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Rivolte arabe, tra Egitto e Siria c’è la terza via del Marocco

giugno 29, 2011 Rodolfo Casadei

Ci sono rivolte arabe coronate dal successo politico, come quelle di Egitto e Tunisia, e le rivoluzioni represse nel sangue dal regime, come avvenuto in Siria. In Marocco la richiesta di parte della popolazione di maggiore democrazia ha portato re Mohamed VI a cambiare la Costituzione e a sottoporre a referendum la sua approvazione. I marocchini sono divisi ma non usano le armi

C’è una via di mezzo fra le rivoluzioni arabe coronate dal successo politico, come quelle di Tunisia ed Egitto, e le rivolte che sprofondano nel sangue della guerra civile (Libia) o di una repressione spietata e vittoriosa (Siria e Bahrein): si chiama Marocco. Anche nel paese di re Mohamed VI è sorto un movimento per la democratizzazione del sistema politico che ha riempito le piazze e che ha riunito, come in Egitto e in Tunisia, democratici e islamisti sotto lo stesso ombrello e sotto il medesimo programma.

Qui però il potere e la società hanno risposto con modalità molto diverse da quelle viste all’opera in altri paesi del mondo arabo. Il re ha nominato una commissione che ha steso una nuova Costituzione, la quale sarà sottoposta al voto popolare venerdì prossimo, 1° luglio. Le novità del testo vanno nella direzione di una graduale liberalizzazione e democratizzazione delle istituzioni, ma si arrestano ancora molto lontano da quella “monarchia costituzionale” che il Movimento 20 Febbraio invoca da quattro mesi. E tuttavia la risposta solo parziale del re alle attese dei manifestanti non ha spinto al parossismo le proteste, anzi ha prodotto l’apparizione nelle strade di altri manifestanti di opposta persuasione, che in queste ore stanno facendo campagna per il “sì” al nuovo testo costituzionale.

I numeri dei due schieramenti – quello di chi invita a boicottare il referendum e quello di chi invita a ratificare con un plebiscito la nuova Costituzione – nelle piazze si equivalgono, mentre tutto fa pensare che nelle urne il “sì” vincerà nettamente senza bisogno di brogli. In tal caso, per la prima volta dal dicembre scorso un tentativo di rivoluzione araba verrebbe riassorbito senza ricorrere alla repressione e le sue istanze verrebbero parzialmente istituzionalizzate dal potere.

Le ragioni dell’eccezione marocchina sono varie. Intanto bisogna riconoscere che la nuova Costituzione introduce novità reali: il re mantiene il titolo di “comandante dei credenti” ma solo nell’ambito religioso, la sua persona non è più definita “sacra” ma “inviolabile”; aumentano i poteri del primo ministro, che diventa il capo effettivo del governo, può riunirlo e decidere anche senza la presenza del sovrano, può sciogliere il parlamento ed effettuare una lista di nomine che prima erano riservate al re; viene istituita la Corte costituzionale, che prima non esisteva; viene affermata nella Costituzione l’uguaglianza di diritti fra uomo e donna, aprendo così la via a ricorsi in giustizia contro leggi e situazioni che esprimono discriminazione su base sessuale; è ampliato il potere del parlamento di legiferare e di creare commissioni d’inchiesta; il berbero diventa lingua ufficiale a fianco dell’arabo (misura che mira a sventare velleità secessioniste della minoranza berbera).

In secondo luogo, in Marocco non esiste un partito unico de facto come erano il Pnd di Mubarak in Egitto o l’Rcd di Ben Ali in Tunisia; i partiti di governo, per quanto subalterni al re, sono entità reali: i nazionalisti di Istiqlal, i post-comunisti del Pps, i socialisti dell’Usfp hanno storia e radici, e hanno deciso di appoggiare la nuova costituzione. Ad essi si sono affiancati, per la prima volta nella storia marocchina, gli islamici della fratellanza Boutchichiyya, la principale confraternita sufi del Marocco, che si era sempre tenuta fuori dalla politica e che ora, sicuramente dietro suggerimento del re in persona, è scesa in campo a fare da contrappeso ai militanti dell’illegale ma tollerato movimento islamista Giustizia e Spiritualità, l’equivalente marocchino dei Fratelli Musulmani egiziani e la forza che sta fornendo il maggior numero di militanti al Movimento 20 Febbraio.

Infine va sottolineato che la maggioranza dei marocchini è favorevole a un ruolo di primato politico del re a motivo dei freschi ricordi del potere militare e poliziesco che di fatto resse il paese negli anni Sessanta e nella prima metà degli anni Settanta, allorché la certezza del diritto era completamente assente dal paese. Dopo la Marcia Verde del 1975 che portò all’occupazione marocchina dell’ex Sahara spagnolo la monarchia ha assunto un prestigio e una legittimità che hanno ridimensionato il ruolo delle forze armate e dei servizi segreti nella politica. La maggioranza dei marocchini teme che una rivoluzione democratica radicale sarebbe un salto nel buio che potrebbe concludersi in un incubo già vissuto in passato.

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