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Siria, Maloula. Storie di martirio cristiano. Così la fede resiste al terrore islamista e alle bombe

settembre 23, 2013 Leone Grotti

Sarkis, Mikhael e Antoun, uccisi in odium fidei dai jihadisti di al Qaeda. E le testimonianze delle suore rimaste prigioniere nel monastero di Santa Tecla

«Sono cristiano e se volete uccidermi per questo, fatelo». Sono queste le ultime parole pronunciate da Sarkis el Zakhm prima di essere freddato dai terroristi legati ad al Qaeda di Jabhat al Nusra. Sarkis è stato ucciso «in odium fidei» insieme a Mikhael Taalab e Antoun Taalab, a Maloula. L’antico villaggio incastonato tra due colossi di roccia, ad appena 56 chilometri dalla capitale Damasco, è ritenuto la culla della cristianità siriana, dove le comunità musulmane, greco-cattoliche e greco-ortodosse convivono da sempre parlando il “dialetto siriaco di Maloula”, unico al mondo e molto simile, se non identico, al dialetto aramaico che parlavano Gesù e i primi cristiani.

Maloula è stata attaccata lo scorso 4 settembre da gruppi armati di ribelli e terroristi, che si sono impossessati del villaggio. L’80 per cento degli abitanti è fuggito a Damasco e da quel momento Maloula è stata ridefinita la “terra dei martiri”. Una suora che cura i feriti nella capitale ha reso noto il martirio di Sarkis, mentre la dinamica dell’attacco è stata raccontata dalla sorella di Antoun Taalab, Antonietta, anche lei ferita al petto dai ribelli ma sopravvissuta. All’inviato in Siria Gian Micalessin ha dichiarato: «Ci siamo svegliati al mattino con i miliziani che gridavano Allahu Akbar, Dio è grande. Poi loro hanno buttato giù la porta e si sono affacciati: “Venite fuori e state tranquilli”, ci hanno detto. Allora gli uomini sono usciti. Poi ho sentito mio fratello gridare: “Giuro, giuro che non ho mai portato armi”. Da come urlava ho capito che lo stavano per uccidere. Subito dopo sono entrati nella nostra camera sparando e tirando una bomba a mano». Dopo lunghe trattative con i ribelli, i cristiani di Maloula hanno recuperato i corpi dei tre cristiani e li hanno portati a Damasco, dove ai loro funerali nella cattedrale greco-cattolica alla presenza del patriarca Gregorio III Laham, ha partecipato una folla di migliaia di persone, «una via crucis immensa».

Il dolore degli abitanti di Maloula non è dovuto solo all’uccisione dei tre cristiani. I circa 1.500 ribelli che si trovano a guardia del villaggio hanno attaccato diverse chiese, bruciandone una e depredandone due. Un testimone oculare intervistato dall’Associated Press ha fatto intendere senza mezzi termini di che pasta sono fatti i ribelli: «Ho visto i guerriglieri prendere cinque persone e minacciarle così: “O vi convertite all’islam oppure vi decapitiamo”».

Il villaggio cristiano non si è però svuotato del tutto. Come testimoniato ancora da Micalessin in un video realizzato per RaiNews24, una trentina fra suore e orfanelle vivono prigioniere nel monastero di Santa Tecla, appena sotto il convento di San Sergio e i ruderi di un hotel divenuto il nuovo covo dei terroristi. L’esercito siriano ha tentato di liberare le suore ma dopo un’incursione nel monastero è stato costretto a battere in ritirata. «Che Dio vi benedica», ha esclamato una delle religiose alla vista del manipolo di soldati siriani. «Sabato i ribelli hanno fatto saltare a colpi di kalashnikov il portone d’ingresso, sono entrati e per quattro notti hanno dormito davanti al portone. Non ci hanno fatto nulla, ma ogni giorno entravano e controllavano».

La testimonianza di Elias
Mentre all’esterno risuona l’artiglieria, le suore pregano perché finisca la guerra. La battaglia infuria ancora nell’antico villaggio e i cristiani di Damasco, che per la prima volta da anni non si sono potuti recare sulla rocca di Maloula per celebrare la festività dell’Esaltazione della Santa Croce, si interrogano su come l’Occidente abbia intenzione di risolvere la crisi siriana: «Non so se voi in Europa l’avete capito ma noi siamo stati buttati fuori dal nostro paese. Volete dare le armi a gente come Jabhat al Nusra, che vuole far fuggire i cristiani per fondare gli emirati musulmani? Gli date le armi per ammazzarci?».

In un paese dove, secondo l’inviato della Stampa Domenico Quirico, «si vede la totalità del male», «l’assolutezza della mancanza di pietà, di compassione, di rispetto per l’altro che soffre», parole di speranza arrivano da Elias Mansour, cristiano di 84 anni ucciso a Homs il 31 ottobre 2012. Insieme a suo figlio disabile era l’ultimo cristiano, su 300 mila, rimasto nella città sventrata dalle bombe del regime e dall’artiglieria dei ribelli. Alla troupe di una tv siriana, che l’ha raggiunto nel suo rifugio tra le macerie, ha dichiarato in lacrime: «Paura della morte? Non ho paura. Se vengono i miliziani, io non li uccido. Ma se ne acchiappo uno lo educo, gli insegno la Sacra Bibbia, i Dieci Comandamenti. Non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare. Togliere la vita, uccidere, Dio l’ha vietato in tutti i testi sacri».

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