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Salem e gli altri cristiani rimasti in Iraq per non perdere la propria vita e la fede. Dieci anni di persecuzioni

settembre 15, 2014 Rodolfo Casadei

A Mosul e nelle altre città del paese cadute nelle mani dei terroristi dello Stato islamico vivono ancora centinaia di “nazareni” in clandestinità. Disposti a rischiare il martirio pur di rimanere nella loro terra. E di non abiurare

La recentissima morte da martire cristiano di Salem Matti Kourki, il 43 enne di Bartellah, cittadina della piana di Ninive, trucidato dai miliziani dello Stato islamico per essersi rifiutato di abiurare la sua fede e di convertirsi all’islam, accende un riflettore su due fatti rilevanti ma poco noti dell’agonia dei cristiani iracheni. Il primo riguarda la perdurante presenza di centinaia di loro a Mosul e nelle cittadine della piana di Ninive occupate dai jihadisti dell’Isil il 7 agosto scorso: mentre la quasi totalità delle comunità ha abbandonato quei luoghi (si stima un esodo di 150 mila persone, alle quali ne vanno aggiunte altrettante di religione yazida), alcuni sono voluti restare. Si tratta per la maggior parte di persone anziane o malate, ma anche di adulti che non intendono abbandonare le loro proprietà immobiliari, col rischio di vederle perdute per sempre e, nel caso di Mosul, di cristiani che già da tempo pagavano una sorta di tassa di sottomissione a gruppi islamisti radicali diversi dallo Stato islamico, e che quindi considerano la loro condizione del tutto speciale.

Nell’Iraq settentrionale è molto diffusa l’abitudine di tenere in casa riserve alimentari per fare fronte a imprevisti, e ciò ha permesso a molti di non mostrarsi in pubblico per settimane. Quando, come nel caso di Salem Kourki, le riserve di acqua e cibo finiscono, cominciano i problemi. Secondo la ricostruzione dei fatti resa possibile anche dalla testimonianza di un fratello dell’uomo che ha trovato riparo nella città di Erbil (testimonianza raccolta da Sat2000 nel servizio proposto in fondo a questa pagina), gli uomini armati che lo hanno fermato a un posto di blocco si sono dichiarati disponibili a fornirgli ciò di cui aveva bisogno a condizione che si convertisse all’islam. Al suo deciso rifiuto avrebbero reagito prima prendendolo a botte e poi uccidendolo con colpi di arma da fuoco.

Salem Kourki era un siriaco ortodosso, una Chiesa orientale presente soprattutto in Siria e che in Iraq conta circa 50 mila fedeli. A Erbil i siriaci ortodossi giunti come profughi a causa degli attacchi di luglio e di agosto sono in gran parte ospitati nelle pertinenze della chiesa di Oum el Nour, dedicata a Maria Madre della Luce. Come gli altri cristiani accolti nei 15 centri che le varie Chiese hanno organizzato nella capitale regionale del Kurdistan, si tengono in contatto coi parenti rimasti nelle località di origine attraverso i telefoni cellulari (quando quelli dei parenti non sono stati sequestrati, com’è regola, dallo Stato islamico) o attraverso vicini di casa, conoscenti o amici musulmani che si muovono con relativa libertà. L’apprensione per il loro destino cresce di giorno in giorno, perché man mano che le scorte di viveri si esauriscono, sono costretti a venire allo scoperto e a manifestare la propria condizione ai jihadisti.

Abiurare mai
Il secondo fatto rilevante che il martirio di Salem Matti Kourki mette in evidenza è l’indisponibilità di quasi tutti cristiani iracheni ad abiurare la propria fede anche quando vengono sottoposti alle pressioni più forti e alle minacce più gravi. I casi di cristiani iracheni convertiti all’islam nel corso dell’ultimo decennio si contano in poche decine, e spesso si è trattato di conversioni opportunistiche che poi sono state rinnegate non appena i ricatti che le avevano determinate sono venuti meno. Il riferimento all’ultimo decennio dipende dal fatto che la persecuzione contro i cristiani in Iraq è iniziata esattamente dieci anni fa, l’1 agosto del 2004, quando cinque autobombe esplosero contro altrettante chiese a Baghdad e a Mosul. Contemporaneamente iniziarono i rapimenti mirati di cristiani, che non sono mai cessati.

Prassi standard dei gruppi jihadisti è quella di proporre agli ostaggi la conversione all’islam, come riferiscono tutti coloro che sono stati rilasciati dopo il pagamento di onerosi riscatti e quanti sono sopravvissuti a sequestri di gruppo spesso conclusisi tragicamente. La conversione non è garanzia automatica di rilascio, ma conduce immediatamente al miglioramento delle condizioni di detenzione: cessano gli abusi fisici, migliora il vitto e viene restituito un minimo di libertà di movimento. Tuttavia la quasi totalità dei sequestrati – si tratti di caldei, assiri orientali, siriaci cattolici o ortodossi – si nega alla conversione e riafferma di fronte ai rapitori la propria identità cristiana. Gli aneddoti circa i cristiani iracheni che hanno rifiutato di abiurare la loro fede in occasione di un sequestro di persona sono numerosi.

cristiani-perseguitati-iraq-tempi-copertinaNel 2007 un gruppo di jihadisti fermò un’automobile all’altezza di Tikrit per rapinare i passeggeri. Dalla presenza di croci, iconcine e rosari si resero conto che si trattava di cristiani: il conducente era un taxista caldeo della cittadina di Batnaya che stava trasportando verso Baghdad due uomini e una donna provenienti dalla stessa località cristiana della piana di Ninive. I guerriglieri apostrofarono i tre uomini ordinando loro di convertirsi all’islam se volevano avere salva la vita. Questi rifiutarono, ribadendo il loro buon diritto a vivere come cristiani in Iraq. La donna, moglie di uno dei tre, fu mandata libera – ed è lei la fonte di questo racconto – mentre i tre uomini furono portati via e scomparvero nel nulla insieme al taxi.

Nessuna pietà per la sedicenne
Ancora più tragica ed eroica la storia di Surur, ragazza cristiana caldea di 16 anni di Baghdad, che fu martirizzata per il suo rifiuto di indossare il velo islamico. Era figlia di un rivenditore di bevande alcoliche che subiva estorsioni da parte di vari gruppi a cavallo fra criminalità e jihadismo e pagava la “protezione” per non vedere distrutta la sua attività. Fino a quando la famiglia risiedeva nella Zona Verde della capitale, le condizioni di sicurezza erano accettabili. Ma dopo essere stata sfrattata dalla casa in affitto dove viveva per fare posto a una persona legata al primo ministro, aveva dovuto trovarsi un altro domicilio in un quartiere pieno di problemi. A scuola gli insegnanti pretendevano che Surur portasse il velo come le sue compagne musulmane, adducendo i rischi a cui l’intero istituto sarebbe andato incontro se non si fosse sottomesso ai diktat degli estremisti. Dopo molte discussioni Surur aveva cessato di frequentare la scuola, in attesa di trasferirsi in un altro istituto. Non ne ebbe il tempo.

Uno dei giorni seguenti, in piena notte un’auto con le insegne della polizia si fermò davanti a casa sua, ne scesero quattro uomini in divisa che si fecero aprire con violenza la porta. Segregarono in una stanza i genitori, un fratello e una sorella di Surur e condussero la ragazza nel locale adiacente, dove la violentarono per un’ora e alla fine la uccisero tagliandole la gola. La famiglia cercò rifugio a Beirut e gli assassini non furono mai puniti.

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