Electrolux. L’azienda non ha tutti i torti, ma nemmeno ragione. Qualche indizio per capire

La vicenda della multinazionale svedese e dello stabilimento di Porcia fa discutere. Ne abbiamo parlato con Lodovico Sonego (Pd) e Isidoro Gottardo (Ncd), per capire tutti i fattori in gioco

«Vogliamo restare in Italia, non abbiamo alcuna intenzione di andare via». Così l’amministratore delegato di Electrolux Ernesto Ferrario ha smentito l’ipotesi di un’eventuale chiusura dello stabilimento di Porcia, in provincia di Pordenone, da parte della multinazionale svedese del bianco per trasferire la produzione di lavatrici in Polonia. Una decisione che costerebbe il posto ad almeno 1.100 operai dello stabilimento, senza considerare l’indotto sul territorio. «Vogliamo essere sicuri della base competitiva», ha subito aggiunto Ferrario, che poi ha precisato: «Non vogliamo arrivare al costo del lavoro di Polonia o Romania ma c’è bisogno di intervenire contro il suo costante aumento». Altrimenti un sensibile taglio degli stipendi dei dipendenti sarà comunque inevitabile come prezzo da pagare per mantenere la produzione in Italia. Rassicurazioni che, però, non hanno ancora tranquillizzato nessuno, né gli operai né tantomeno le loro rappresentanze sindacali.

NON SOLO IL COSTO DEL LAVORO. Il punto è che «manca un piano che garantisca la permanenza di Electrolux a Porcia», spiega a tempi.it il senatore Pd Lodovico Sonego, assessore regionale in Friuli Venezia-Giulia dal 1994 al 1998, all’industria prima e poi al lavoro, e dal 2003 al 2008 alle infrastrutture. «Mentre un piano per gli altri tre stabilimenti italiani di Electrolux già c’è». E «l’argomento sbandierato dall’azienda dell’elevato costo del lavoro rispetto alla Polonia è reale – spiega Sonego –, ma non dimentichiamoci nemmeno dei molteplici errori strategici, sia industriali sia commerciali, commessi da parte della dirigenza e che si sono ripetuti negli anni». Anche perché, prosegue Sonego, «la battaglia per competere sul costo del lavoro è persa in partenza, oltre a non essere altro che uno dei molteplici aspetti in gioco nella complessa vertenza su Electrolux». Oggi, insomma, in Italia e in provincia di Pordenone in particolare, c’è bisogno di un’inversione di rotta affinché il territorio nazionale possa tornare ad attrarre investimenti, sia pubblici sia privati, sia italiani che stranieri. Burocrazia, fisco, infrastrutture e statalismo… la lista dei possibili ambiti su cui il governo dovrebbe intervenire è lunga e ormai, purtroppo, arcinota.

PORCIA NON È UNA COLONIA SVEDESE. Ma quali sono i diversi aspetti in gioco nella vicenda? Ci aiuta a comprenderli meglio Isidoro Gottardo, coordinatore regionale del Nuovo centrodestra, già sindaco di Sacile (Pn), un comune che sorge a dieci chilometri da Porcia, e a lungo capogruppo del Partito popolare europeo nel Comitato delle regioni. Gottardo tiene a ricordare che «Electrolux non può trattare Porcia come fosse una sua colonia, perché è lì che è nato l’elettrodomestico bianco italiano», in particolare la lavabiancheria Rex di Zanussi. Ed è proprio perché Electrolux «considerava Porcia un valore in sé che nel 1984 gli svedesi decisero di acquistare Zanussi e rilevare la produzione, venendo peraltro pesantemente aiutati all’epoca dalla Regione Friuli-Venezia Giulia». E la «cultura e mentalità degli operai della Provincia di Pordenone, che allora li attrasse, non sono certo venuti meno».

CHIUDERANNO GLI OSPEDALI. C’è un ulteriore grave problema poi, che è quello della pressoché totale «assenza di un coordinamento da parte dell’Unione europea sulle politiche fiscali nei diversi Paesi membri. Non si può andare avanti così a lungo», sostiene Gottardo, che si domanda: «Fino a quando potremo permettercelo? Il Friuli-Venezia Giulia, infatti, è una regione a statuto speciale che si finanzia con entrate private proprie, ovvero una percentuale del prelievo su Irpef, Ires e Irap. Se Electrolux chiude, ci saranno sicuramente meno risorse da destinare alla sanità e alla spesa dei comuni».