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Twitto ergo sum? I giovani, la comunicazione e la libertà nel dialogo tra il cardinale Scola ed Enrico Mentana

gennaio 27, 2013 Eva Anelli

L’arcivescovo di Milano e il direttore del Tg La7 di fronte al paradosso delle nuove generazioni: informatissime, ma bloccate ad osservare tutto come in una vetrina. La sfida per giornalisti ed educatori passa dalla realtà. (E magari anche da una canzone di Jovanotti)

«Spero di dire qualcosa di sensato: io non sono molto pratico dei nuovi mezzi di comunicazione, leggo ancora le rassegne stampa». La dichiarazione di “modestia mediatica” fatta all’inizio del suo discorso non ha impedito al cardinale Angelo Scola di suggerire una chiave di lettura interessante per decifrare le nuove generazioni e il loro rapporto coi media e con la realtà tutta. Una chiave di lettura che ha che fare con una parola sempre più controversa: libertà. Si è svolto sabato scorso a Milano presso l’Istituto dei ciechi l’incontro dal titolo “Nuove generazioni – Comunicazione – Futuro” che ha visto come interlocutori sul tema l’arcivescovo di Milano e il direttore del Tg La7 Enrico Mentana. Un appuntamento, quello coi giornalisti, che il cardinale rinnova da molti anni in concomitanza con la festa di san Francesco di Sales patrono di stampa cattolica, giornalisti e scrittori.

GIOVANI NELLA RETE. Alessandro Rosina, professore di Demografia e statistica sociale alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e direttore del laboratorio di Statistica applicata alle decisioni economico-aziendali, ha presentato all’inizio dei lavori i risultati dell’indagine, sul tema che ha dato il titolo all’evento, realizzata dall’Istituto Giuseppe Toniolo su un campione di 9 mila giovani in tutta Italia. Una ricerca che ha documentato la tendenza sempre crescente dei giovani dai 18 ai 30 anni di far largo uso di internet per quanto riguarda il reperimento di notizie (in calo la carta stampata, meglio i tg televisivi, stazionaria la radio); ma che anche fotografato degli individui che sanno ormai discernere il buono e il cattivo della Rete (bufale & co.) pur non permettendo a questa raggiunta maturità né di influenzare le loro reali scelte politiche né di renderli protagonisti della società. Come dire, la cosa resti tra noi.

MENTANA E I RAGAZZI IN VETRINA. «Stanno a guardare la realtà come se osservassero la vetrina di un negozio. Un diaframma invisibile eppure infrangibile c’è e rimane tra loro e il reale», ha commentato Enrico Mentana.  «Una volta – ha proseguito il direttore del Tg La7 mettendo a confronto due diverse generazioni di giovani – per molto meno si scendeva in piazza, si occupava. Invece, pur essendo questa una delle giovani generazioni meno tutelate sul lavoro ed avendo anche ben poche speranze di trovarlo, il lavoro, non fanno sentire la loro voce. Né qualcuno dei “vecchi”, al potere politico o nei media – quindi dico questo assumendomene la responsabilità – ha intenzione di farlo per loro. Evidentemente a molti fa anche comodo che sia così».

IN CERCA DI UNA SANA INQUIETUDINE. «Quando comunicano – interviene il cardinale – i giovani stanno esercitando la loro libertà, attorno alla quale credo che la questione essenzialmente ruoti. Primo perché la si esercita in maniera ridotta. Ovvero come libertà di scelta: l’importante, cioè, è l’atto formale in sé del poter scegliere. Cosa in realtà esprima questa libertà scivola drammaticamente in secondo piano. Inoltre perché questa libertà tanto conclamata sempre più spesso non diventa libertà realizzata. La libertà come la intendo io – approfondisce Scola – è un’apertura a 360° alla realtà. Una realtà che mi provoca e sfida, generando la tipica sana inquietudine che i giovani hanno e dovrebbero avere».

QUELLO CHE MEDIA NON VEDONO. «Purtroppo – riprende lucidamente Mentana – spesso i media si avvicinano alla realtà degli ultimi (i disoccupati, per esempio, tra le cui file spiccano moltissimi della fascia 18-30 anni) con una carità pelosa, nascondendosi dietro all’“informazione anti-governativa, anti-establishment”. Un modo di fare che finisce solo col fare di questi individui dei “poveretti” di cui presto ci si dimentica e a cui si toglie la reale dimensione e dignità di soggetti e con l’illuminare ancor più i “vincenti”, quelli a cui in fondo le cose vanno bene». Rivolgendosi poi all’arcivescovo: «In questo senso la Chiesa si è sentita un po’ sola in questi anni a portare avanti la difesa di alcuni soggetti così trattati dai media, ad esempio l’istituzione della famiglia?». Scola risponde indicando come avrebbero dovuto (e devono) comportarsi i media. E lo fa citando proprio san Francesco di Sales (1567-1622) che sotto le porte delle abitazioni dei fedeli faceva cadere dei foglietti con le sue riflessioni (Mentana: «Oggi si chiamerebbero pizzini!»), tra cui: «”Seguite sempre l’interpretazione più buona della verità, quella più in favore del prossimo. Tra 100 aspetti che rilevate di un fatto, fermatevi al più bello. Quando uno, di un fatto negativo, non può scusare né il peccato né le motivazioni che hanno condotto il peccatore a compierlo, lasci quella persona al giudizio a Dio». Un tacca sopra al bicchiere mezzo pieno: un modo di guardare la realtà nel cui pacchetto è compresa la certezza che è Qualcuno che fa quella realtà, e se l’ha fatta ha su di essa un disegno buono. Quindi, per rispondere a Mentana: «Tramite le esperienze delle numerosissime opere caritative della nostra Regione, cristiane e non, si sente molto che lo Stato fatica ad arrivare in certi punti del tessuto sociale. È un aspetto triste della nostra società».

CRISTIANI DENTRO IL REALE. Con che cosa si fa i conti, dunque? Cosa c’è alla base di tutto ciò? Da dove ripartire? Qual è la sfida? Di nuovo l’arcivescovo: «Eppure, tra egoismo sfrenato e una generazione di 30-50enni, su cui i giovani dovrebbero poggiarsi, assente, bisogna ricostruire l’Europa. E qui sì che possono e devono essere protagonisti i nostri giovani con la loro apertura e la loro sana inquietudine». E per far questo si deve tutti, Chiesa e suoi pastori compresi, ripartire dalla realtà, farne esperienza: «Solo così, lasciandosi provocare dalla realtà, può rinascere spontanea la domanda sul senso, sul senso delle cose, della realtà. Solo così l’uomo è mosso a re-individuare quei valori («non negoziabili per definizione» chiosa Mentana) su cui si può ricostruire. Troppo spesso noi stessi cristiani, invece, ci siamo chiamati fuori dalla realtà». Quindi no, non si stanno svuotando le chiese, ma che in esse vi sia una carenza di giovani, che sentono che questa chiesa si è chiamata fuori dalla realtà, è vero. «In Chiesa vedo spesso troppi capelli bianchi o tinti…» per dirla con l’arcivescovo.

IL CARDINALE E LA CANZONE DI JOVANOTTI. La logica di Scola non esclude il dialogo con chi non condivide quei valori: «È lo stesso Santo Padre che in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2010 a Lisbona disse: “Constatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello” ». Infine si torna su quella “fame di senso” dei giovani, sempre con Scola: «L’altro giorno ho incontrato i giovani dell’Università Statale qui a Milano sul tema della fede – questo è l’anno della fede –  e mi hanno fatto sentire una canzone di Jovanotti (io l’avrei scritto “Giovannotti”, ma mi hanno detto che avrei sbagliato!), Tensione evolutiva, in cui dice che, ad esempio, non basta la saliva per saziarsi… insomma, ci vuole una ragione».

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