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Regione Lazio. Come ti devasto un bilancio

ottobre 19, 2012 Pietro Salvatori

Il vero scandalo del Lazio non sono le ruberie dei Fiorito ma lo spaventoso buco della sanità pubblica. Un sistema perverso in cui nessuno è chiamato a rispondere dei soldi che spende.

Spazziamo subito il campo da un equivoco. Per quanto possano essere corrotti e ladri i singoli esponenti politici, l’enorme buco dei conti della sanità non dipende da meri episodi di corruzione. In Lombardia sono sotto la lente d’ingrandimento alcune decine di milioni d’euro, nel Lazio le cifre sono inferiori. Senza voler giustificare chi in passato si è posto al di fuori della legalità, sono briciole nei confronti del mostruoso disavanzo che si è accumulato negli ultimi anni. Secondo i dati della Cgia di Mestre, elaborati a partire dai conti del ministero della Salute, nel 2011 il debito del comparto ammontava a oltre 14 miliardi di euro. Di questi quasi la metà sono concentrati sul bilancio della Regione Lazio. La colpa del buco non è imputabile alle ruberie di qualche esponente della classe politica. Piuttosto, cosa ancor più grave, alla assoluta incapacità e leggerezza con la quale gli amministratori locali hanno gestito l’enorme flusso di denaro che gli è piovuto addosso in seguito alla riforma del titolo V della Costituzione. «Pur riconoscendo che perdurano sprechi, sperperi e inefficienze – spiega il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – nell’ultimo decennio l’aumento della spesa delle regioni è imputabile al ruolo istituzionale conferitogli e alle nuove competenze».

I primi campanelli d’allarme
Ma andiamo con ordine. La spesa annua dei bilanci regionali è pari alla somma di una decina di finanziarie lacrime e sangue. Nel 2010 ammontavano a 208 miliardi di euro, più della metà (quasi 111 miliardi) destinati alla sanità. In 19 regioni su 20 (fa eccezione la Valle d’Aosta), il capitolo più oneroso del bilancio è quello che riguarda la sanità. In valore assoluto, il record è della Lombardia – 14,989 miliardi di euro – seguita a stretto giro dal Lazio, che di miliardi ne spende poco più di 14. Ma, se la spesa è messa in rapporto alla popolazione, la faccenda cambia. Con i suoi dieci milioni di abitanti, il Pirellone ha una spesa pro capite annua di 1.525 euro; la Pisana, con una popolazione di 6 milioni di persone, di 2.475 euro. Non è un caso che, a fronte dei sei miliardi di deficit del Lazio, il sistema lombardo sia virtuoso, avendo negli ultimi cinque anni un disavanzo cumulato in attivo, pari a circa 54 milioni di euro.

Perché una simile disparità? «Le ragioni sono molteplici», osserva Marcello Degni, ex direttore del centro studi di Sviluppo Lazio: «La difficoltà intrinseca dei problemi, stratificati da decenni, la destrutturazione abnorme del tessuto organizzativo della regione e delle aziende sanitarie, la scarsa consapevolezza del decisore politico regionale». I numeri del Lazio sono impressionanti: quando Francesco Storace ha chiuso la sua esperienza da governatore, nel 2005, il buco ammontava a più di dieci miliardi di euro. Tra il 2000 e il 2006 la spesa sanitaria regionale è cresciuta del 52,2 per cento, superata solo da quella siciliana che ha fatto registrare un +61,5 per cento. È in questi anni che si apere la voragine. La situazione si è fatta preoccupante nei primi anni dello scorso decennio. Se fino al 2003 il disavanzo era contenuto sotto il miliardo di euro (762 milioni) dopo quell’anno le cifre sono più che raddoppiate: 1,7 miliardi nel 2004 e nel 2005, e l’anno successivo 1,6. È a questo punto che è stata costituita la Commissione d’inchiesta sull’efficienza del servizio sanitario nazionale, che, secondo Degni «ha rilevato che la sanità è divenuta centro di attenzione per iniziative affaristiche, spesso irregolari e illegali», producendo un giro di vite che ha ridotto l’incremento della spesa nel quinquennio successivo ad appena l’1,5 per cento. Ma il problema dell’enorme disavanzo è rimasto. La giunta di Piero Marrazzo quando si è insediata nella primavera del 2005, ha fissato al 2009 l’ipotetico pareggio di bilancio. Per Degni «il decisore regionale ha mostrato una capacità molto scarsa di incidere sugli interessi consolidati». L’enorme torsione finanziaria ha così portato a una progressiva riduzione del deficit, ma ha terremotato prima l’assessorato alla Sanità (del quale Marrazzo nel 2008 si è fatto direttamente carico), poi la cabina di regia che era stata costituita ad hoc per affrontare il problema. Ma soprattutto ha portato la Regione a impegnarsi con il Tesoro, che si è fatto carico di una parte del debito, con una rata da 310 milioni di euro da pagare ogni anno per i prossimi trenta. «Nonostante l’avvio del piano di rientro – spiega l’ex direttore del centro studi di Sviluppo Lazio – i nodi strutturali della sanità laziale restano insoluti, perché ci si limita a tagli lineari che pesano sui livelli essenziali di assistenza».

La musica non è affatto cambiata nel 2010, quando a salire in sella della Regione è stata Renata Polverini. Si tenga conto che fino al 2011 il disavanzo annuo non è mai sceso sotto il miliardo di euro, e che comunque l’anno scorso si è attestato sulla considerevole cifra di 878 milioni. E se la riduzione del deficit nel quinquennio 2007-2011 si è avvicinata al 40 per cento, la tanto vituperata sanità siciliana nello stesso periodo ha quasi azzerato il suo buco, diminuendolo dell’85 per cento.

La staticità del sistema Lazio (in confronto a modelli più malleabili come quello lombardo) è anche legata alla ripartizione tra settore pubblico e privato. Nel primo, agire sulla riduzione dei posti letto non comporta un risparmio sostanziale; la cessazione degli oneri di contratti di lavoro rimane comunque legata al turn over, generando un risparmio nell’ordine di poche decine di milioni d’euro. Diversa la questione nell’altro settore: tagliare i contratti con gli erogatori privati non solo comporta un risparmio immediato, ma la rimodulazione di oneri e prestazioni di aziende che operano sul mercato è più rapida e flessibile. E se sorprendentemente il privato occupa più dipendenti che non il pubblico (720 mila a fronte di 650 mila) e la Lombardia ha innescato negli anni meccanismi virtuosi di bilanciamento tra i due settori, nel Lazio sono appena 9 le grandi strutture private a fornire servizi sanitari. Solo il 20 per cento circa della spesa totale della Pisana (circa 2,5 miliardi) è impegnata a sostenere le commesse agli erogatori privati. Tutto il resto se ne va nel pubblico. Il che rende il sistema-Lazio assai poco malleabile a sostenere il ritmo dei tagli previsti dalla spending review. Saranno 800 i milioni di cui il successore della Polverini dovrà fare a meno: 90 nel 2012, 430 nel 2013 e 270 nel 2014. Questo senza contare l’ulteriore riduzione di circa 1,5 miliardi decretata dal governo la settimana scorsa.

Così, probabilmente, si andrà incontro a un’ulteriore inasprimento della pressione fiscale. Nel 2012 i circa 10 miliardi di fabbisogno sono stati finanziati per il 91,5 per cento dall’Irap e dalla compartecipazione all’Iva, per il 6,9 dall’Irpef e per l’1,6 da entrate proprie. Già nel 2007 le addizionali regionali sono state portate al massimo livello per tentare di arginare parte della voragine. Dall’1,4 l’addizionale Irpef è passata all’1,7 per l’incremento della base nazionale attuata dal decreto salva-Italia, e al 4,77 l’aliquota Irap.


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