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Terremoto Centro Italia. Che ne sarà di tanta bellezza?

novembre 13, 2016 Vittorio Robiati Bendaud

Piango per gli abitanti dei Sibillini, per Amatrice, Norcia, Visso e Camerino. Spero che vi rialzerete, splendidi borghi che ho imparato a sentire anche miei

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Tutto incominciò una decina d’anni fa, quando il rabbino Laras mi chiese di guidare le ufficiature liturgiche presso la sinagoga di Ancona in occasione di una festività ebraica. E così, di anno in anno, iniziò a crescere il mio amore per le Marche, percorse in lungo e in largo in compagnia di ottimi amici.

I terremoti che sconquassano da settimane il Centro Italia, al di qua e al di là dei Monti Sibillini, hanno devastato luoghi che conosco ormai come le mie tasche, talora uccidendo e talora provando dolorosamente la vita di persone che ho incontrato e a cui sono legato da forti vincoli di amicizia. È uno strazio sentire al telefono Marco, di Amandola, un giovane studente innamorato del suo paese e delle sue montagne, “serie”, incantate e solenni. La casa della sua famiglia è inagibile, piena di crepe; il luogo dell’intimità familiare e della memoria è divenuto una trappola potenziale, dal futuro incerto. Lui e i suoi stanno costruendo una casa in legno nel giardino, con l’inverno alle porte e pioggia in arrivo, destinata forse a diventare neve. La bella Amandola, incastonata nel verde, non ha retto: il centro storico è collassato, probabilmente perché non si è riuscito a puntellarlo in tempo, dopo la prima devastante scossa di fine agosto. Chiamo subito Laras, che, addolorato, mi disvela un dettaglio della sua vita fino a quel momento a me ignoto. «Sai, Vittorio, quando iniziai a fare il rabbino ad Ancona, ho battuto tutti gli archivi e le biblioteche dei paesini dell’entroterra, tra cui Amandola, ove c’era un piccolo e antico fondo ebraico. Quel borgo, con la piazza della parrocchiale digradante verso la chiesa e incorniciata da palazzi e portici, era un gioiellino». Annuisco al telefono. So che era così, ci sono stato anch’io. Pensando a quanta antica bellezza abbiamo perso e alle difficoltà e al dolore degli abitanti di quel piccolo mondo – dignitoso, operoso e fiero –, vengo preso da cupa tristezza.

Risorgerà il romorio?
Passano le ore e apprendo che la situazione si fa sempre più pesante. Richiamo l’amico Michele Silenzi, fermano come Marco, che mi ripete parole che ho già sentito: «Stavolta il botto è stato tremendo. Uno scossone devastante. La devastazione è peggiore della volta scorsa. Il senso di instabilità e insicurezza attanaglia tutto e tutti». Un caro amico ha invece chiamato Augusto, proprietario di uno splendido b&b a Pievebovigliana (Mc), da lui lungamente e faticosamente restaurato. Le case pare abbiano retto, “solo” una sala ha avuto danni seri. E mi chiedo tra me e me quanto ci vorrà per rimetterla a posto, quanto gli costerà, dove troverà i soldi e che sentimento di rabbia e di ferita profonda si debba provare nel vedere distrutti sforzi, sacrifici, passione e tempo. Vengo a sapere che Pievebovigliana è deserta, spettrale, le case puntellate e inagibili, alcune compromesse per sempre. A Pievebovigliana, con le sue rarefatte frazioncine rurali che si arrampicano su per le boschive alture collinari, gli abitanti avevano orgogliosamente creato un delizioso museo della loro civiltà contadina, volto ad affidare al futuro le memorie dell’amato borgo. Che ne sarà? Risorgerà il romorio, tornerà il lavoro usato?

Ricevo una telefonata da un amico caro e stimato: è Pierfrancesco, professore e giornalista, e anche con lui ho difficoltà a trovare parole adeguate, che siano vere, oneste, non banali. Penso che farei più bella figura a stare zitto. Eppure siamo esseri parlanti, e non posso fare a meno di blaterare qualcosa, sicuramente inadeguato, che però provi a esprimergli il mio dolore, il mio affetto, la mia amicizia. Pierfrancesco mi conferma che per Visso non c’è più niente da fare: sisma dopo sisma, ha ceduto, ha parzialmente retto, è stata sopraffatta e, infine, è crollata. Gli domando che ne è di Macereto, un incredibile frammento di Rinascimento a mille metri di quota. Non lo sa. Resto con l’interrogativo angoscioso che sia rovinato al suolo anche il capolavoro montano dell’architetto G. Battista da Lugano, che riprese un progetto del Bramante. A Macereto vi erano inoltre gli affreschi di Simone de’ Magistris, uno dei maggiori artisti italiani tra Cinquecento e Seicento, che frequentò la bottega di un ormai anziano Lorenzo Lotto.

Mi congedo da Pierfrancesco e penso a Visso e alla splendida Val Nerina, la valle del fiume Nera, sempre gonfio d’acqua e principale affluente del Tevere. Visso era un incanto, con i suoi palazzi medievali e di epoche successive, tra vetuste mura in pietra e boschi lussureggianti, tra montagna e collina. Visso e i manoscritti di Leopardi, che vidi anni fa per la prima volta, custoditi nel museo diocesano, una splendida chiesa medievale ripensata in museo. Che commozione! L’infinito e le correzioni che vi aveva apportato il nostro grande e tormentato poeta. Ed eccoli là i monti azzurri eternati da Leopardi, i meravigliosi Sibillini. Fu proprio a Visso che compresi che, se non si vedono almeno una volta nella vita i Sibillini all’orizzonte e non si passeggia per i ridenti borghi dell’entroterra maceratese, non si capisce nulla dei riferimenti simbolici di Leopardi, checché se ne possa dire. In quei luoghi ho ammirato con gratitudine quel che fotografava il Poeta: «Ecco il sereno/ Rompe là da ponente, alla montagna;/ Sgombrasi la campagna,/ E chiaro nella valle il fiume appare». E ancora, come non citarla?: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/ E questa siepe, che da tanta parte/ Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude».

Castelluccio, amore a prima vista
Piango per Visso, piango per la sua gente. Da Visso, con la sua imperdibile “Pasticceria Caffè Sibilla” arretrata nei portici, la strada si inerpica lungo la montagna, fiancheggiando il Nera e molti allevamenti di trote. Si sale, tra tornanti e faggi che si alternano a pini, giungendo al confine tra Marche e Umbria. Si arriva ai Piani di Castelluccio, un altopiano carsico-alluvionale alle pendici del Monte Vettore. Il primo che si incontra è il Pian Perduto, con le sue alture verdi che si rincorrono come mille seni. In cima a una di queste, la maggiore, ecco Castelluccio. Fu amore a prima vista. Pochi spettacoli ho potuto contemplare in vita mia di sì abbagliante e semplice bellezza. Un piccolo borgo sperduto, al pari del Piano in cui si erge; rude, come è rigido il clima di un territorio spazzato da venti fortissimi. Eppure quanta essenziale bellezza! Il blu del cielo, il verde dei prati e delle montagne, il grigio delle pietraie, lo spettacolo di una tavolozza di colori impazzita e festosa durante la fioritura, un evento con eco mondiale.
Ora Castelluccio è a terra. Devastata. Spero che ti rialzerai, piccolo borgo. Spero che i tuoi tenaci e coraggiosi abitanti non ti lasceranno caduta al suolo, splendida e amata Castelluccio, che sento anche un po’ mia. Spero che si riesca ad aiutare questa gente a continuare a vivere quei luoghi e a ricostruirli al meglio.

Il Monte Vettore ha tremato. Mi sono avventurato più volte su quella montagna maestosa, spesso incappucciata da pesanti nubi. Da Castelluccio si deve scendere e tenersi sulla sinistra, arrivando a Forca di Presta. È lì che inizia il sentiero ghiaioso e annaspante, che porta in vetta. Una gran faticata, la salita al Vettore! Che montagna inaspettata e irta, che gole, che fratte, che anfiteatri imponenti! Sotto ci sono Ascoli e Arquata del Tronto. Di fronte svettano i Monti della Laga e dietro c’è il Gran Sasso. Amatrice era in mezzo tra i due sistemi montuosi. Dall’altra parte, ecco il panorama dolce e virente dei Sibillini, con le vette arrotondate, ricoperte da erba che si alterna a tondeggianti faggete. Le aquile roteano alte nel cielo. Si intravede Forca Canapine, passaggio obbligato per scendere a Norcia, di cui Castelluccio, pur lontana, è frazione. Sul Vettore, tra erba, roccia e fiordalisi, ho trovato anche le stelle alpine.

Mi chiedo che ne sia del b&b “La Valle delle Aquile”, costruito e gestito con professionalità dalla famiglia Bertoni, che tanto vi aveva investito di soldi e di cuore. Che ne è dei loro progetti, dei sogni per il futuro delle loro famiglie? E da Castelluccio, il mio pensiero corre a Montemonaco (Ap), località aspra e dolce al contempo, ai piedi del Monte Sibilla. Che ne è di Montemonaco e della bella Smerillo, arroccata su un calanco?

Ma Mosè nascose il suo volto
Al versetto 6 del capitolo III del Libro dell’Esodo, si legge che Mosè nascose il suo volto dinanzi al Signore che gli Si rivelava nel roveto. I rabbini si interrogano nel Talmùd (Berachòth 7a) se egli abbia fatto bene o male a comportarsi così, e le opinioni divergono. Spiega il rabbino Soloveitchik che lì Dio era pronto a rivelarSi all’uomo Mosè, che ebbe l’opportunità di comprendere tutto ciò che è nascosto, di capire con chiarezza le vie di Dio e la Sua giustizia. Ma Mosè nascose il suo volto. Non volle che le sue domande ricevessero risposta e che tutti i misteri si dissipassero. Perché? Perché Mosè temeva di perdere l’empatia e la solidarietà verso il proprio prossimo, se avesse compreso il perché del misterioso agire di Dio e che morte, distruzione, sofferenza, malattia, povertà e solitudine hanno un senso ultimo che si dissolve in Dio, sì che non sono ciò che sembrano a noi – ossia male –, ma altro.

Noi non abbiamo risposte, a parte quelle scientifiche e geologiche, al perché di questa devastazione, di questo scempio, di questo strazio in una delle zone più belle e significative del nostro paese. Noi abbiamo solo un dovere, quello indicato da Mosè: non tergiversare ed essere solidali, aiutando in ogni modo gli abitanti dei Sibillini, di Amatrice, di Norcia, di Visso e di Camerino. E di salvare, con loro, la bellezza mozzafiato, eppur discreta, di quei luoghi magici.

Foto Ansa

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