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Scuola, 67 mila precari assunti. Gelmini: «Da ora una nuova filosofia»

luglio 18, 2011 Massimo Giardina

Il governo si è accordato con i sindacati per assumere 67 mila precari. Soddisfatto il ministro Gelmini, che dichiara a Tempi.it: «Anche la Cgil ha riconosciuto il valore del risultato, raggiunto senza rinunciare al rigore che ha garantito la stabilità del Paese. Da ora assumiamo solo in base al merito e ai reali bisogni della scuola. Basta precariato»

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione Università e Ricerca, esprime soddisfazione a Tempi.it per l’accordo raggiunto tra governo e sindacati per l’assunzione di 67 mila precari della scuola. I nuovi contratti a tempo indeterminato riguarderanno circa 30 mila insegnanti precari e oltre 37 mila ausiliari.

Ministro Gelmini, garantire il posto di lavoro a 67 mila lavoratori in un momento di crisi è un bel risultato. Non trova che la stampa abbia dato alla notizia poco rilievo? Quando i precari protestano vanno sulle prime pagine dei giornali, quando vengono assunti con contratto a  tempo indeterminato, la notizia si legge a p. 26 (Corsera) o a p. 21 (Repubblica).
E’ vero che di questi tempi i giornali sono impegnati a raccontare e occuparsi di altre questioni, di gossip e pettegolezzi che non sempre riguardano la vita quotidiana delle persone. Senza dimenticare le solite dinamiche del giornalismo per cui solo le cattive notizie fanno “notizia”. Nonostante tutto, però, credo che l’assunzione di 67 mila tra docenti e personale ATA non sia affatto passata inosservata, specie tra quegli italiani che lavorano nella scuola da anni.

Le assunzioni a cosa sono dovute principalmente: all’introduzione di nuove cattedre o al semplice turnover per raggiungimento dell’età pensionabile da parte dei colleghi più anziani?
Finalmente tutto il lavoro fatto finora comincia a dare i suoi frutti. Grazie all’opera di razionalizzazione che il governo ha condotto in questi anni, oggi riusciamo a sbloccare decine di migliaia di immissioni in ruolo e dare quindi una risposta forte al problema del precariato. E’ evidente che si tratta di un risultato estremamente positivo, considerato il momento economico e la crisi finanziaria che sta colpendo tutto il mondo occidentale. Proprio per questo però le assunzioni che si avranno nella scuola dovranno essere fatte senza modificare la pianta organica.

Il piano è triennale. Ci saranno delle possibilità ulteriori per coloro che nel futuro vorranno intraprendere una carriera nella scuola di Stato? La preoccupazione dei giovani è che le prossime assunzioni si vedranno fra parecchi anni, è vero?
Sono convinta che il miglior servizio che possiamo offrire oggi ai nostri giovani sia quello di non condannarli, come è stato fatto finora, a un precariato a vita. Negli anni passati purtroppo sono state vendute alle nuove generazioni tante, troppe illusioni che si sono poi rivelate solo cocenti delusioni. Per questo stiamo lavorando alla nuova formazione iniziale dei docenti, in modo da determinare le assunzioni in base a due criteri fondamentali: il merito e i reali bisogni della scuola. E’ una nuova filosofia: nuove assunzioni solo in base alle esigenze della scuola.

Repubblica accusa la forte presenza dei professori meridionali nelle graduatorie dei provveditorati del nord, ad esempio Torino. Cosa risponde?
Mi sembra un’accusa paradossale. Da sempre la sinistra accusa il governo e il Pdl di essere a rimorchio della Lega su questo argomento. Il nostro obiettivo è quello di contemperare e arrivare a una sintesi tra le diverse esigenze. Da un lato quelle dei territori e della continuità didattica, dall’altro il diritto e la libertà di circolazione sul territorio nazionale.

Da parte della quasi totalità dei sindacati ha ricevuto un deciso plauso per il traguardo raggiunto. L’unica voce fuori dal coro è la Cgil nella persona del segretario Susanna Camusso che definisce il risultato ancora «insufficiente». Qualche commento?
In realtà anche la Cgil e i settori dell’opposizione hanno riconosciuto il valore di questo risultato, raggiunto in un momento delicato, senza rinunciare a quella politica di rigore che ha garantito la stabilità economica del Paese e che rappresenta il prerequisito indispensabile per creare le condizioni dello sviluppo e della crescita.

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