di eliminare totalmente la religione sia destinato al fallimento. Per natura, gli esseri umani ricercano un significato, uno scopo nella vita. Se si spazza via questo e si rimpiazza Dio con lo Stato, come hanno fatto il comunismo russo e cinese, o se si rimpiazza la religione con la scienza, allora gli uomini si ribelleranno sempre. Infatti nessuna di queste cose è in grado di dare una risposta soddisfacente alla nostra domanda di significato. Ultimamente, questa forma di laicismo produce il male. Perciò dobbiamo conservare il senso che c’è qualcosa di sacro nell’essere umano che viene da Dio. E non possiamo ridurre gli esseri umani al valore di mercato delle loro componenti chimiche – è quello che facevano i nazisti – o alla quantità di lavoro che riescono produrre. La sfida non è eliminare la religione, ma fare in modo che le persone possano avere convinzioni profonde, in un modo assoluto, ma con dei limiti. Eliminare la religione è una fantasia dell’Illuminismo laico destinata sempre al fallimento.

Foto ebraismo tratta da Shutterstock

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2 Commenti

  1. Sebastiano scrive:

    “…Ad un certo punto, intervenne un esponente dell’Arabia Saudita che disse che nel suo paese vigeva una completa libertà religiosa…Gli europei rimasero seduti in silenzio, accettando tutto, sebbene sapessero che quel che diceva non era vero…”

    Quello che l’arabo non ha detto (ma che gli europei hanno intuito benissimo) è: “E dal mio paese arrivano milioni di barili di petrolio dai quali dipende la vostra agiatezza economica”.
    Agli europei della libertà religiosa importava un fico secco, immensamente meno del loro portafoglio.
    Non che nel frattempo sia cambiato qualcosa…

  2. Cisco scrive:

    Se il Rav. Korn rappresenta la voce dialogante dell’ortodossia ebraica, confermo che un miracolo è la sola speranza.

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