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Referendum scuole Bologna, l’ex sindaco di sinistra Vitali: «Si torna allo statalismo degli anni Cinquanta»

marzo 29, 2013 Emmanuele Michela

Intervista a Walter Vitali, già senatore del Pd e primo cittadino di Bologna. «Non è solo un problema economico, sosteniamo un’idea moderna di servizio pubblico, diversa dallo statalismo».

«Per come è formulato, questo quesito referendario è solo un sondaggio del cuore». Ieri mattina il segretario provinciale bolognese del Pd Raffaele Donini ha spiegato apertamente la posizione del suo partito: il centrosinistra vuole salvaguardare l’interazione tra il comune e le scuole paritarie, messa a rischio dal referendum che si terrà il prossimo 26 maggio. A sostenere la forza di questa convenzione ci sono valide questioni economiche, ma ancor più culturali. Quelle che hanno spinto 18 personalità cittadine provenienti da ambiti diversi a sottoscrivere un manifesto contro il voto presentato dal professore Stefano Zamagni. E tra i firmatari della prima ora spicca anche l’ex sindaco Walter Vitali. Senatore per tre legislature nelle file del centrosinistra, negli anni Novanta fu primo cittadino del comune emiliano, e fu proprio lui ad avviare questo sistema di integrazioni tra asili paritari e comunali nella città felsinea.

Vitali, lei si è schierato in favore della scelta “B”, ossia del no a questo referendum, in anticipo rispetto a quanto fatto dal suo partito, firmando i 10 punti del manifesto. Perché?
Quando ero sindaco, nel ’94, dopo un confronto culturale ancor prima che politico, arrivammo ad una decisione che ora a mio avviso è da valutare come irreversibile: considerare pubblico non solo ciò che è statale o comunale, ma anche ciò che è gestito autonomamente e può entrare a far parte di un sistema convenzionato. In fondo non è nulla di diverso da quanto prevede l’articolo 118 della Costituzione, a proposito del principio di sussidiarietà, o l’articolo 33, quando si dice che gli enti privati possono istituire scuole «senza oneri per lo Stato»: non intende vietare allo Stato la possibilità di sostenere finanziariamente le scuole autonome, ma ribadire che non ci deve essere alcun obbligo di tale finanziamento. C’è una legge nazionale di Berlinguer sulle scuole paritarie del 2000: sono stati fatti diversi ricorsi contro di essa. Nessuno però ha avuto esito positivo: questa quindi è l’unica interpretazione possibile della nostra Costituzione.

Come nacque negli anni Novanta il sistema di interazione tra scuole paritarie e comunali?
Fu un passaggio all’epoca culturalmente molto rilevante. Attorno al tema delle scuole cattoliche, come per altro accadde in altre città governate dalla sinistra, vi fu una lotta politica che durò decenni. Diventai consigliere comunale ad inizio degli anni Ottanta: già allora se ne discuteva e le forze di sinistra che avevano la maggioranza, Partito Comunista e Socialista, erano contrarie. Nel ’93 fui eletto sindaco con una maggioranza autosufficiente Pds-Psi: sulla carta la nostra giunta reggeva. Erano gli anni dell’Ulivo e si aprì un confronto sul tema. Era chiaro che si voleva superare questi steccati che erano stati alzati in passato: il confronto partiva dalla considerazione che si aveva della scuola, che introduceva una nuova idea di “pubblico”. Per questo va sostenuta la scelta “B” al referendum: al di là dei danni economici per il sistema scolastico, regrediremmo ad un’idea di pubblico da anni Cinquanta. Non si potrebbe più pensare, ad esempio, ad una gestione degli impianti sportivi comunali affidata a società sportive, né a servizi di supporto alla scuola per persone con handicap in mano a cooperative, eccetera. Così si torna ad un sistema statalista, dove l’unico titolare della funzione pubblica è la macchina amministrativa: ma il risultato è un aggravamento della burocrazia, della pressione fiscale sui cittadini… Insomma, mi sembra improponibile.

REFERENDUMB-come-Bologna copiaLeggendo i nomi dei primi 18 firmatari si trovano personalità vicine al mondo cattolico e non. Come è stato recepito il manifesto dalla città?
Non si tratta di sostenere le ragioni soltanto del mondo economico, ma un’idea avanzata, moderna di servizio pubblico, che non coincide con la gestione comunale o statale. Oggi tutti parlano di cittadinanza attiva, della necessità di rendere partecipi i cittadini del bene comune, si va verso un superamento della contrapposizione tra cittadini e Stato: tutto ciò non riguarda solo i cattolici, ma chiunque ha a cuore questa attivazione sociale. Chiaro poi, nel sistema scolastico dell’infanzia sono presenti istituzioni gestite dalla Chiesa, specie nella nostra città: le convenzioni comunali però non riguardano solo questo genere di asili, ma anche quelle laiche, come quelle steineriane. In futuro nessuno potrebbe escludere la nascita, ad esempio, di scuole gestite da famiglie che si associano: è una cosa molto diffusa in America, dove questa concezione del rapporto tra pubblico e privato è ben affermata da secoli, non da anni.

I referendari quindi mettono a rischio un sistema che non favorisce unicamente il mondo cattolico, ma tutta la città.
I referendari involontariamente ci hanno dato la possibilità di far capire ai cittadini la portata generale di queste convenzioni scolastiche, che è ciò che dobbiamo valorizzare durante questa campagna referendaria. Oltre a sostenere la ragione economica, cioè che una vittoria della risposta “A” porterebbe a maggiori oneri per l’amministrazione pubblica, e quindi a una minore di possibilità di soddisfare le richieste scolastiche ed educative delle famiglie, ciò che va messo in luce è la rilevanza culturale di questa convenzione. La loro idea è molto vecchia e impregnata di statalismo, l’opposto di ciò che i cittadini vogliono ora. Non credo infatti che da chi ha votato per il Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni venga la richiesta di più Stato: semmai si vuole affermare un’idea di pubblico diverso.

Le ragioni di chi sostiene il “sì”, al fondo, sono ideologiche, di pancia?
È una vecchia idea della sinistra, quella della scuola pubblica intesa come statale. La sinistra più moderna da almeno vent’anni sta cercando di superarla, mentre c’è qualcuno ora che la vuole riportare in vita.

Zamagni raccontava che il dibattito con la gente nei quartieri alla fine premia le ragioni di questa interazione.
Abbiamo fatto la conferenza stampa sabato, non ho ancora avuto tanta possibilità di incontrare la gente in momenti pubblici, anche se ho già ricevuto alcuni inviti a partecipare a dibattiti cui di certo andrò. Come Zamagni, però, anch’io penso che siccome la ragione è la risorsa fondamentale delle persone, allora il superamento di una mera questione terminologica e ideologica alla fine farà prevalere le ragioni del nostro appello al voto.

Il quesito sembra anche posto in modo un po’ generalista…
Sì, è vero, è capzioso. Ma non ne farei un problema: stiamo alla sostanza del problema e facciamo campagna perché la gente voti “B”.

Quali potrebbero essere le conseguenze per la maggioranza comunale se vincesse il sì?
Non so: dipende da quanta gente andrà a votare, come sarà l’esito, quali le dinamiche all’interno della maggioranza… Mi fa piacere però che il Pd, pur essendo attraversato da posizioni diverse, alla fine abbia scelto di scendere in campo in maniera chiara.

Nel difficile momento politico in cui ci troviamo, che valenza può avere il risultato di questo referendum?
Sicuramente un peso ce l’ha. Non serve generalizzare perché ogni consultazione deve essere presa per quello che effettivamente chiede agli elettori: stiamo parlando di un referendum su convenzioni relative al comune di Bologna. Però indubbiamente vista la tematica, se prevalesse una posizione o l’altra, se ci fosse o meno un’alta affluenza alle urne, questo potrebbe avere un significato.

Anche perché tra i sostenitori del referendum ci sono alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle.
Sì, anche se il Movimento in quanto tale non si è ancora schierato ancora. Qui si apre una contraddizione interessante: il voto delle liste di Grillo a mio avviso esprime posizioni non stataliste, e bisogna capire invece perché alcuni di loro si muovono per revocare questa convenzione.

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