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Pareva un “Ciclone”, era un venticello. Storia di Marco Savini, riconosciuto innocente dopo otto anni

febbraio 25, 2015 Chiara Rizzo

Ex vicesindaco di Montesilvano (Pe), è stato assolto con formula piena. «Ho subìto il becero opportunismo della politica, la superficialità dei magistrati e il cinismo dei media»

Marco Savini

Marco Savini (Pd), ex vicesindaco di Montesilvano

«Nella mia vicenda si intrecciano il becero opportunismo della politica, il cinismo del giornalismo e la superficialità della magistratura. Sono l’esempio di una persona innocente che ha dovuto attendere quasi otto anni l’assoluzione. Otto anni in cui nell’immaginario collettivo io sono stato la persona descritta il giorno del mio arresto dai quotidiani locali e nazionali». Marco Savini, ex vicesindaco in quota Ds-Pd del comune di Montesilvano (Pe) sintetizza così a tempi.it il suo caso. Dopo una lunga militanza nel centrosinistra abruzzese, il 13 luglio 2007 Savini fu travolto dall’inchiesta giudiziaria “Ciclone”. Sul suo capo pesanti accuse come associazione a delinquere, corruzione e truffa che portarono alla custodia cautelare di 98 giorni, e poi a processo per i successivi 7 anni e mezzo. «Ho toccato con mano cosa significa vedere sparire in pochi istanti gente che ti osannava fino a qualche giorno prima. Anche i compagni di partito mi hanno abbandonato e la presunzione di innocenza è rimasta, al massimo, un sentimento privato, che mi hanno accordato solo gli amici più stretti».

TRE MESI AI DOMICILIARI. Savini iniziò a fare politica al liceo nel 1992, negli anni di Tangentopoli. «È stato nel contesto di “Mani pulite” che ho maturato la mia passione per la sinistra, militando nell’allora Pds. Oggi sono rimasto nel Partito democratico perché ai valori e principi della sinistra sono rimasto fedele, anche se dopo questa vicenda ho dovuto mettere in discussione molte cose».
Nel novembre 2006, a 32 anni, era vicesindaco di Montesilvano, un centro vivace alle porte di Pescara. Nel novembre di quell’anno il sindaco venne arrestato su mandato della procura pescarese con l’accusa di aver favorito alcuni imprenditori edili in cambio di tangenti. La giunta si dimise dopo una settimana, alle successive elezioni vinse il centrodestra.
In questi ultimi anni Savini ha aperto uno studio di avvocato e si è sposato. «Il 13 luglio 2007 – ricorda – bussò alla porta di casa la polizia giudiziaria e mi consegnò l’ordinanza di custodia cautelare. Mi sembrava impossibile, e io mi sentivo impotente. Ma ho rispettato la giustizia e ho fatto 98 giorni ai domiciliari. Per la Procura ero pericoloso perché ero “un personaggio politico di primo piano” e i miei ricorsi al Tribunale del Riesame e poi quello alla Cassazione furono rigettati».

ASSOLUZIONE PIENA. A fine 2007 furono chiuse le indagini. Il processo in aula è iniziato nel 2009 con 39 imputati alla sbarra. «Sono entrato in aula con cinque pesanti capi d’accusa – racconta Savini -: associazione a delinquere, corruzione e induzione alla corruzione, falso ideologico, truffa. Per quanto riguarda me, le accuse di corruzione non erano legate al fatto che avessi personalmente intascato qualcosa. Secondo i pm avevo ricevuto 1.500 euro per una Festa dell’Unità da un imprenditore, in cambio di un presunto mio interessamento alla sua società. Ero poi accusato di aver falsificato una delibera e di aver raggirato il consiglio comunale, per favorire altri imprenditori».
Il 28 dicembre 2012 è arrivata la sentenza di primo grado, e con essa il primo duro colpo all’ipotesi accusatoria di un “Sistema Montesilvano”. L’accusa di associazione a delinquere infatti è caduta per tutti gli imputati. «I giudici in primo grado mi hanno assolto “perché il fatto non sussiste” anche per il presunto reato di corruzione e hanno derubricato le altre imputazioni nel meno grave reato di abuso di ufficio, condannandomi a un anno e otto mesi. Essendo avvocato, ho capito che la nuova accusa di abuso d’ufficio era già quasi arrivata in prescrizione, e quindi che presto si sarebbe tutto chiuso. Ma non mi bastava, non ho mai voluto che su di me rimanesse quest’onta. Quello di cui sono stato accusato non era giusto né vero, perciò ho fatto appello rinunciando alla prescrizione. La sentenza è arrivata il 21 novembre 2014 e mi ha assolto da tutte le accuse. Dopo più di 7 anni ho rivisto la luce perché anche per i giudici “il fatto non sussiste”». Per quanto riguarda gli altri coimputati del processo Ciclone, solo tre persone delle 39 sono state condannate in appello. Ma a causa della lunghezza del processo tutti i reati contestati sono in prescrizione. La sentenza di assoluzione di Savini è definitiva.

«DIMENTICATO DAL PARTITO». Il giorno dopo questo verdetto, il principale giornale abruzzese ha titolato che “Ciclone è diventato un venticello”. Il bilancio dei danni che ha lasciato nella vita di Savini tuttavia è alto: «Quando succedono questo tipo di cose, cambia il quadro di relazioni. Ho toccato con mano molta ipocrisia. In questi anni ho sempre scherzato dicendo che la mia spalla era lussata: le pacche sulle spalle erano tante in pubblico. Ma la vera presunzione d’innocenza, che pure è un valore costituzionale, è rimasta confinata alla mia sfera privata, ai veri amici e alla famiglia. Non ho mai voluto essere un peso, perciò in questi sette anni mi sono ritirato dalla politica, e sono rimasto in silenzio. Ma nessuno tra quelli del mio partito, al di là degli amici più cari, si è preoccupato di approfondire come stavano realmente le cose. L’unica cosa che sentivo ripetere dai compagni di partito è stata: “Abbiamo fiducia nella magistratura”. Per carità, anche io ho avuto fiducia, ma forse valeva la pena riflettere sui fatti».

I GIORNALI. Savini racconta di essere in attesa delle motivazioni della sentenza d’appello e che ha deciso di presentare subito dopo una richiesta di risarcimento danni allo stato. «I magistrati hanno esercitato il loro giusto diritto di mettermi in custodia cautelare? E ora io esercito il mio altrettanto giusto diritto di chiedere un risarcimento per l’ingiusta detenzione».
«La mia vicenda -conclude – è solo lo specchio di un sistema. Di quei giorni del luglio 2007 non posso dimenticare i titoli dei giornali massacranti. Quando sono stato assolto, devo ammettere che i giornali locali hanno dato risalto alla mia assoluzione: ma è anche vero che se di un arresto come il mio si è parlato per almeno una settimana, di un’assoluzione se ne parla giusto un giorno e poi basta, tutto passa nel dimenticatoio».

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