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Perché l’Europa non vuole che gli ungheresi siano ungheresi?

aprile 6, 2012 Rodolfo Casadei

Una costituzione fortemente identitaria. Il rigetto di un modello comunitario fallito. La voglia di liberarsi dalle nomenklature comuniste. Ecco perché la svolta di Budapest non piace a Bruxelles. E costerà cara.

I conti non tornano, o forse tornano troppo bene. Il 13 marzo l’Ecofin ha sospeso l’erogazione di 495 milioni di euro di fondi di coesione all’Ungheria obiettando che le misure di riduzione del deficit di bilancio finora adottate sono una tantum, e che senza misure strutturali l’anno prossimo il deficit supererà il 3 per cento del Pil. È la prima volta, a quel che si ricorda, che fondi strutturali europei vengono bloccati per un motivo del genere. La barriera del 3 per cento del Patto di stabilità europeo è stata oltrepassata decine di volte da molti paesi – compresi i colossi Germania e Francia – senza conseguenze pecuniarie; stavolta viene sanzionato un paese che non l’ha violata ma che, secondo i ministri delle Finanze dei 27, la violerà. Mentre la Spagna, che si era impegnata a registrare un deficit del 4,4 per cento alla fine del 2012 ma poi per bocca del primo ministro Mariano Rajoy ha fatto presente che non ce l’avrebbe fatta, è stata autorizzata ad arrivare fino al 5,3 per cento. 

L’Ungheria ha un debito pubblico pari all’82 per cento del Pil che si è accumulato negli otto anni di esecutivi socialisti-liberali che hanno governato il paese fra il 2002 e il 2010: ai tempi del primo governo Orbán (1998-2002) il debito era di poco superiore al 50 per cento, a sua volta eredità del “comunismo al gulash” di János Kádár; sempre negli otto anni di governi lib-lab s’è accumulato l’equivalente di 8,5 miliardi di euro di debiti privati per mutui sulla casa nominati in franchi svizzeri: quasi il 10 per cento dell’attuale Pil. La prima procedura d’infrazione contro l’Ungheria per sfondamento del deficit fu avviata nel lontano 2004, ma senza mai arrivare a misure punitive. Addirittura poco dopo il governo ungherese votò un bilancio con un deficit pari al 9 per cento del Pil, e Bruxelles non disse parola: la spesa pubblica incontrollata permise alla coalizione lib-lab di vincere le seconde elezioni di seguito nel 2006. E di fare altri danni. 

Una serie di minacce mai viste
Perché l’Unione Europea tratta l’Ungheria in modo diverso dalla Spagna? E perché tratta il governo presieduto da Viktor Orbán diversamente da come trattò quelli presieduti dal socialista Ferenc Gyurcsány? La risposta che tutti suggeriscono è una sola: all’Europa non piace la nuova costituzione ungherese, approvata dalla maggioranza di governo formata dal partito liberal-conservatore di Orbán (Fidesz) e da un partito democristiano. Contro quella costituzione sono state aperte tre procedure di infrazione, ridotte a due dopo che gli ungheresi hanno accettato di modificare la normativa relativa alla Banca centrale, che avrebbe visto un maggior controllo dell’esecutivo sull’istituzione monetaria. Rimangono aperte le partite relative al sistema giudiziario (procedure di nomina dei giudici e loro pensionamento obbligatorio a 62 anni) e all’authority per la protezione dei dati personali: in entrambi i casi l’Unione Europea obietta che l’indipendenza e l’autonomia dei pubblici ufficiali in questione non sono garantite. Le normative sui media sono state modificate in buona parte alla fine del 2011 sull’onda delle critiche della Commissione di Venezia, e formalmente Bruxelles non ha aperto contenziosi. Però il commissario europeo per l’Agenda digitale Neelie Kroes (liberale olandese) ha minacciato il governo ungherese di chiedere alla Commissione europea di applicare contro di esso i rigori dell’articolo 7 (sospensione del diritto di voto nelle istituzioni europee per «chiaro rischio di seria violazione dei valori di base» dell’Unione) se non si atterrà alle direttive del Consiglio d’Europa sulle sue nuove leggi per i media. Il quale Consiglio d’Europa, sia detto per inciso, non è nemmeno un’istituzione dell’Unione.

A quelli di Bruxelles la nuova costituzione ungherese non piace perché enfatizza Dio, santo Stefano, il matrimonio esclusivamente fra uomo e donna e i diritti del concepito, e permette all’esecutivo – dicono – di interferire con l’indipendenza e l’autonomia di una serie di istituzioni. Ma anche per un motivo più fondamentale. Come ha spiegato Lorenza Violini, docente di Diritto costituzionale, a un convegno promosso dal Centro San Domenico di Bologna e dall’Associazione culturale italo-ungherese, la nuova costituzione magiara è molto diversa da quella italiana e dalla sensibilità giuridica dominante nei paesi del nucleo storico dell’Unione Europea per la sua impronta identitaria, laddove l’integrazione al diritto che viene formandosi a livello comunitario è considerata, almeno nell’Europa occidentale, più importante dell’identità. 

L’incomprensione tra Est e Ovest
A ciò si aggiunge un equivoco intorno all’“indipendenza” delle attuali istituzioni di garanzia ungheresi. Come ha spiegato lo storico Stefano Bottoni nella stessa occasione, per la sua particolare storia l’Ungheria è il paese dove la nomenklatura dell’epoca comunista si è meglio mantenuta in posizioni di comando: ha rinunciato al monopolio del potere politico per concentrarsi su quello economico-finanziario e senza lasciare intaccare le sue posizioni nel sistema giudiziario. All’alba del 2010 la maggioranza assoluta dell’elettorato ha sposato la proposta di riforma radicale del sistema che arrivava da Viktor Orbán perché la democrazia post-comunista e l’integrazione nell’Unione Europea avevano deluso le attese. E benché la democrazia come tale non sia davvero in pericolo, va riconosciuto che la nuova costituzione ha indubbiamente l’obiettivo di porre le basi di una nuova egemonia di tipo gramsciano: si vogliono liberare le istituzioni di garanzia dagli uomini che perpetuano il vecchio regime non per consegnarle ad un’astratta indipendenza, ma perché uomini nuovi veicolino nelle istituzioni la cultura identitaria di un popolo che sta cercando una nuova via politica. 

È questo che l’Europa occidentale non capisce: l’esperienza storica di molti paesi dell’Europa dell’Est oggi coincide con la coscienza di un triplice fallimento, e cioè fallimento del comunismo, del capitalismo post-comunista e del modello dell’integrazione europea. Si tratta perciò di mettersi alla caccia di nuovi modelli, adatti alle specificità nazionali, facendo perno sull’unica certezza che è l’identità. Dopo un anno di attacchi europei al governo Orbán e di difficoltà economico-finanziarie crescenti, è vero che Fidesz ha perso una parte significativa del consenso popolare. Ma tale quota è passata non tanto all’opposizione di sinistra quanto a Jobbik, il partito di estrema destra ultranazionalista che ormai ha la preferenza di un ungherese su quattro. Il rigetto del modello europeo accomuna quasi i due terzi dell’elettorato ungherese. A Bruxelles dovrebbero rifletterci su.
@RodolfoCasadei

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